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Toy Story 5: Woody contro il tablet Lilypad, il ritorno che cambia per sempre il gioco

Toy Story non appartiene più soltanto al cinema d’animazione. Dopo oltre trent’anni di avventure, risate e inevitabili lacrime, la saga Disney e Pixar è diventata una sorta di memoria collettiva condivisa tra generazioni diverse, un linguaggio emotivo capace di parlare a chi è cresciuto con le videocassette consumate a forza di riavvolgimenti e a chi ha conosciuto Woody e Buzz direttamente attraverso le piattaforme streaming. Per questo motivo l’arrivo di Toy Story 5 nelle sale italiane il 18 giugno 2026 non rappresenta semplicemente il ritorno di un franchise amatissimo, ma un nuovo capitolo di una storia che continua ad accompagnare l’evoluzione dell’infanzia, della tecnologia e perfino del nostro rapporto con i ricordi.

Il nuovo trailer finale diffuso da Disney Italia ha acceso immediatamente l’entusiasmo del fandom Pixar, mostrando una reunion che molti spettatori attendevano con una miscela di speranza e timore. Dopo gli eventi di Toy Story 4, che sembravano aver regalato una conclusione definitiva al percorso di Woody, ritrovare insieme il celebre cowboy, Buzz Lightyear, Jessie e il resto della banda provoca una sensazione difficile da descrivere. Non si tratta soltanto di nostalgia. È qualcosa di più complesso, qualcosa che parla direttamente al passare del tempo.

Questa volta la sfida che attende i giocattoli non arriva da un nuovo compagno di giochi, né da una collezione privata o da un trasloco inatteso. Il vero cambiamento prende la forma di Lilypad, un sofisticato tablet progettato per aiutare Bonnie a socializzare e costruire nuove amicizie. Un personaggio che racchiude in sé tutte le contraddizioni dell’epoca contemporanea e che promette di diventare uno degli elementi più interessanti dell’intera saga.

Chiunque sia cresciuto immaginando mondi fantastici con una scatola di cartone trasformata in astronave o con una coperta diventata castello medievale percepisce immediatamente il peso simbolico di questa scelta narrativa. Toy Story ha sempre raccontato la paura dell’abbandono, il desiderio di sentirsi importanti e la necessità di trovare il proprio posto nel mondo. Oggi quel mondo è popolato da schermi, algoritmi, app educative, intelligenze artificiali e contenuti personalizzati. Pixar sembra aver deciso di affrontare direttamente questo cambiamento senza demonizzarlo, scegliendo una strada molto più interessante rispetto alla semplice nostalgia.

Lilypad non appare come un antagonista tradizionale. Non è il cattivo di turno pronto a conquistare la cameretta di Bonnie. È piuttosto l’incarnazione di una nuova idea di gioco, una presenza che rappresenta la tecnologia contemporanea e il modo in cui essa entra nella vita quotidiana dei bambini. Woody e Buzz si trovano così a confrontarsi con qualcosa che non possono comprendere fino in fondo, esattamente come accade a molti adulti di fronte alle trasformazioni culturali delle nuove generazioni.

Ad accompagnare questa nuova avventura troviamo un cast vocale italiano particolarmente ricco, costruito attorno a grandi ritorni e interessanti novità. Angelo Maggi torna naturalmente a prestare la voce a Woody, confermando ancora una volta quel legame ormai inscindibile tra il personaggio e uno dei doppiatori più amati dal pubblico italiano. Accanto a lui ritroviamo Massimo Dapporto come Buzz Lightyear e Ilaria Stagni nel ruolo di Jessie, tre interpretazioni che ormai fanno parte della storia stessa del doppiaggio italiano.

L’annuncio che ha sorpreso maggiormente gli appassionati riguarda però la partecipazione di Sal Da Vinci, chiamato a interpretare Pizza cu ‘e llente, uno dei nuovi personaggi introdotti in Toy Story 5. Figura affascinante e misteriosa, Pizza cu ‘e llente appartiene a una comunità di giochi dimenticati che vive nella vecchia casetta dei giocattoli di Blaze. Un personaggio che promette di aggiungere ulteriore profondità a una storia che sembra voler esplorare il destino degli oggetti lasciati indietro dal tempo.

Nella versione originale il ruolo è affidato a Bad Bunny, superstar mondiale capace di conquistare classifiche musicali e premi internazionali. La scelta di Sal Da Vinci per l’edizione italiana appare particolarmente intrigante, perché aggiunge al personaggio una personalità immediatamente riconoscibile e profondamente radicata nella cultura popolare italiana.

Le novità non finiscono qui. Katia Follesa entra ufficialmente nell’universo Pixar dando voce proprio a Lilypad, mentre Federico Basso interpreterà Smarty Pants, un curioso dispositivo educativo dimenticato da anni che sembra destinato a ritagliarsi uno spazio importante nella vicenda. Gianluca Gazzoli sarà invece Bullseye “Perfido”, una variante oscura e alternativa del celebre cavallo di Woody nata durante una sequenza immaginaria di gioco.

L’idea stessa di Bullseye “Perfido” richiama qualcosa che molti nerd conoscono molto bene. Chi è cresciuto inventando storie con action figure, modellini, personaggi LEGO o collezioni di miniature ricorda perfettamente quei momenti in cui gli eroi assumevano versioni alternative, corrotte, malvagie o provenienti da universi paralleli. È un concetto che appartiene tanto all’infanzia quanto ai fumetti Marvel e DC, agli anime, ai videogiochi e alle grandi saghe della cultura pop contemporanea.

Tra le altre voci spiccano Jacqueline Luna Di Giacomo nel ruolo di Snappy, Simone Mori come Atlas e il ritorno di Luca Laurenti nei panni di Forky, personaggio diventato rapidamente uno dei simboli più amati di Toy Story 4. Tornano inoltre interpreti storici come Carlo Valli per Rex, Ambrogio Colombo per Hamm, Cinzia De Carolis per Bo Peep e Corrado Guzzanti per Duke Caboom, contribuendo a creare una continuità che i fan della saga apprezzeranno enormemente.

Dietro la macchina da presa troviamo ancora una volta Andrew Stanton, autore che ha contribuito a definire l’identità stessa della Pixar attraverso capolavori come Alla ricerca di Nemo e WALL•E. La sua presenza rappresenta una garanzia importante per chi temeva che il franchise potesse trasformarsi in una semplice operazione nostalgica.

Stanton ha dimostrato più volte di possedere una straordinaria capacità di utilizzare l’animazione come strumento per raccontare emozioni universali. I suoi film non si limitano mai a intrattenere. Parlano di crescita, solitudine, cambiamento, memoria e relazioni umane attraverso personaggi che, sulla carta, potrebbero sembrare improbabili protagonisti. Pesci pagliaccio, robot abbandonati sulla Terra o giocattoli dimenticati diventano specchi in cui riconoscere noi stessi.

Anche la colonna sonora vedrà il ritorno di una figura fondamentale per l’identità della saga: Randy Newman torna infatti a comporre le musiche del suo quinto Toy Story. Una notizia che da sola basta a scatenare l’emozione di milioni di spettatori cresciuti ascoltando brani che ormai appartengono alla memoria collettiva del cinema d’animazione.

La frase promozionale scelta per accompagnare il film, “I tempi cambiano, gli amici restano per sempre”, sintetizza perfettamente l’anima di questa nuova avventura. Toy Story 5 sembra voler affrontare la trasformazione digitale del gioco senza rinnegare il passato e senza trasformare il presente in un nemico. Un approccio sorprendentemente maturo per una produzione destinata alle famiglie ma capace, come da tradizione Pixar, di parlare contemporaneamente ai bambini e agli adulti.

Dietro la storia di Woody, Buzz, Jessie e Bonnie si nasconde infatti una riflessione molto più ampia. Ogni generazione affronta il timore di essere sostituita, dimenticata o resa obsoleta dal cambiamento. I giocattoli di Toy Story hanno sempre incarnato questa paura universale. Oggi quella sensazione assume una forma diversa, fatta di schermi touchscreen, contenuti digitali e nuove modalità di interazione sociale.

Forse è proprio questo il motivo per cui la saga continua a rimanere attuale dopo oltre tre decenni. Non parla realmente di giocattoli. Parla di noi. Della nostra necessità di essere amati, ricordati e scelti anche quando il mondo cambia velocemente intorno a noi.

Mentre le prevendite italiane sono già aperte e l’attesa cresce giorno dopo giorno, una domanda continua a riecheggiare nella mente degli appassionati Pixar: quale posto avranno Woody e Buzz nell’infanzia del futuro? Toy Story 5 sembra pronto a esplorare proprio questo territorio, mettendo faccia a faccia tradizione e innovazione senza cercare vincitori o sconfitti.

E forse, in fondo, la risposta non riguarda soltanto Bonnie o i suoi giocattoli. Riguarda tutti noi che, nonostante gli anni passati, continuiamo ancora a emozionarci ogni volta che una stanza si svuota, una porta si chiude e qualcuno sussurra: verso l’infinito e oltre.

In un batter d’occhio: Andrew Stanton torna alla fantascienza e riscrive il tempo su Disney+

Un lampo. Un istante che sembra insignificante e che invece contiene tutto. Origini, presente, possibilità future. In un batter d’occhio non arriva su Disney+ come uno dei tanti titoli da scroll distratto, ma come una promessa sussurrata a chi ama la fantascienza quando decide di smettere di fare solo spettacolo e prova a fare domande serie. Dal 27 febbraio 2026, il nuovo film di Andrew Stanton si prepara a rimettere in moto quella sensazione rara che riconosci subito: quando sai che non stai per guardare solo una storia, ma qualcosa che potrebbe restarti addosso.

Stanton è uno di quei nomi che per una generazione intera non è solo un regista, ma una specie di bussola emotiva. Ha raccontato l’umanità attraverso un pesciolino smarrito, l’ha compressa in un robot solitario che guarda le stelle e l’ha spinta troppo in là con John Carter, pagando anche il prezzo di un’industria che spesso non perdona chi osa. Tornare oggi al live action con In the Blink of an Eye significa tornare con un’idea precisa in testa, non con la voglia di accontentare tutti.

Il film nasce come adattamento di un romanzo firmato da Colby Day e già sulla carta suona come una sfida: raccontare l’intera traiettoria dell’esistenza umana intrecciando tre linee temporali distanti tra loro, ma legate da qualcosa che va oltre la cronologia. Una famiglia di Neanderthal che lotta per sopravvivere quando il mondo è ancora ostile e primitivo. Un’antropologa dei giorni nostri che cerca di tenere insieme ricerca scientifica e vita emotiva, scoprendo quanto sia fragile il concetto di “adesso”. Un futuro distante due secoli, chiuso dentro un’astronave dove una malattia minaccia le coltivazioni da cui dipende l’ossigeno dell’equipaggio. Tre storie che sembrano non avere nulla in comune e che invece dialogano come se fossero capitoli dello stesso respiro.

È qui che Stanton torna a giocare sul suo terreno preferito: la fantascienza come lente per parlare dell’essere umano. Non quella urlata, non quella che vive di spiegoni, ma quella che ti costringe a collegare i puntini dopo. I riferimenti sono inevitabili per chi ha memoria cinefila: l’ambizione cosmica di 2001: Odissea nello Spazio, la struttura corale emotiva di Magnolia, le domande esistenziali di Interstellar. Ma l’impressione è che In un batter d’occhio voglia evitare il citazionismo sterile e usare questi fantasmi solo come trampolino.

Il cast scelto racconta molto di questa direzione. Rashida Jones porta in scena quella capacità rara di essere intensa senza mai risultare artificiosa. Kate McKinnon, spesso relegata all’etichetta della comicità, ha dimostrato più volte di saper scendere in profondità quando il ruolo glielo permette, e qui sembra avere spazio per farlo davvero. Daveed Diggs è una presenza che vibra di energia e intelligenza, uno di quegli interpreti capaci di reggere sia l’intimo che il visionario. Accanto a loro Tanaya Beatty, Jorge Vargas e Skywalker Hughes completano un ensemble che sembra pensato più per l’equilibrio emotivo che per il richiamo facile.

La lavorazione del film racconta un progetto nato con le idee chiare. Stanton accetta la regia nel 2022, il cast viene annunciato l’anno successivo e le riprese si svolgono a Vancouver tra marzo e maggio 2023. Tempi concentrati, set apparentemente serrato, come se ogni scelta fosse già stata metabolizzata prima di accendere la macchina da presa. Poi, nel 2024, arriva il nome che chiude il cerchio emotivo: Thomas Newman alla colonna sonora. Un ritorno di famiglia, in un certo senso. Newman e Stanton hanno già condiviso mondi e silenzi, oceani e stelle. Qui il compito sembra ancora più delicato: tradurre il tempo in musica, rendere udibile qualcosa che per definizione scivola via.

Non è un caso che il film sia atteso al Sundance Film Festival 2026. Quel contesto rimane uno dei pochi spazi in cui opere di questo tipo possono essere giudicate per ciò che tentano di essere, non per quanto sono facilmente vendibili. Subito dopo, il passaggio allo streaming su Disney Plus apre il discorso a un pubblico più ampio, portando una fantascienza adulta dentro le case senza passare dal rito obbligato della sala.

Quello che colpisce, leggendo e rileggendo le poche informazioni ufficiali, è l’idea di fondo: raccontare la storia del mondo non come una linea retta, ma come una serie di echi. Le scelte dei primi esseri umani che riverberano nel futuro spaziale. Le fragilità contemporanee che fanno da ponte. Il tempo non come nemico o risorsa, ma come presenza costante con cui fare i conti. Un tema che Stanton aveva già sfiorato più volte, ma che qui sembra diventare il centro di tutto.

La sensazione, da fan che ha visto abbastanza cinema da riconoscere l’odore delle cose interessanti, è che In un batter d’occhio non voglia piacere a tutti. Vuole farsi guardare con attenzione. Vuole lasciare spazio al silenzio. Vuole che lo spettatore esca con qualche domanda in più rispetto a quelle con cui è entrato. In un panorama spesso saturo di contenuti che chiedono solo di essere consumati, non è poco.

Ora la palla passa a chi guarda. Quale delle tre linee temporali vi incuriosisce di più? La preistoria come specchio dell’istinto, il presente come campo di battaglia emotivo o il futuro come test definitivo della nostra capacità di sopravvivere? Stanton ha già dimostrato di saper parlare dell’umanità anche quando la maschera da robot o da pesce. Resta da capire cosa dirà, questa volta, quando il tempo sarà il vero protagonista.

Il conto alla rovescia è partito. E come spesso accade con le storie migliori, basta davvero un batter d’occhio perché tutto cambi.

Alla Ricerca di Dory

Presentato in anteprima il 12 settembre 2016 presso l’Auditorium Conciliazione di Roma, tra magiche atmosfere marine e numerose celebrities, il film è diretto da Andrew Stanton (Alla Ricerca di Nemo, WALL•E), co-diretto da Angus MacLane (Toy Story of Terror!) e prodotto da Lindsey Collins (co-produttrice di WALL•E).
 
 
Alla Ricerca di Dory riporta il pubblico nelle ricche ambientazioni sottomarine viste per la prima volta nel film del 2003 Alla Ricerca di Nemo. Secondo Andrew Stanton, i filmmakers hanno affrontato una sfida inusuale:
 
“Nel corso degli anni, le tecnologie a nostra disposizione sono progredite notevolmente… Ma dovevamo mantenerci fedeli all’aspetto e all’atmosfera del primo film. Così, abbiamo cercato di non rendere troppo visibili i vari miglioramenti. L’illuminazione è più complessa. La flora e la fauna sono più dettagliate”.
 
I filmmakers hanno quindi dovuto ricostruire delle ambientazioni già esplorate tredici anni fa, ma al contempo hanno potuto scatenare la fantasia per creare dei luoghi inediti. Lo scenografo Steve Pilcher ha affermato:
 
“Il film vede la presenza di numerose ambientazioni dalla portata gigantesca… Osserviamo le varie ambientazioni tramite primissimi piani e panoramiche. Abbiamo dovuto affrontare moltissime sfide”.

 

Nel 2003 Alla Ricerca di Nemo ha vinto l’Academy Award come Migliore Film d’Animazione, ed è stato nominato ad altri tre Oscar per la Miglior Sceneggiatura Originale, la Miglior Colonna Sonora Originale e il Miglior Montaggio Sonoro. Inoltre ha ricevuto una candidatura al Golden Globe Award come Miglior Film – Commedia o Musical. Nel 2008 l’American Film Institute lo ha classificato fra i 10 migliori film d’animazione di tutti i tempi.

 

 
Dopo l’apprezzato lavoro nel film del 2003 Alla Ricerca di Nemo, la celebre attrice Carla Signoris è tornata a doppiare la pesciolina azzurra più amata di sempre nella versione Italiana del film  mentre Luca Zingaretti, tra i più noti e apprezzati attori italiani, è stato ancora una volta il pesce pagliaccio Marlin, suo leale amico. Al loro fianco il pubblico ha ritovato l’attore Stefano Masciarelli che torna a dare la sua voce a Scorza, la longeva tartaruga sempre pronta a dare una “pinna” a un pesce in difficoltà. Scorza e suo figlio Guizzo sono le tartarughe più simpatiche di tutto l’oceano. Vagare per l’oceano da più di cent’anni sicuramente ha i suoi vantaggi. “Non volevamo che Alla Ricerca di Dory fosse un road movie come il primo film”, afferma il co-regista Angus MacLane. “Dunque ci serviva un modo per far sì che i nostri protagonisti raggiungessero subito la California”. Nel cast di voci italiane anche il campione olimpico Massimiliano Rosolino, voce di un pesce luna, e la popolare conduttrice televisiva Licia Colò, voce ufficiale del Parco Oceanografico dove lavora anche la giovane ricercatrice Debbie, doppiata dalla celebre Baby K.
 
 
Presentato in apertura alla 62^ edizione del Taormina Film Fest e alla 46^ edizione di Giffoni Experience, Alla Ricerca di Dory ha già conquistato il record per il miglior debutto al box office per un lungometraggio d’animazione nelle sale americane. Anche in Italia, Alla Ricerca di Dory, nel primo week-end di programmazione ha conquistato la vetta del box office con un incasso di 5.8 milioni di Euro e registra il miglior opening per un film di animazione nel 2016. Daniel Frigo, amministratore delegato di The Walt Disney Company Italia, ha dichiarato:
 

“Questo eccezionale risultato è forte di un grande lavoro di squadra. Proprio come Dory si tuffa in una nuova avventura insieme a vecchi e nuovi amici, allo stesso modo il team Disney Italia ha saputo agire in base ad una strategia integrata, grazie al supporto di tutti i rami aziendali e ai nostri partner, che hanno contribuito al raggiungimento di questo grande risultato. Ma questo è solo l’inizio e come farebbe la nostra amata Dory continuiamo a ‘nuotare’ verso altri grandi successi”.

 

WALL•E – La favola meccanica che ci ha ricordato come si ama (e come si vive)

Ci sono film che ti intrattengono, altri che ti divertono. Alcuni, nei momenti giusti, riescono anche a commuoverti. Ma poi, ogni tanto – raramente – arriva qualcosa di diverso. Un’opera che non si limita a intrattenere, ma ti si pianta dentro, come un seme, e ci rimane. Questo è WALL•E. Un piccolo film su un piccolo robot che, a dispetto delle sue dimensioni e delle sue parole (poche, pochissime), riesce a dire cose immense. E, soprattutto, vere.

Diretto da Andrew Stanton, prodotto dalla Pixar e distribuito dalla Walt Disney Pictures, WALL•E non è semplicemente un film d’animazione in CGI del 2008: è una dichiarazione d’amore al cinema muto, alla poesia delle immagini, al potere della narrazione visiva, alla capacità di emozionare senza spiegare. Un esperimento narrativo coraggioso, una parabola ecologica, una storia d’amore con la tenerezza di un cuore arrugginito. E, per chi come me è cresciuto tra le favole Disney e la fantascienza più visionaria, è qualcosa di molto vicino al miracolo.

Siamo nel 2805. Il nostro pianeta, la Terra, è ormai un ricordo sporco. Una discarica cosmica soffocata dai rifiuti, abbandonata dall’umanità che ha preferito salpare nello spazio a bordo della lussuosa astronave Axiom, costruita dalla Buy n Large, la mega-corporazione che ha preso il controllo globale. Sulla superficie ormai sterile e irrespirabile, solo un piccolo robot continua instancabilmente il suo lavoro: compattare immondizia. Lo fa da 700 anni. Si chiama WALL•E, acronimo di “Waste Allocation Load Lifter: Earth-Class”. Un nome tecnico, impersonale. Ma chiunque abbia visto il film sa che c’è più cuore in questo robottino che in intere filmografie romantiche.

WALL•E è un’anima sola in un mondo morto. Ma non si è arreso. Ha una piccola casa, una vecchia cassetta di Hello, Dolly! che guarda ogni sera, colleziona oggetti dimenticati – accendini, bulloni, anelli di plastica – e nutre la silenziosa speranza che ci sia ancora qualcosa di bello da vivere. Quando, un giorno, dal cielo arriva una navetta e da essa emerge EVE (Extraterrestrial Vegetation Evaluator), tutto cambia. Lei è bianca, perfetta, elegante. È il futuro che incontra la ruggine del passato. Ma tra questi due mondi – il robot antiquato e la sonda ultramoderna – nasce qualcosa di più potente di qualsiasi tecnologia: nasce un amore.

Ed è qui che WALL•E esplode di bellezza. Perché ci racconta l’innamoramento con una delicatezza disarmante. Non servono parole. Bastano gli sguardi. I suoni. I gesti. WALL•E segue EVE, la osserva con lo stupore di chi vede per la prima volta qualcosa di vivo. EVE, all’inizio fredda e determinata a svolgere la sua missione (trovare una forma di vita sulla Terra), lentamente si lascia conquistare dalla genuinità e dalla cura del piccolo robot.

Quando WALL•E le mostra una piantina – il primo segno di vita vegetale dopo secoli – EVE si spegne, entrando in modalità ibernazione per proteggerla e trasportarla sulla Axiom. E WALL•E, che ormai non vuole più lasciarla, si lancia in un viaggio interstellare, nascosto sulla navetta, per non perderla. È il suo amore a guidarlo. E sarà il suo amore a cambiare tutto.

La seconda parte del film si sposta a bordo dell’Axiom, dove scopriamo che l’umanità, in questi secoli, non solo ha dimenticato la Terra, ma ha dimenticato sé stessa. Gli esseri umani sono diventati esseri fluttuanti, obesi, incapaci persino di camminare. Vivono tra schermi e pasti liquidi, immersi in una tecnologia che li ha privati della fatica, ma anche del contatto, della consapevolezza, dell’identità. Eppure, anche qui, la scintilla dell’amore (e dell’umanità) è destinata a riaccendersi.

E proprio questo è il punto: WALL•E non è solo un film d’amore tra due robot. È un atto d’accusa contro la deriva del consumismo cieco, una riflessione amarissima sull’ambiente e sulla nostra incapacità di prendercene cura, una metafora potente sul prezzo dell’indifferenza. Ma è anche, e soprattutto, un grido di speranza.

WALL•E combatte per salvare la pianta, simbolo della rinascita, sfida i robot di sicurezza, si sacrifica. Non ha muscoli né armi, ma ha una volontà incrollabile e un cuore, se così si può dire, indistruttibile. EVE, dal canto suo, compie un viaggio inverso: da macchina programmata per una missione, si trasforma in individuo, in essere capace di amare e di scegliere. E in questo incontro tra due coscienze artificiali c’è tutta la meraviglia dell’intelligenza emotiva, qualcosa che spesso manca nei film dove l’intelligenza artificiale è vista come una minaccia.

Quando il capitano della Axiom decide di ribellarsi al pilota automatico AUTO – una figura inquietante che richiama 2001: Odissea nello spazio – e si alza in piedi dopo secoli di inerzia, assistiamo a uno dei momenti più intensi dell’intero film. È la metafora della rinascita, della presa di coscienza. E quando la Axiom torna sulla Terra, portando con sé gli ultimi uomini e donne dell’umanità, il futuro non è certo, ma è possibile. C’è terra da lavorare, semi da piantare, e mani – finalmente – pronte a farlo.

E poi arriva il finale. WALL•E, ferito mortalmente, non ricorda più nulla. Ha perso la sua identità, la sua memoria, il suo amore. EVE, disperata, tenta l’impossibile per ripararlo. Lo espone alla luce del sole. Gli cambia i circuiti. Ma nulla. Quando però lo prende per mano, e lui ricambia la stretta… be’, io – uomo adulto, appassionato di sci-fi, cresciuto a pane e Star Wars – mi sono trovato in lacrime. Perché in quella mano tesa c’è tutto: la memoria che ritorna, l’amore che resiste, l’identità che sopravvive.

Non è solo un bel finale. È catartico. Ti lascia con un nodo in gola e una voglia irrefrenabile di fare qualcosa di buono. Ti fa venire voglia di piantare un albero. Di spegnere il telefono. Di ascoltare davvero. Di amare davvero.

Dal punto di vista tecnico, WALL•E è un gioiello assoluto. L’animazione è straordinaria, ogni inquadratura è curata con una precisione chirurgica. Il contrasto tra la Terra polverosa e silenziosa e l’Axiom colorata e alienante è visivamente potentissimo. La colonna sonora di Thomas Newman è evocativa, malinconica, perfettamente calibrata. Ma più di tutto, è il silenzio a parlare. Le prime sequenze sono quasi mute, eppure raccontano più di mille dialoghi. E sono quelle che ti restano dentro, anche dopo anni.

WALL•E è, a mio parere, uno dei film più importanti degli ultimi vent’anni. Per la sua potenza narrativa, per la sua poesia, per la sua capacità di parlare ai bambini e agli adulti, agli ottimisti e ai cinici, ai sognatori e agli scettici. È un film Disney-Pixar, sì. Ma è anche un’opera che potresti studiare in una lezione di filosofia, di ecologia, di cinema.

Ecco perché, se dovessi scegliere una sola parola per definirlo, direi: necessario.

Perché in un’epoca in cui è facile spegnersi, WALL•E ti chiede, con occhi di ferro e anima di fuoco: “Vuoi ancora amare?”.
E tu, dopo averlo visto, non puoi far altro che rispondere: “Sì”.