Kate Winslet ha deciso di attraversare una nuova linea del destino. Dopo aver incarnato figure scolpite nell’immaginario collettivo — dalla giovane Rose di Titanic alla detective tormentata di Omicidio a Easttown, passando per la guerriera subacquea di Avatar: La via dell’acqua — la diva britannica si avventura per la prima volta dietro la macchina da presa. Il suo esordio alla regia si chiama Goodbye June: un titolo che vibra di malinconia, transizioni, addii necessari e verità che non sempre si è pronti ad affrontare.
L’uscita nelle sale è fissata per il 12 dicembre 2025, in un circuito selezionato tra Regno Unito e Stati Uniti, quasi come se la pellicola avesse bisogno di un rituale iniziatico prima di arrivare al grande pubblico. Poi, il 24 dicembre, l’approdo planetario su Netflix, in quella serata sospesa dove ognuno di noi nasconde un piccolo rito, un film da vedere, un ricordo da affrontare. Questa volta, tra panettone e la tentazione di una partita a The Witcher 4, potrebbe esserci una storia capace di toccare punti che di solito evitiamo durante le feste.
Un progetto nato in famiglia, costruito con il coraggio dell’intimità
Winslet non si limita a dirigere: produce, guida, protegge. Goodbye June nasce infatti da un gesto affettivo unico. La sceneggiatura è firmata da Joe Anders, suo figlio, che ha scritto la prima bozza durante un corso di cinema. Un’idea consegnata quasi per gioco, ma accolta da sua madre come una fiammella da custodire. La storia ha iniziato a respirare, a crescere, fino a diventare un film che per Winslet era impossibile affidare a chiunque altro.
«Non avrei sopportato che qualcuno potesse alterare l’anima del testo di Joe», ha raccontato. «L’ho visto formarsi parola dopo parola. Era arrivato il momento di seguirlo anche sul set.»
Le riprese, avviate il 17 marzo 2025 nel Regno Unito, hanno visto una regista consapevole di portare addosso trent’anni di cinema. Ogni scelta, ogni primo piano, ogni silenzio sembra rispondere a una sensibilità maturata nel tempo, come se Winslet avesse aspettato il momento giusto per compiere il salto.
La storia di June: una madre luminosa davanti all’ombra della fine
Il cuore narrativo del film ruota attorno a June, interpretata da una splendida, tagliente e ironica Helen Mirren. June convive da tempo con la malattia, ma durante una vigilia di Natale le sue condizioni peggiorano rapidamente. È questo evento a costringere i suoi figli — interpretati da Kate Winslet, Toni Collette, Andrea Riseborough e Johnny Flynn — a riunirsi attorno a lei e al padre, impersonato da un intenso Timothy Spall.
L’aria di festa diventa così il teatro di un confronto inevitabile. Vecchi rancori si riaffacciano, ferite mai rimarginate tornano a pulsare, ma sotto le crepe riaffiora anche il desiderio di riconnessione. Mentre la neve si deposita lenta sul mondo esterno, gli interni si riempiono di verità crude, risate improvvise, confessioni che arrivano tardi, ma non troppo tardi.
Winslet ha spiegato:
«Il film parla della famiglia. Alcune delle nostre relazioni più difficili riguardano le persone che amiamo più profondamente. Nel Regno Unito non siamo abituati a parlare della morte, ma l’addio, quello vero, esiste proprio per ricordarci di amare adesso».
Un invito che è quasi un avvertimento gentile, un eco che attraversa tutto il film.
Natale senza zucchero, ma pieno di umanità
Goodbye June non è una commedia natalizia, e nemmeno una di quelle storie che cercano di addolcire la tragedia con una spolverata di neve artificiale. È un’opera che si confronta con il Natale come momento simbolico di resa dei conti, e non come fiaba patinata. Netflix ha definito la pellicola «la storia di una madre che orchestra la propria scomparsa simbolica con umorismo feroce e tenerezza disarmante». Una frase che racchiude l’essenza del film: un’altalena emotiva che alterna cinismo, poesia e affetto in un equilibrio sorprendente.
Il rapporto tra le sorelle interpretate da Riseborough e Winslet è uno dei filoni più intensi dell’opera. Due donne agli antipodi, due anime che hanno imparato a dare battaglia nella stessa casa, due modi opposti di essere figlie, donne, persone.
Un cast stellare che sembra un sistema solare intero
Il film può contare su un ensemble straordinario: accanto ai protagonisti compaiono Stephen Merchant, Fisayo Akinade, Jeremy Swift e Raza Jaffrey. Ognuno di loro rappresenta un tassello di quell’enigmatico puzzle che è una famiglia: imperfetta, tagliente, buffa, tragica e splendida nei suoi difetti.
L’alchimia che si crea tra gli interpreti ricorda i grandi drammi corali britannici, con una freschezza che rende la storia credibile, viva, pungente. Nessun personaggio è scritto per essere secondario: ognuno porta una verità, un dolore, un lampo.
Winslet regista: un’evoluzione annunciata
Che Kate Winslet potesse diventare regista era qualcosa che molti sospettavano da anni. La sua capacità di incarnare personaggi complessi e di comprenderne la psicologia l’ha sempre resa una narratrice naturale. Ora, dall’altra parte della cinepresa, questa attitudine si libera completamente. Goodbye June diventa così un atto di passaggio, un nuovo capitolo artistico che non rinnega il passato ma lo amplifica.
Il film parla di eredità emotive, di ciò che lasciamo agli altri senza volerlo e di ciò che vorremmo lasciare ma non sappiamo come. Temi che Winslet conosce bene e che sa trasformare in una regia intima, essenziale, mai autoreferenziale.
La vigilia su Netflix: quando l’addio diventa un nuovo inizio
Il 24 dicembre 2025, tra commedie zuccherate e romance natalizi, Goodbye June si presenterà su Netflix come un’opera in controtendenza, quasi un anti-cinepanettone emotivo. Una storia che non ha bisogno di lucine per brillare, perché risplende della stessa materia fragile che ci rende umani.
Per Winslet questo film rappresenta una rivelazione, una sorta di Bankai artistico: la manifestazione completa del suo potere creativo. Non una fine, ma un punto di partenza.
E forse, dopotutto, Goodbye June non parla davvero di addii, ma della potenza di un presente che non va rimandato.






