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28 Anni Dopo: Il Tempio delle Ossa – Quando l’orrore smette di correre e diventa un culto

Da ieri, un brivido freddo è tornato a scorrere lungo la schiena del cinema di genere. Non è solo la paura del buio o il timore di un salto sulla sedia: è quell’inquietudine viscerale che solo la saga di 28 Giorni Dopo ha saputo codificare nel DNA della cultura pop contemporanea. Con l’uscita di 28 Anni Dopo: Il Tempio delle Ossa, ci troviamo di fronte al quarto atto di un’epopea che ha trasformato lo zombie movie in un trattato sociologico, insegnando a più di una generazione di geek e cinefili che la rabbia non è solo un sintomo clinico, ma un fatto politico, umano e dolorosamente reale.

Ventotto anni fa, Jim correva tra le strade spettrali di una Londra svuotata, regalandoci una delle sequenze più iconiche della fantascienza moderna. Oggi, quell’universo non si accontenta di essere un ricordo sbiadito o un’operazione nostalgia per collezionisti di Blu-ray. Al contrario, pretende di evolversi, mutare e infettare nuovamente il nostro immaginario con una ferocia rinnovata. Lo fa rifiutando le scorciatoie del fan service banale, scegliendo invece una via rituale, disturbante e profondamente stratificata.

La visione di Nia DaCosta e l’eredità di Garland

Raccogliere il testimone da giganti come Danny Boyle e Alex Garland era una sfida che avrebbe fatto tremare i polsi a chiunque. Eppure Nia DaCosta, già apprezzata per la sua capacità di maneggiare il trauma collettivo nel reboot di Candyman, dimostra una maturità autoriale sorprendente. La sua regia imprime alla pellicola una sacralità febbrile: non siamo più nel territorio dell’action puro, ma in una sorta di liturgia del post-apocalittico. Il montaggio alterna momenti di caos primordiale a pause silenziose e quasi religiose, dove la macchina da presa indugia sui sopravvissuti come fossero reliquie di un mondo che non esiste più. I colori saturi gridano, mentre l’orrore compie un salto evolutivo: non si limita a correre verso di noi, ma si inginocchia, contempla e aspetta il momento giusto per colpire.

Dietro le quinte, la mente architettonica di Alex Garland continua a tessere una tela di ambiguità morale. Lo sceneggiatore di Ex Machina e Civil War torna a casa, portando con sé quel pessimismo cosmico che rende le sue storie così magnetiche. Se il primo film del 2002 parlava di rabbia sociale e il sequel 28 Settimane Dopo esplorava l’occupazione militare e il fallimento delle istituzioni, questo nuovo capitolo – che segue il più intimo e filosofico 28 Anni Dopo del 2025 – sposta l’asse sul senso stesso del dolore. Cosa resta di noi quando smettiamo di scappare?

Ralph Fiennes e il culto della memoria

Al centro di questa nuova deriva troviamo il Dottor Kelson, interpretato da un Ralph Fiennes monumentale, capace di oscillare tra la lucidità dello scienziato e il misticismo del profeta. Il suo “Tempio delle Ossa” non è la tana di un folle, ma un progetto, una dottrina. È un archivio emotivo fatto di resti umani, un memoriale che costringe i vivi a guardare ciò che preferirebbero seppellire per sempre. In un mondo che non cerca più la cura medica, Kelson offre una cura per l’anima, o forse solo una nuova, raffinata forma di manipolazione.

A fargli da contraltare troviamo il giovanissimo Spike (Alfie Williams), il ponte generazionale verso il futuro, che deve vedersela con la minaccia più tossica di questo nuovo ordine mondiale: Sir Jimmy Crystal. Interpretato da un inquietante Jack O’Connell, Crystal è il leader che emerge dalle macerie usando i simboli del passato – dai frammenti religiosi alle icone pop più grottesche – come strumenti di controllo violento. La sua figura richiama inevitabilmente i populismi moderni, trasformando il film in uno specchio deformante della nostra realtà.

Oltre lo zombie movie: un’esperienza sensoriale

In questo capitolo, gli infetti sono diventati parte del paesaggio, una costante atmosferica come il cielo grigio della Gran Bretagna. La vera paura scaturisce dalle strutture di potere, dal modo in cui gli uomini riscrivono le regole quando la civiltà è solo un eco lontana. È un approccio che dialoga con capolavori come The Last of Us, ma con una ferocia ancora più politica e simbolica.

L’esperienza visiva è accompagnata dalle sonorità ipnotiche di Hildur Guðnadóttir, che riesce a far convivere sound design industriale e melodie strazianti, intervallate da una colonna sonora audace che spazia dai Radiohead agli Iron Maiden. È un cortocircuito estetico che spiazza e affascina, tipico del cinema che non vuole rassicurare ma scuotere.

28 Anni Dopo: Il Tempio delle Ossa è un film imperfetto e bizzarro, a tratti volutamente grottesco, ma proprio per questo vitale. È un laboratorio di idee che ci interroga sulla fragilità della nostra sicurezza e sul bisogno umano di aggrapparsi ai miti, anche quando sono fatti di ossa. E quel finale… quel finale promette di riaccendere discussioni che dureranno anni.


Cosa ne pensate di questo nuovo corso della saga? Credete che la visione di Nia DaCosta abbia reso giustizia all’eredità di Boyle, o preferivate l’approccio più crudo dei primi capitoli? Il Dottor Kelson è un salvatore o un folle pericoloso?

Jennifer Lawrence e Josh Hutcherson tornano in “Hunger Games: L’Alba sulla Mietitura” – Panem chiama di nuovo

Rientrare nell’universo di Panem significa ritrovare un senso di inquietudine familiare, quasi un nodo allo stomaco che si risveglia appena scorriamo un trailer o riconosciamo quel sibilo metallico dell’arco di Katniss. Ogni nuova incursione nella saga ricorda un vecchio incubo che non abbiamo mai davvero smesso di sognare, un luogo in cui la brutalità e la speranza convivono come due tributi obbligati a spartirsi lo stesso campo. Ed è proprio in questo ritorno, atteso da anni e discusso ovunque tra forum, gruppi social e chiacchiere da fandom, che arriva la notizia destinata a incendiare l’hype: Jennifer Lawrence e Josh Hutcherson torneranno sullo schermo.

Non come protagonisti, certo. Ma come presenza. Come legame emotivo. Come eco di un futuro che non ha mai smesso di appartenerci.

The Hunger Games: L’Alba sulla Mietitura, in arrivo nel 2026, esplora un territorio che i fan conoscevano solo attraverso il dolore masticato dalla saga originale: i Cinquantesimi Hunger Games, la Seconda Edizione della Memoria, la battaglia che ha reso Haymitch Abernathy un superstite prima ancora che un mentore. Da questo prequel non nasce un racconto di vittoria, ma un viaggio nella ferita che ha plasmato uno dei personaggi più complessi del franchise.

Haymitch prima di diventare Haymitch

La figura di Haymitch, nel corso degli anni, è diventata un simbolo. Non solo un mentore, non solo un ribelle riluttante, non solo la mente lucida dietro la frenesia dell’arena. È l’uomo che porta addosso il peso dell’errore, della strategia, della sopravvivenza e del rimorso. Vederne l’origine significa finalmente comprendere cosa significhi davvero uscire vivi da un Quarter Quell… e pagare il prezzo per decenni.

Joseph Zada raccoglie un’eredità pesante, quella che Woody Harrelson aveva reso indelebile. Ma non tenta di duplicarla: sceglie la strada più rischiosa, quella che ogni vero fan rispetta. Restituisce un Haymitch che non conosce ancora l’alcol come sedativo, che non ha imparato a trasformare l’ironia in corazza, che non si è ancora perso né ritrovato. È un ragazzo che lotta e sbaglia, che stringe alleanze disperate, che osserva Capitol crescere come un mostro di finta eleganza.

Accanto a lui, Whitney Peak interpreta Lenore Dove Baird, una figura fondamentale nell’intreccio emotivo e politico dell’epoca. La loro dinamica sembra destinata a esplodere, più per intensità umana che per retorica narrativa.

Un’arena che non vuole piacere

Il trailer del film offre un messaggio netto, quasi brutale: niente estetizzazione della violenza. Niente spettacolarizzazione patinata. L’arena non appare come un parco macabro progettato per intrattenere il pubblico, ma come un laboratorio di dolore strutturato per ribadire un’idea semplice e glaciale: il potere vince, i distretti sopravvivono solo se obbediscono.

Per la prima volta da anni, i tributi sembrano davvero adolescenti. Volti spaventati, non supereroi in erba. E questo basta a far capire quanto Francis Lawrence – che torna dietro la macchina da presa dopo Catching Fire, Mockingjay e The Ballad of Songbirds & Snakes – abbia deciso di restituire alla saga la sua identità più cruda. Il cinema non deve rendere i Giochi spettacolari: deve ricordarci che erano orrore. Che erano rituale. Che erano propaganda.

Il nuovo volto di Snow, il ritorno di Heavensbee

L’eredità lasciata da Donald Sutherland era quasi impossibile da raccogliere. Eppure Ralph Fiennes, attore capace di trasformare qualunque villain in un’icona mitologica, porta sullo schermo un Coriolanus Snow più freddo, più maturo, più lucido nella sua calma inquietante. Un leader che ha già imparato a nascondere i propri demoni dietro un’eleganza mortale.

Jesse Plemons, nel ruolo di Plutarch Heavensbee, aggiunge un’aura di imprevedibilità quasi magnetica. È impossibile non interrogarsi su quanto della rivoluzione futura possa essere intravista nei suoi gesti, nelle sue scelte, nei suoi silenzi.

Il ritorno di Katniss e Peeta: cameo o ponte narrativo?

Il romanzo Sunrise on the Reaping contiene già un piccolo scorcio su Katniss e Peeta adulti, nel mondo post-guerra. È lì che molti fan hanno iniziato a domandarsi se Jennifer Lawrence e Josh Hutcherson sarebbero tornati almeno per un cameo. Ora è realtà. Ma le modalità restano avvolte nel mistero.

Flashforward? Ricordo? Cornice narrativa?
La produzione mantiene il silenzio, e forse è giusto così: parte del fascino degli Hunger Games è sempre stata l’attesa, l’incertezza, il non sapere fino all’ultimo quanto di quel mondo sarebbe stato riscritto.

Resta però una domanda inevitabile: Woody Harrelson tornerà nei panni del futuro Haymitch? Nessuna conferma, nessun rifiuto. Solo un’attesa fatta di speculazioni, meme, teorie e un fandom che non ha mai smesso di voler bene a quel mentore mezzo disfatto e completamente geniale.

Francis Lawrence e la cronologia nascosta nel cuore della saga

Sunrise on the Reaping si colloca tra The Ballad of Songbirds & Snakes e la trilogia originale. È il pezzo mancante per comprendere come i Giochi siano diventati un sistema narrativo autoalimentato, un rituale crudele che doveva servire da lezione permanente. Vedere Haymitch vincere un’edizione così sanguinaria significa anche ripercorrere i primi scricchiolii del sistema che, anni dopo, Katniss avrebbe incendiato.

Guardare al futuro attraverso il passato è sempre stato uno dei tratti più intelligenti del mondo di Suzanne Collins. Non è nostalgia: è analisi politica, sociologica, emotiva.

Verso il 20 novembre 2026: il countdown è iniziato

La data è segnata, evidenziata, condivisa, salvata nei promemoria emotivi del fandom. Il viaggio verso Panem riparte ufficialmente il 20 novembre 2026, e l’attesa è la miccia che alimenta discussioni, teorie e rewatch compulsivi.

Questo è il momento perfetto per riguardare l’intera saga, o rileggerne i romanzi. Ogni viewing regala nuove sfumature: la propaganda, i simboli, le dinamiche tra distretti, gli accenni di ribellione che un tempo apparivano minimi e oggi diventano fondamentali. E soprattutto, il percorso di Haymitch: un personaggio che, già dal principio, era più di un mentore. Era una cicatrice vivente. Un ammonimento. Una promessa.

E ora tocca a voi: quale parte del trailer vi ha fulminati?

La community nerd sta già esplodendo di teorie:
Chi sarà davvero l’alleato di Haymitch?
Come cambierà la percezione del Presidente Snow dopo la versione di Fiennes?
Katniss e Peeta appariranno solo per pochi frame o avranno un ruolo simbolico più ampio?

L’arena si è aperta. E come sempre, non si entra per guardare soltanto: si entra per sentirsi parte della storia.

Che l’Alba abbia inizio.

28 anni dopo: l’horror evoluto di Danny Boyle e Alex Garland che racconta un’umanità allo specchio

C’è un certo tipo di cinema che non ti lascia mai. Non parlo di quelli che rivedi ogni Natale o che citi a memoria nei giochi da pub. Parlo di quei film che si infilano sotto la pelle, che sedimentano nel subconscio e rispuntano, prepotenti, nei momenti più imprevedibili. Per me, 28 giorni dopo è sempre stato uno di quelli. Non solo un film, ma un’esperienza sensoriale, quasi tattile, che ha cambiato il modo in cui guardo l’orrore sullo schermo. La corsa sfrenata di Cillian Murphy in una Londra vuota, la musica di John Murphy che monta come un’onda di panico, gli occhi rossi degli infetti: sono immagini che non si cancellano.

 

E ora eccoci qui, oltre vent’anni dopo, con 28 anni dopo. Un titolo che potrebbe sembrare una semplice operazione nostalgia – e invece no. Quello che Danny Boyle e Alex Garland ci regalano non è solo un sequel. È una riflessione lucida e spietata su cosa significhi vivere dopo la fine del mondo. E soprattutto: su cosa significhi essere ancora umani.

La cosa che mi ha colpito subito – ancor prima dei titoli di testa – è la consapevolezza del film di trovarsi in un mondo post-pandemico. Non parlo solo della narrazione, ma dello sguardo con cui ci osserva. 28 anni dopo sa benissimo che lo spettatore del 2025 ha conosciuto l’isolamento, la paura dell’altro, il silenzio improvviso delle città. Lo accoglie. Lo ingloba nella sua struttura. È come se il film ci dicesse: “Vi ricordate la finzione? Ora fa più paura perché sapete quanto sia vicina alla realtà.”

Il Regno Unito, nella finzione, è diventato un buco nero nella mappa. Nessun contatto, nessuna speranza. La vita resiste solo in forma di ruggine, muschio e sangue. E al centro di questo inferno c’è una famiglia spezzata. Jamie, interpretato da un Aaron Taylor-Johnson in stato di grazia, si è rifugiato con sua moglie Isla e il piccolo Spike su una di quelle isole sospese nel tempo e nelle maree. La malattia che corrode Isla non è il virus, ma qualcosa di ancora più crudele perché reale: una degenerazione senza nome, senza cura. E quando Spike decide di affrontare il mondo per cercare una salvezza impossibile, capisci che il film non parlerà solo di infetti. Parlerà di legami. Di speranze disperate. Di quanto siamo disposti a rischiare per chi amiamo.

La prima metà è un ritorno all’origine del genere. Boyle ha ancora quella furia visiva che ti incolla alla poltrona: la camera a mano che trema come il battito cardiaco, i tagli frenetici, la luce naturale che filtra tra le rovine. Ma ciò che impressiona di più è come l’universo degli infetti si sia evoluto. Non sono più solo corpi rabbiosi e incontrollabili. Sono diventati parte di un ecosistema. Lenti, veloci, mostruosi: ognuno ha una funzione. E guardandoli, non puoi non pensare al modo in cui anche i virus reali mutano, imparano, sopravvivono. C’è una logica fredda, una coerenza scientifica che rende tutto ancora più agghiacciante.

Ma è la seconda parte del film a sorprendermi davvero. Quando Spike e Isla si inoltrano verso il continente, il tono cambia. Non è più solo tensione. È poesia oscura. È viaggio interiore. Ho pensato a The Road, certo, ma anche a Cuore di tenebra, a Stalker di Tarkovskij. Si abbandonano le regole dell’action e si entra in un campo più rarefatto, più doloroso. Le rovine parlano. I silenzi diventano assordanti. Garland sa scrivere la paura non solo come minaccia esterna, ma come voragine dell’anima. E Boyle, con la sua regia istintiva ma calibrata, trasforma le immagini in meditazioni visive. Ogni inquadratura pesa, resta, scava.

Il cast è magnetico. Taylor-Johnson è una forza quieta: senti ogni sua scelta come una ferita. Jodie Comer, fragile e luminosa, regala una performance che spezza il cuore. E Ralph Fiennes – non so nemmeno da dove cominciare. Il suo Dr. Kelson è l’incarnazione del dubbio etico: è un medico? Un santone? Un sopravvissuto che ha perso l’anima? Ogni suo sguardo è un enigma. E poi c’è quel momento. Il viso sfocato di un infetto. Quegli occhi. Quella mascella. Non dicono nulla, ma lo sai. Sì, lo sai. Boyle e Garland non ti servono Cillian Murphy su un piatto d’argento. Ti fanno desiderare che ci sia. E temere che ci sia.

La produzione è sontuosa, ma non perde mai l’anima indie che ha reso grande il primo film. Ogni dollaro del budget – 75 milioni – è investito nel mondo, non nell’effetto. Ci sono immagini che mi porterò dietro: una città sommersa, un campo pieno di croci fatte con i rottami, un bambino che accende un fuoco nella notte. E poi il suono. I momenti di silenzio assoluto. I crescendo elettronici. La colonna sonora è una lama, e taglia nei momenti giusti.

E infine, c’è la promessa. Questo è solo l’inizio. 28 Years Later: The Bone Temple è già pronto. Nia DaCosta alla regia è una scelta coraggiosa e stimolante. Se manterranno questa coerenza, se continueranno a raccontare l’apocalisse con occhi umani e feriti, allora non ci troveremo di fronte a una semplice trilogia. Ma a una nuova mitologia.

28 anni dopo è un film che non spaventa per il sangue, ma per la verità. Perché parla di solitudini, di memorie, di futuri incerti. È un horror che riflette, che morde piano prima di affondare i denti. E io, da appassionata irriducibile del genere, non posso che sentirmi grata. Perché non è solo un grande film. È un grande sguardo sul mondo. Uno di quelli che, una volta che li hai incontrati, non ti abbandonano più.

The Choral: Un racconto tra Umanità, Musica e Guerra Firmato Hytner e Bennett

Nel panorama cinematografico contemporaneo, una collaborazione tra un regista di talento come Nicholas Hytner e uno sceneggiatore di grande spessore come Alan Bennett non può che suscitare grande aspettativa. Dopo aver regalato al pubblico gioielli come The Lady in the Van, The History Boys e The Madness of King George, la coppia torna a lavorare insieme in The Choral, un progetto che si distacca dalle loro precedenti esperienze teatrali, proponendo una storia originale che affonda le sue radici nella drammaticità e nella leggerezza della vita.

The Choral è un film che racconta, con un sapiente equilibrio tra comicità e dramma, le vicende di un gruppo di adolescenti nell’Inghilterra del 1916, a pochi passi dalla Grande Guerra. La storia è ambientata nella cittadina immaginaria di Ramsden, nello Yorkshire, dove il maestro di coro Dr. Guthrie, interpretato da un affascinante Ralph Fiennes, dirige la locale Choral Society. Con un piglio rigoroso e un animo appassionato, Guthrie è deciso a preparare i giovani per una performance dell’opera The Dream of Gerontius di Edward Elgar. Ma, come spesso accade nelle opere di Bennett, la realtà si intreccia con la tragedia e, al posto di un semplice spettacolo, si trova davanti a un gruppo di ragazzi che si preparano ad affrontare l’incertezza della guerra.

Questa piccola comunità di coristi, formata da ragazzi e ragazze che hanno risposto alla chiamata della guerra, diventa il fulcro della narrazione. La scoperta delle gioie del canto si scontra inevitabilmente con la consapevolezza della partenza imminente per il fronte. Il coro diventa così metafora di una resistenza non solo contro le atrocità della guerra, ma anche contro le angosce esistenziali che la vita stessa può riservare.

Quello che colpisce subito di The Choral è la sua capacità di fondere l’elemento comico con il dramma in modo raffinato. La scrittura di Alan Bennett, che riesce a far emergere l’umanità anche nei momenti più oscuri, si unisce alla regia di Nicholas Hytner, noto per il suo sguardo sensibile e mai melodrammatico verso le sfide della vita. Il film non è solo una riflessione sulla guerra, ma una vera e propria esplorazione della speranza, della comunità e della forza che può nascere anche nei periodi più bui.

Ralph Fiennes, nel ruolo di Dr. Guthrie, è perfetto nel rappresentare un uomo severo e visionario, la cui passione per la musica è in grado di sconvolgere e, al contempo, dare serenità ai giovani che guidano nel loro viaggio di consapevolezza. Al suo fianco, Simon Russell Beale, nel ruolo di un altro membro della Choral Society, contribuisce con la sua solida interpretazione a dare spessore alla dinamica del gruppo. Il cast si arricchisce poi di altri nomi importanti, come Roger Allam, noto per la sua versatilità, e Ellie Sager, che aggiungono complessità al racconto.

L’aspetto che rende particolarmente interessante The Choral è il modo in cui esplora il contrasto tra la giovinezza e la morte. I ragazzi, a loro modo, trovano rifugio nella musica, ma la consapevolezza della guerra imminente incombe su di loro come una spada di Damocle. Ogni momento trascorso insieme a cantare, a scoprire il potere del suono e della melodia, diventa una parentesi fugace di bellezza in un contesto di incertezze e paure. La performance del coro, che rappresenta un atto di resistenza non solo alla guerra, ma anche al destino che si avvicina inesorabilmente, diventa un simbolo potente di speranza.

Sony Pictures Classics, BBC Film e Screen Yorkshire sono i produttori di questa pellicola che, a partire da maggio 2024, ha preso vita nelle campagne dello Yorkshire. Le riprese, che si preannunciano suggestive, contribuiranno a dare il giusto risalto a una storia che mescola storia, umanità e la magia della musica. L’uscita del film è prevista per il 2025 o il 2026, con una distribuzione mondiale che, inclusa l’Inghilterra, sicuramente non tarderà a far breccia nel cuore del pubblico. The Choral si profila come una di quelle opere che riescono a catturare l’essenza della vita stessa: il dolore e la gioia, la paura e la speranza. Grazie alla regia impeccabile di Nicholas Hytner e alla sceneggiatura delicata ma incisiva di Alan Bennett, il film ha tutte le carte in regola per diventare un classico contemporaneo. La bellezza delle sue melodie, mescolata con la crudezza della guerra, sarà sicuramente in grado di emozionare e commuovere chiunque lo guarderà, regalando un’esperienza cinematografica unica.

The Menu su Disney+

Disney+ ha annunciato che il film Searchlight Pictures The Menu, diretto da Mark Mylod, con una sceneggiatura di Seth Reiss & Will Tracy, arriverà in streaming in Italia dal 4 gennaio 2023 in esclusiva su Disney+.

 
In The Menu, una coppia, Margot (Anya Taylor-Joy) e Tyler (Nicholas Hoult), si reca su un’isola costiera degli Stati Uniti nord-occidentali per mangiare in un ristorante esclusivo, Hawthorn, dove il solitario Chef Julian Slowik (Ralph Fiennes), famoso in tutto il mondo, ha preparato un sontuoso menù degustazione per alcuni ospiti speciali appositamente selezionati. Oltre alla coppia, ci sono tre giovani esperti di informatica già ubriachi, Bryce (Rob Yang), Soren (Arturo Castro) e Dave (Mark St. Cyr), una coppia benestante e più anziana composta da due clienti abituali del ristorante, Anne e Richard (Judith Light e Reed Birney), il celebre critico gastronomico Lillian Bloom (Janet McTeer) e il suo servile caporedattore Ted (Paul Adelstein), e una famosa star del cinema di mezz’età (John Leguizamo) con la sua assistente Felicity (Aimee Carrero). Organizzata dai membri impeccabilmente vestiti del personale di sala, diretto dal generale Elsa (Hong Chau), la serata è dominata da una tensione crescente che aleggia su ciascun tavolo degli ospiti mentre vengono svelati segreti e vengono serviti piatti inaspettati. Quando si verificano eventi folli e violenti, le vere motivazioni di Slowik iniziano a inquietare i clienti, e diventa sempre più chiaro che il suo elaborato menù è stato pianificato per culminare con un finale scioccante. 
 

The King’s Man – Le Origini

Da 20th Century Studios arriva The King’s Man – Le Origini, il prequel dei primi due film del franchise di Kingsman diretti da Matthew Vaughn: Kingsman – Secret Service e Kingsman – Il Cerchio d’OroThe King’s Man – Le Origini rivela le origini della prima agenzia di intelligence indipendente: quando i peggiori tiranni e menti criminali della storia si riuniscono per organizzare una guerra per spazzare via milioni di vite, un uomo dovrà correre contro il tempo per fermarli. The King’s Man – Le Origini è basato sul fumetto The Secret Service di Mark Millar e Dave Gibbons, mentre il soggetto è di Matthew Vaughn e la sceneggiatura è firmata da Matthew Vaughn & Karl Gajdusek (The November Man, Oblivion). Il film arriverà il 5 gennaio 2022 nelle sale italiane, distribuito da The Walt Disney Company Italia.

The King’s Man – Le Origini è diretto da Matthew Vaughn (Kingsman – Secret Service, Kingsman – Il Cerchio d’Oro, Kick-Ass) e interpretato da Ralph Fiennes (Spectre, Grand Budapest Hotel), Gemma Arterton (Summerland, The Escape), Rhys Ifans (Snowden, Alice Attraverso lo Specchio), Matthew Goode (Downton Abbey, Official Secrets – Segreto di stato), Tom Hollander (Bird Box, Bohemian Rhapsody), Harris Dickinson (Maleficent – Signora del Male, Darkest Minds) e Daniel Brühl (Rush, La signora dello zoo di Varsavia), con Djimon Hounsou (Captain Marvel, In America – Il sogno che non c’era) e Charles Dance (The Crown, Il Trono di Spade).

Nel 2014 Kingsman – Secret Service ci aveva fatto conoscere Harry Hart, un’affabile spia gentiluomo, e Gary “Eggsy” Unwin, un ragazzo dei bassifondi che aveva disperatamente bisogno di una figura paterna. Harry aveva reclutato Eggsy, insegnandogli a diventare una spia e un gentleman, e insieme ai loro colleghi dell’agenzia Kingsman, i due avevano sconfitto il malvagio miliardario e genio della tecnologia Richmond Valentine. Nel sequel del 2017 Kingsman – Il Cerchio d’Oro, abbiamo incontrato la controparte americana dell’agenzia, la Statesman, mentre l’antagonista di turno era l’imprenditrice e narcotrafficante Poppy Adams. Ma in questo nuovo capitolo, The King’s Man – Le Origini, la storia ha inizio più di un secolo prima e si svolge nell’ombra della Prima Guerra Mondiale, spiegandoci i motivi che portarono alla nascita dell’agenzia Kingsman.

Il regista  ha assemblato un’impressionante squadra di filmmaker per portare sul grande schermo The King’s Man – Le Origini: il direttore della fotografia Ben Davis (Dumbo, Captain Marvel); lo scenografo Darren Gilford (Star Wars: Il Risveglio della Forza, Kingsman – Il Cerchio d’Oro); la costumista Michele Clapton (Mamma Mia! Ci risiamo, Il Trono di Spade); i montatori Jason Ballantine (It, Mad Max: Fury Road) e Rob Hall (Final Score – L’ultima partita, Bobby); i compositori Matthew Margeson (Rocketman, Kingsman – Il Cerchio d’Oro) & Dominic Lewis (Peter Rabbit, Piccoli brividi 2 – I fantasmi di Halloween); e il VFX supervisor Angus Bickerton (Kingsman – Il Cerchio d’Oro, Monuments Men). The King’s Man – Le Origini è prodotto da Matthew Vaughn, p.g.a. e dagli altri due produttori della saga di Kingsman, David Reid, p.g.a. e Adam Bohling, p.g.a., mentre Mark Millar, Dave Gibbons, Stephen Marks, Claudia Vaughn e Ralph Fiennes sono i produttori esecutivi.

Il regista-sceneggiatore-produttore Matthew Vaughn afferma:

“Volevo fare qualcosa di diverso… Volevo realizzare un’avventura spettacolare ed epica. Quando ero bambino, i cinema erano pieni di film come Lawrence d’Arabia, che erano epici senza essere mai noiosi. Ho pensato di rilanciare quel genere. Volevo togliermi questa soddisfazione”.

Fondamentalmente questo significava che il tono avrebbe dovuto cambiare, come spiega Karl Gajdusek, che ha scritto la sceneggiatura insieme a Vaughn:

“Ci siamo rapidamente resi conto che avremmo dovuto scrivere un film con un tono diverso dai primi due, con un tono tutto suo. È uno straordinario mix tra una versione scandalosa, punk e tagliente della storia, e un’esplorazione piuttosto seria e commovente della quantità di morte che fu scatenata dalla Prima Guerra Mondiale”.

Gajdusek afferma che, affinché questo approccio funzionasse a dovere, l’attenzione ai dettagli era fondamentale:

“Le date sono tutte esatte, gli eventi sono fedeli a quelli reali, abbiamo dato credito a tutti i dettagli storici. Ci limitiamo semplicemente a suggerire che ciò che raccontiamo nel nostro film sia avvenuto dietro le quinte, all’interno di stanze nascoste”,

Daniel Brühl, che nel film interpreta un personaggio realmente esistito, Erik Jan Hanussen, crede che questo lungometraggio abbia anche un elemento educativo:

“Sì, è un film d’azione molto divertente, pieno di comicità e con tutti gli elementi tipici del genere, ma allo stesso tempo è anche una lezione di storia molto godibile… Anche se la storia è stata reinventata, i conflitti sono reali e alcuni dei personaggi che vediamo sono realmente esistiti: questo è davvero intrigante, perché permette di imparare qualcosa o riporta alla mente un capitolo storico particolare… Sono rimasto a bocca aperta leggendo la sceneggiatura. Volevo assolutamente sapere cosa sarebbe successo. Mi ha riportato alla mente il periodo in cui ho girato Bastardi senza gloria con Quentin Tarantino. Da questo punto di vista è piuttosto simile: reinventa la storia e unisce personaggi fittizi e altri realmente esistiti (e affascinanti), combinandoli tra loro in modo perfettamente sensato”.

Se il film di Tarantino riscriveva alcuni elementi della Seconda Guerra Mondiale, quello di Vaughn affronta invece la Prima Guerra Mondiale. Rivela Ralph Fiennes, che interpreta il Duca di Oxford:

“Da quello che vedo, Matthew non ha paura di mostrare gli orrori di quegli eventi… L’orrore, lo scioccante spreco di vite umane e i massacri sono un tema molto importante nel film. Potremmo dire che questo Kingsman ha un lato più serioso. Ma conserva comunque tutti gli elementi di Kingsman che conosciamo: umorismo, azione e avventura”.

L’ispirazione è arrivata anche dal primo film di Kingsman, come spiega Vaughn:

“Il discorso che Harry Hart pronuncia di fronte a Eggsy quando si trovano nell’ascensore spiega in un certo senso le origini della Kingsman. Ricordo che ho preso in mano una vecchia stesura della sceneggiatura, ho riletto il discorso e ho pensato ‘Come posso realizzare un film su quel discorso?’. E in quel momento mi è venuto in mente. Ho visto tutto il film nella mia testa e poi ho scritto il soggetto”.

Fiennes afferma che il monologo di Harry Hart influenza alcune parole pronunciate dal suo personaggio:

“Ho un monologo che richiama direttamente il discorso pronunciato da Harry Hart nel primo film. È incentrato sull’idea di proteggere e preservare la vita. La Kingsman è un’agenzia di intelligence indipendente ideata per eliminare la burocrazia delle agenzie di spionaggio governative e favorire princìpi come la pace e l’umanità. È stata creata per questo. Ricorda le leggende arturiane sui cavalieri che combattevano contro il male e le ingiustizie”.

Per quanto riguarda la trama, Gajdusek la descrive come:

“la storia di un padre che ha fatto un voto di pacifismo e sta cercando di proteggere suo figlio da quella follia, iniziando a sospettare che forse quella follia non è casuale, ma è manovrata da una forza oscura”.

Tom Hollander, che interpreta tre ruoli nel film, parla degli antagonisti della storia:

“Il pericolo proviene da un’asse del male creato da molte figure storiche che probabilmente non erano collegate, ma lo sono in questa storia. Mata Hari, Rasputin ed Erik si conoscono e fanno parte di una sorta di congrega di malvagità creata da un personaggio fittizio noto come il Pastore. E il Pastore ha l’obiettivo di distruggere le società che governano l’Europa”.

Vaughn è convinto che The King’s Man – Le Origini sia un film in costume capace di parlare agli spettatori moderni. “Voglio che i ragazzi si rendano conto che, quando il mondo è governato da un gruppo di pazzi, le cose possono andare fuori controllo molto velocemente”, afferma Vaughn. “E ci troviamo in un clima politico molto simile a quello antecedente alla Prima Guerra Mondiale, in cui nessuno credeva che potesse esserci una guerra, poi ci fu una guerra, e nessuno capì come mai. La Prima Guerra Mondiale fu una vera follia e la Kingsman venne fondata proprio per questo”.

Harry Potter 20th Anniversary: Return to Hogwarts

Harry Potter 20th Anniversary: Return to Hogwarts  andrà in onda oggi, primo gennaio 2021, in contemporanea con gli Usa, in prima tv assoluta su Sky Cinema Harry Potter e in streaming su NOW. Oltre allo speciale della reunion il canale Sky Cinema Harry Potter, che si accederà dall’1 al 16 gennaio, ospiterà tutti gli otto film della saga.

Come annunciato, questo evento televisivo nasce per celebrare l’anniversario del primo capitolo, Harry Potter e la Pietra Filosofale regalerà potterhead di tutto il mondo un magico viaggio alla scoperta di una delle saghe cinematografiche più amate di sempre, proponendo una reunion davvero emozionante fra Daniel RadcliffeRupert GrintEmma Watson gli altri membri del cast e del team creativo della saga cinematografica di Harry Potter. Un icontro sul set originale dei film per parlare dei loro ricordi legati alla serie di film. Alle nuove dichiarazioni viene mescolato del materiale di repertorio: interviste rilasciate in passato, conferenze stampa e dietro le quinte dei film, scene originali dei lungometraggi. L’autrice della serie di romanzi originaria, J. K. Rowling, prende parte al documentario solo nel materiale di repertorio.

Lo speciale è prodotto da Warner Bros. Unscripted Television in associazione con Warner Horizon nell’iconico Warner Bros. Studio Tour London—The Making of Harry Potter. Il produttore esecutivo dello speciale è Casey Patterson della Casey Patterson Entertainment (A West Wing Special to Benefit When We All Vote) e di Pulse Films (Beastie Boys Story).

 

Nureyev – The White Crow: il film di Ralph Fiennes che racconta il ballerino ribelle che sfidò l’Unione Sovietica

Quando si parla di leggende della danza, il nome di Rudolf Nureyev risuona come un tuono, anche per chi magari di balletto capisce poco o nulla. Ed è proprio a questo mito ribelle e geniale che Ralph Fiennes ha dedicato il film Nureyev – The White Crow, adattamento cinematografico della biografia Rudolf Nureyev: The Life scritta da Julie Kavanagh. Non un semplice biopic, ma un viaggio intenso, elegante e tormentato nella vita di un uomo che ha danzato non solo sui palcoscenici più prestigiosi del mondo, ma anche sul filo tagliente della libertà, del desiderio e della ribellione politica.

Fiennes, che molti nerd cinefili amano per il suo Voldemort in Harry Potter o per le sue interpretazioni intense in pellicole come Schindler’s List e Il paziente inglese, qui non solo dirige con mano raffinata il suo terzo film da regista, ma si cala anche nei panni di Alexander Pushkin, maestro di danza di Nureyev, dando vita a un personaggio fragile, quasi timido, eppure determinante per la carriera del giovane ballerino.

Il protagonista, interpretato dal talentuoso Oleg Ivenko (ballerino professionista al suo debutto cinematografico), è un Nureyev orgoglioso, inquieto, caparbio. Dall’infanzia trascorsa a Ufa, città sperduta e gelida della Russia sovietica, agli anni di formazione nella scuola di danza a Leningrado, il film ci accompagna passo dopo passo nella costruzione di un mito. E quando a soli ventidue anni entra a far parte del prestigioso Kirov Ballet, il ragazzo ribelle si ritrova per la prima volta a Parigi, nel 1961, per una tournée che cambierà per sempre il corso della sua vita.

Ma non è solo il palcoscenico a catalizzare l’attenzione del pubblico. Lì, dietro le quinte, c’è la tensione di un’epoca divisa dalla cortina di ferro. Gli agenti del KGB osservano Rudy con sospetto, preoccupati dalla sua amicizia con la giovane Clara Saint e dal suo atteggiamento libero e anticonformista. Quando arriva l’ordine di farlo rimpatriare per esibirsi al Cremlino, Nureyev capisce che la sua arte, la sua identità e la sua stessa esistenza sono intrappolate in una gabbia dorata. Ed è lì, in un aeroporto parigino, che il film raggiunge il suo culmine emotivo: Rudy decide di chiedere asilo politico alla Francia, scegliendo la libertà a costo di abbandonare per sempre patria, famiglia e amici.

La regia di Fiennes è sobria, elegante, capace di dare spazio alla danza senza mai trasformarla in semplice spettacolo visivo. Si percepisce il sudore delle prove, la fatica, l’abnegazione, ma anche l’arroganza geniale di un uomo destinato a riscrivere le regole del balletto classico. Le scene a Parigi, illuminate da una fotografia quasi pittorica, ci fanno respirare quell’aria di libertà e seduzione che la città rappresentava per un giovane venuto dall’Est.

The White Crow, il corvo bianco, non è solo un titolo evocativo: nella tradizione russa indica qualcosa di unico, di diverso, di raro. Ed è esattamente ciò che Nureyev è stato, dentro e fuori dal palcoscenico.Se siete appassionati di storie di ribellione, di personaggi larger-than-life e di drammi biografici intensi, Nureyev – The White Crow è un appuntamento da non perdere. E fidatevi, anche se non avete mai assistito a un balletto in vita vostra, vi ritroverete rapiti dal carisma di questo artista indomabile. D’altronde, chi può resistere al fascino di un uomo che ha sfidato un impero, danzando verso la libertà? Voi lo avete già visto o avete intenzione di farlo? Vi ha colpito più la parte artistica o quella politica della storia di Nureyev? Parliamone nei commenti qui sotto o condividete l’articolo sui vostri social per scatenare il dibattito: il mito di Rudy non smette mai di farci battere il cuore!