Lo chiamavano Jeeg Robot torna al cinema in 4K: perché il cinecomic di Mainetti ha cambiato il cinema

Modalità nostalgia attivata. Ma quella autentica, non filtrata dai ricordi addomesticati dai social. Dieci anni possono sembrare un battito di ciglia se li misuri con il ritmo delle piattaforme, ma diventano un’era intera se li attraversi con la memoria di chi è cresciuto tra VHS consumate, forum notturni e discussioni infinite su quale fosse il vero significato di Evangelion.

Febbraio 2016 non è solo una data. È una sensazione. È la sala che si spegne e quella consapevolezza improvvisa che qualcosa di diverso sta accadendo sullo schermo. Non l’ennesimo tentativo di imitare Hollywood, non una copia sbiadita del cinecomic americano. Un corto circuito tutto nostro. Si chiamava Lo chiamavano Jeeg Robot e portava il nome di un anime che per molti di noi non è mai stato soltanto un cartone animato, ma una grammatica emotiva.

Diretto da Gabriele Mainetti, il film prende il mito di Jeeg robot d’acciaio e lo scaraventa in una Roma sporca, periferica, concreta. Il riferimento all’opera di Go Nagai non è una strizzata d’occhio nostalgica per quarantenni cresciuti con le sigle urlate davanti alla TV. È un elemento narrativo centrale. Alessia, fragile e sospesa in un mondo tutto suo, è convinta che Hiroshi Shiba esista davvero. E lo riconosce in Enzo Ceccotti.

Enzo non è un predestinato. Non è il prescelto. È un ladruncolo romano che sopravvive ai margini, che pensa solo a riempire il frigorifero e a non farsi notare troppo. Il contatto con sostanze radioattive nascoste nel Tevere gli regala forza sovrumana e resistenza quasi totale ai colpi. La scena della sparatoria, la caduta nel vuoto, la scoperta graduale di un corpo che non si spezza più: sono passaggi da origin story classica, ma filtrati attraverso un realismo ruvido che odora di cemento e umidità.

All’inizio Enzo usa i poteri per fare soldi. Nessuna missione morale, nessuna chiamata cosmica. Solo opportunismo. Questa è la scelta che rende Lo chiamavano Jeeg Robot diverso da qualsiasi cinecomic italiano precedente. L’eroismo non è un destino scritto, è un processo doloroso. È qualcosa che ti viene imposto dagli eventi e dalle persone che incontri.

Alessia, interpretata da Ilenia Pastorelli, è il cuore emotivo della storia, anche se il film non la tratta mai con pietismo. Vive immersa nell’immaginario degli anime giapponesi, confonde realtà e finzione, ma proprio per questo è l’unica a vedere l’eroe prima che Enzo lo accetti. La loro relazione è tenera e disturbante insieme, attraversa momenti di dolcezza e una violenza che segna un punto di non ritorno. Non è una favola. È un percorso accidentato verso la consapevolezza.

Sul fronte opposto si muove Fabio Cannizzaro, detto lo Zingaro. Luca Marinelli costruisce un antagonista che resta inciso nella memoria collettiva. Ossessionato dalla fama, dalla musica pop italiana anni Settanta e Ottanta, dall’idea di essere qualcuno. Non è un semplice boss criminale. È un uomo che vuole essere guardato, temuto, celebrato. La sua trasformazione in supervillain, dopo il contatto con le stesse sostanze radioattive, crea uno scontro che è fisico ma anche simbolico: due marginali che reagiscono al potere in modo opposto.

La sequenza dell’attentato durante la stracittadina, la lotta finale, l’esplosione nel Tevere, e poi quell’immagine iconica di Enzo sulla cima del Colosseo con la maschera di Jeeg realizzata da Alessia. Cinema di genere puro, ma con un’identità italiana fortissima. Non un’imitazione. Una dichiarazione.

La performance di Claudio Santamaria è parte integrante di questa identità. Venti chili in più, un corpo massiccio, movimenti pesanti. Ogni termosifone strappato dal muro, ogni bancomat piegato con le mani nude, ha un peso tangibile. In un’epoca dominata dalla CGI, quella fisicità concreta ha fatto la differenza. Non era un supereroe patinato. Era un uomo che faceva male davvero.

Il successo commerciale non fu un’esplosione da primo weekend. Crescita lenta, costante, sostenuta dal passaparola. Oltre cinque milioni di euro incassati con un budget contenuto, sette David di Donatello conquistati, sedici candidature. Premi per regia, attori, riconoscimenti che arrivavano dall’interno dell’industria. Un segnale forte: il cinema italiano poteva fare film di supereroi senza vergognarsi di essere italiano.

Molti speravano in una rivoluzione immediata. Una nuova stagione di cinecomic tricolori. Non è andata esattamente così. L’industria ha tentato di spingersi verso film di genere più spettacolari, ma il pubblico non sempre ha risposto con entusiasmo. Eppure qualcosa è cambiato sotto traccia. L’uso degli effetti visivi, del digitale, di una post-produzione più ambiziosa è diventato meno sospetto. Tecnici e professionisti hanno trovato maggiore ascolto. La diffidenza verso il linguaggio del blockbuster si è attenuata.

Mainetti ha scelto di non cavalcare subito l’onda con un sequel. Ha preferito rischiare ancora con Freaks Out, progetto più grande, più complesso, uscito in un periodo difficile per le sale. Una scelta coerente con l’idea che il cinema di genere in Italia debba esistere come ricerca, non come formula replicabile all’infinito.

Oggi Lo chiamavano Jeeg Robot torna al cinema in versione rimasterizzata 4K dal 2 al 4 marzo. Non è soltanto un’operazione nostalgia. È un banco di prova. Una verifica collettiva. Funziona ancora? Riesce ancora a parlare a chi è cresciuto con il Marvel Cinematic Universe già consolidato, con il multiverso come normalità narrativa?

Per chi ha vissuto l’epoca delle VHS registrate, delle sigle cantate a memoria, delle discussioni sui primi forum italiani, questo ritorno in sala è quasi un rito. Rivedere Enzo Ceccotti sul grande schermo significa ricordare che il supereroe può nascere in una periferia romana, che l’immaginario anime può dialogare con Pasolini e con il neorealismo, che il cinema italiano non deve chiedere il permesso a nessuno per osare.

La vera questione non riguarda solo il passato. Riguarda il presente. Siamo pronti a sostenere ancora film di supereroi italiani che rischiano, che non cercano la validazione americana, che affondano le mani nel nostro territorio e nella nostra cultura pop?

Io in sala ci torno. E voi? L’avete vissuto nel 2016 o lo scoprirete adesso in 4K? Parliamone. Perché alcune storie non smettono di evolversi. Aspettano solo che qualcuno riaccenda lo schermo e dica, ancora una volta, che sì, anche qui può nascere un eroe.


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