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Marvel Zombies: quando la Casa delle Idee si sporca di sangue (finalmente)

Il multiverso Marvel ha deciso di spegnere le luci al neon, abbassando la saracinesca dei colori saturi e accendendo torce fumanti che proiettano ombre lunghe e inquietanti. Dopo un’attesa spasmodica, su Disney+ è arrivata Marvel Zombies, la nuova serie animata che, con il suo debutto il 24 settembre 2025, ha letteralmente incendiato i forum, i gruppi Telegram e i thread social di mezzo mondo nerd. Già le prime immagini rilasciate dal forte impatto visivo, hanno catturato l’attenzione di tutti, soprattutto per la data d’uscita: un anticipo rispetto all’immancabile Halloween che ha colto di spiazzata la community. Una scelta audace, che sembra voler comunicare chiaramente che questo show non ha bisogno di ricorrenze a tema per spaventare. E di paura si tratta, quella primordiale, sporca e carnale. Non l’orrore cosmico e fumettoso delle grandi battaglie degli Avengers, ma qualcosa di ben più viscerale: i nostri eroi preferiti, un tempo baluardi di giustizia e speranza, sono diventati predatori insaziabili, mossi da una fame atavica che li spinge a divorare carne viva. A orchestrare questa festa macabra, ci sono le menti di Bryan Andrews e Zeb Wells, sotto l’occhio vigile e onnipresente di Kevin Feige. Sin dalla prima inquadratura è evidente che i Marvel Studios hanno osato spingersi oltre ogni limite precedente, inoltrandosi in un territorio finora inesplorato dal Marvel Cinematic Universe.


Marvel Zombies | Trailer Ufficiale | Disney+

Da Kirkman a Disney+: vent’anni di carne marcia

Per chi bazzica il mondo dei fumetti, il seme di questa follia è stato piantato nel 2004, quando il celebre autore Mark Millar inserì gli Ultimate Fantastic Four in un universo alternativo infestato da supereroi zombificati. Quella scintilla diede vita, un anno dopo, a una delle mini-serie più geniali e disturbanti della storia della Casa delle Idee. Fu Robert Kirkman, la stessa mente creativa dietro a The Walking Dead, a dare vita a Marvel Zombies nel 2005. La sua intuizione vincente? Non i soliti cadaveri barcollanti e privi di intelligenza, ma super-zombie che, pur essendo putridi e assetati di sangue, mantengono intatti i loro poteri. Questa saga, pur non essendo considerata un capolavoro letterario, ha lasciato un’impronta indelebile nella cultura pop, talmente profonda che a distanza di vent’anni, la Disney ha deciso di riportare letteralmente in vita quell’universo malato, trasformandolo in una miniserie animata ufficiale con tutta la potenza produttiva che contraddistingue il MCU.


Dal “What If…?” al collasso

La strada verso questa apocalisse era già stata aperta nel 2021, con l’episodio “What If… Zombies?!” della serie animata What If…? in cui era stato mostrato un Thanos non-morto con tanto di Guanto dell’Infinito. All’epoca, molti lo considerarono un semplice esercizio di stile, un’idea divertente e isolata. Oggi scopriamo che era un vero e proprio teaser in piena regola. La serie del 2025 riparte proprio da quel punto di rottura, allargando il contagio e costruendo un mondo devastato, una sorta di mix tra l’orrore crudo di Romero, la disperazione di The Walking Dead e l’estetica post-apocalittica di un Mad Max in salsa Marvel. Tuttavia, non si tratta di un adattamento pedissequo della miniserie di Kirkman. Andrews e Wells hanno scelto di raccontare la loro personale apocalisse, con personaggi familiari, ma con storie che non hanno paura di spingersi nel gore e nello splatter più estremo. E, per la gioia dei fan, stavolta non ci sarà un “to be continued”: la narrazione è pensata come un unico film diviso in quattro capitoli da mezz’ora ciascuno, per un’esperienza immersiva e senza interruzioni.


Quattro episodi, zero compromessi

La miniserie è composta da soli quattro episodi, per un totale di circa due ore. Pochi? Forse. Ma sono più che sufficienti per lasciare addosso il tanfo della carne bruciata e la voglia di un seguito immediato. La prima parte dello show è intrisa di disperazione, con ambientazioni cupe e silenzi taglienti che sottolineano il senso di angoscia. Poi, all’improvviso, arriva l’esplosione: battaglie feroci, sangue a fiumi e colpi di scena che ribaltano ogni certezza. Il dettaglio che ha fatto saltare i fan sulla sedia è stato l’annuncio della classificazione TV-MA. Un passo epocale che segna una svolta per la Marvel, quella Disney, che ha finalmente deciso di mostrare sangue, arti strappati e orrore puro. È la dimostrazione che il brand è pronto a esplorare territori adulti, senza censure o compromessi, liberandosi delle maschere e dello zucchero filato che hanno contraddistinto il suo universo principale per anni.


Supereroi, ma putridi

Nel cuore di questa narrazione, l’orrore è rappresentato dai nostri idoli in decomposizione. Immaginatevi Spider-Man e Ms. Marvel costretti ad affrontare versioni non-morte di eroi che un tempo erano loro compagni, come Captain America, Occhio di Falco e perfino una letale Captain Marvel. La regina indiscussa dei non-morti? Wanda Maximoff, doppiata ancora una volta da Elizabeth Olsen, con al suo fianco un’Okoye zombificata trasformata in generale delle orde. Il cast vocale è stellare e riprende le voci originali degli attori che hanno interpretato i personaggi nei film e nelle altre serie animate: Simu Liu e Awkwafina riprendono i ruoli di Shang-Chi e Katy, Florence Pugh torna come Yelena, David Harbour come Red Guardian, Hailee Steinfeld come Kate Bishop, Dominique Thorne come Ironheart e Iman Vellani come Kamala Khan. E non mancano Thor, Namor, Valchiria, Zemo e T’Challa. Nessuno, in questa apocalisse, è al sicuro, e ogni personaggio è a rischio di essere divorato o trasformato.


Una bellezza da incubo

Visivamente, la serie riprende lo stile cel-shaded già visto in What If…?, ma spinge tutto all’estremo, verso tinte livide e ombre innaturali che rendono l’atmosfera ancora più cupa e oppressiva. Ogni frame è pensato per sembrare uscito da una tavola fumettistica, ma filtrato attraverso l’estetica disturbante dell’horror moderno. È un incubo pop che, pur stringendo lo stomaco, ammalia l’occhio, dimostrando una cura maniacale per il dettaglio e per la resa artistica.


Oltre il fan service

Tuttavia, è bene precisare che Marvel Zombies non si limita a mostrare teste mozzate per accontentare i fan più accaniti del gore. Gli autori hanno dichiarato che il cuore pulsante della serie è il dramma morale. Fino a che punto siamo disposti a spingerci per sopravvivere? Cosa resta di un eroe quando deve eliminare un compagno diventato un mostro assetato di sangue? È questo il dilemma etico, più che l’orrore visivo, a rendere questo show una ferita che brucia anche dopo i titoli di coda, lasciando un segno indelebile nello spettatore.


La rinascita del MCU passa dall’animazione?

Dopo anni di critiche sul rischio di ripetitività del Marvel Cinematic Universe, Marvel Zombies dimostra che c’è ancora spazio per sorprendere e innovare. Non è solo un divertissement splatter: è la conferma che l’animazione potrebbe essere la nuova frontiera della Casa delle Idee, un territorio libero da vincoli di budget e da restrizioni di contenuto, capace di osare dove il live action fatica a spingersi. Con mani che si staccano a morsi e icone che si trasformano in predatori, questa serie è la dimostrazione che, a volte, per rinascere, serve prima morire. E forse, per la Marvel, questa apocalisse è proprio l’inizio di una seconda vita.

Siete pronti a immergervi in un MCU in decomposizione? Pensate che la Marvel abbia fatto bene a spingersi così oltre o rischia di alienare una parte del suo pubblico? La speranza, almeno per il momento, è che l’apocalisse continui.

Ironheart: Cuore, bulloni e magia – la rinascita del MCU tra Chicago e Mephisto

C’è una nuova scintilla che arde nel cuore del Marvel Cinematic Universe, e ha il volto giovane, determinato e sorprendentemente intenso di Riri Williams. “Ironheart”, la miniserie sviluppata da Chinaka Hodge per Disney+, non è solo l’ennesimo tassello di una Fase Cinque che sembrava arrancare tra nostalgie post-Endgame e nuovi inizi incerti. È un vero e proprio atto di fede nel futuro, un’esplosione narrativa che miscela tecnologia, magia e identità con un’urgenza che non si vedeva da tempo nel panorama seriale del MCU.

Quello che potrebbe sembrare l’ennesimo “spin-off minore” — figlio del debutto di Riri Williams in Black Panther: Wakanda Forever — si trasforma episodio dopo episodio in qualcosa di più ambizioso, più profondo. “Ironheart” non è solo una serie di supereroi. È una dichiarazione di intenti. È la testimonianza che le nuove generazioni di eroi non devono per forza camminare nelle orme di chi li ha preceduti, ma possono costruire, bullone dopo bullone, la loro armatura di senso e valore.

Riri Williams: non la nuova Iron Man, ma la prima Ironheart

Fin dall’inizio, la serie chiarisce una cosa fondamentale: Riri non è Tony Stark. E non vuole esserlo. Nonostante le similitudini — una mente geniale, una propensione al bricolage tecnologico, un talento precoce — Dominique Thorne dà vita a un personaggio che si distacca da ogni paragone forzato. La sua Riri è vulnerabile e tosta, intelligente e impulsiva, una giovane donna segnata dalla perdita e dalla pressione, che usa l’ingegno come scudo emotivo.

La scrittura di Hodge riesce nell’impresa più difficile in questo momento storico del MCU: rendere umana una supereroina, farci vedere cosa c’è dentro l’armatura prima ancora che essa venga indossata. Ogni volta che Riri entra in azione, non lo fa per ego, né per gloria. Lo fa per sopravvivere a un mondo che l’ha spezzata, e che lei stessa vuole aggiustare, pezzo dopo pezzo.

E Thorne è pazzesca. Una presenza scenica magnetica, una gamma emotiva sorprendente, una recitazione che si muove tra la dolcezza e la furia con naturalezza disarmante. Ogni sua scena ti cattura, ti tira dentro quella corazza e ti fa sentire il battito metallico del suo cuore.

Scienza contro magia: un conflitto che accende l’immaginazione

Ma non sarebbe Marvel senza un buon antagonista. E qui entra in scena Parker Robbins, alias The Hood, interpretato da un Anthony Ramos in stato di grazia. Robbins non è il solito villain monodimensionale: è una figura tragica, affascinante, quasi shakespeariana, un uomo travolto da poteri più grandi di lui e da una rabbia che non riesce a domare.

Il vero colpo di genio? Il contrasto tra la razionalità scientifica di Riri e il caos mistico di Hood. In un mondo dove la tecnologia ha dominato per fasi intere dell’MCU, “Ironheart” ha il coraggio di introdurre un conflitto filosofico tra scienza e magia, tra logica e superstizione, tra microchip e incantesimi. E lo fa con equilibrio, senza denigrare né l’una né l’altra. Quando Robbins evoca il suo mantello magico, quando sfugge alle leggi della fisica, quando si allude alla presenza oscura di Mephisto (sì, quel Mephisto…), non c’è solo spettacolo: c’è inquietudine. C’è meraviglia.

Eppure, anche in questo dualismo, la serie trova spazio per la tenerezza. Perché Robbins è più che un nemico: è uno specchio distorto di Riri. Entrambi cercano un senso, entrambi sono spezzati, entrambi lottano per qualcosa che li trascende.

L’anima digitale di Ironheart

A dare ulteriore spessore alla storia c’è N.A.T.A.L.I.E., l’intelligenza artificiale che accompagna Riri nel suo cammino. Inizialmente, potrebbe sembrare un semplice omaggio a Jarvis o Friday, ma con il tempo si rivela una presenza emozionale potentissima. Natalie è la memoria viva di un’amicizia perduta, una voce che guida e consola, un fantasma digitale che abita l’armatura e l’anima di Riri. Una scelta narrativa toccante, che apre spunti sul lutto, la memoria e la difficoltà di lasciar andare.

Armature urbane, magia metropolitana

A livello visivo, “Ironheart” è una delizia per gli occhi nerd. Le armature non sono lisce, iper-lucide, create da nanobot ultratecnologici: sono meccaniche, grezze, tangibili. Hanno peso, scricchiolano, si surriscaldano. Sono figlie delle officine, non dei laboratori miliardari. Ed è proprio questo stile “urbano” che rende la serie visivamente distinta da tutto il resto dell’MCU. Chicago diventa un vero e proprio personaggio: sporca, viva, colorata, vibrante. Una città che pulsa al ritmo delle scelte morali di chi la abita.

Il contrasto con la magia è fortissimo, eppure funziona. L’introduzione di Zelma Stanton (personaggio riadattato ma perfettamente centrato) ci apre le porte a un lato più dolce e sensibile dell’universo magico Marvel, meno cupo di Strange, ma altrettanto potente. Quando le armature di Riri iniziano ad assorbire incantesimi, il mix tra tecnologia e stregoneria raggiunge un livello mai visto prima nel MCU. Un crossover di concetti che ci fa venire voglia di vedere ancora più esperimenti simili.

Un cast di comprimari degno di nota e qualche sorpresa

Non mancano le chicche per i fan più attenti. Zeke Stane, figlio del leggendario Obadiah (ricordate il primo Iron Man?), torna in scena con un Alden Ehrenreich finalmente in un ruolo all’altezza delle sue capacità. Alcuni camei spettacolari (tranquilli, niente spoiler) e un certo “misterioso personaggio” interpretato da Sacha Baron Cohen fanno impennare l’asticella dell’hype senza mai distrarre dalla narrazione principale.

La continuità col resto dell’MCU è elegante, mai invadente. Non c’è fan service gratuito, ma collegamenti intelligenti, seminati con garbo. Ogni elemento ha un peso. Ogni scelta narrativa è al servizio del personaggio.

Il futuro è giovane, potente e brillante

Con sei episodi (troppo pochi, diciamolo), “Ironheart” riesce a costruire un nuovo linguaggio Marvel. Uno che parla alle nuove generazioni senza perdere profondità. Uno che osa, che emoziona, che mostra che il futuro dei supereroi può essere più personale, più complesso, più vero.

La regia è sobria ma efficace, con tocchi visivi splendidi nelle scene magiche. La colonna sonora di Dara Taylor è un capolavoro nascosto: un mix di soul, hip hop e tensione che ti accompagna come un secondo battito cardiaco.

In definitiva, “Ironheart” è tutto ciò che una serie Marvel dovrebbe essere nel 2025: coraggiosa, innovativa, emotivamente potente. E, cosa più importante, riesce a farci credere di nuovo nei supereroi.

Allora ditemi: l’avete già vista? Vi ha conquistato Riri? Vi ha incuriosito The Hood? Vi ha spiazzato la fusione tra tecnologia e incantesimi? Raccontatemelo nei commenti, condividete questo articolo con i vostri compagni di binge-watching e fatemi sapere se anche a voi il cuore ha iniziato a battere un po’ più forte grazie a questa nuova, sorprendente eroina.

Freaky Tales: il film anni ’80 che trasforma Oakland in un mixtape tra hip-hop, VHS e caos urbano

Vinile che gira lento, neon che si riflettono sull’asfalto bagnato, cassette VHS infilate nei videoregistratori come reliquie di un tempo che oggi sembra quasi mitologico… e poi all’improvviso arriva Freaky Tales e ti prende per il colletto, ti trascina dentro il 1987 senza chiederti se sei pronto, come fanno certe opening di anime anni ’80 che partono a tutto volume e ti catapultano direttamente nel cuore della storia. La cosa assurda è che questo film di Anna Boden e Ryan Fleck non prova nemmeno a essere “un semplice racconto ambientato negli anni ’80”. No, qui si respira proprio quell’energia caotica, sporca, viva, quasi punk, che ti ricorda perché quel decennio continua a essere saccheggiato da cinema, serie e videogiochi come fosse un dungeon pieno di loot leggendario. Solo che stavolta non è nostalgia da cartolina, è qualcosa di più viscerale, più simile a una run hardcore dove ogni scelta può mandare tutto in crash.

https://youtu.be/-2e8SYmofZM

Oakland diventa una specie di open world narrativo, un hub pieno di storie che si incrociano come quest secondarie che poi all’improvviso diventano main quest senza preavviso, e mentre segui questi personaggi ti rendi conto che non stai guardando un film lineare, stai vivendo una compilation, un mixtape emotivo che passa dall’hip-hop underground alle luci dei videonoleggi, dai campetti da basket alle strade dove la tensione si taglia con un coltello. È tutto collegato, ma non nel modo ordinato che ti aspetti… più come quelle trame corali che ti obbligano a stare attento perché ogni dettaglio potrebbe tornare dopo e colpirti.

E dentro questo caos ci sono facce che conosci benissimo, tipo Pedro Pascal, che ormai sembra spawnare ovunque nella cultura pop come un personaggio leggendario con drop rate altissimo, ma ogni volta riesce comunque a portarsi dietro un carisma che funziona sempre, anche quando il mondo attorno a lui sembra sul punto di esplodere. Accanto a lui Ben Mendelsohn costruisce una presenza inquieta, quasi glitchata, mentre Tom Hanks entra in scena con quell’aura da memoria collettiva, come se fosse lui stesso una VHS che qualcuno ha riavvolto troppe volte e che continua a funzionare nonostante tutto.

E poi succede una cosa che mi ha colpito davvero, tipo quando scopri un personaggio nuovo in un anime e capisci subito che non è lì per caso: Normani. Il suo ingresso nel film ha quella naturalezza strana, come se fosse sempre stata lì, parte di quell’universo, senza bisogno di spiegazioni o build-up forzati. È uno di quei momenti in cui capisci che il casting non è solo una scelta tecnica, ma un pezzo fondamentale della narrazione.

Quello che mi ha fatto davvero perdere la testa però è il modo in cui il film gioca con i generi, perché non si accontenta mai di stare fermo. Parte come un racconto urbano, poi vira nel thriller, poi si sporca di ironia, poi torna serio, poi quasi surreale… sembra una playlist shuffle costruita benissimo, dove ogni traccia è diversa ma alla fine tutto suona coerente. E questo è esattamente il tipo di esperienza che oggi, tra streaming e binge watching, rischiamo di dimenticare: il cinema che ti sorprende mentre lo stai guardando.

E in mezzo a tutto questo, la musica non è sottofondo, è gameplay. Le tracce curate da Raphael Saadiq non accompagnano semplicemente le scene, le definiscono, le spingono, le amplificano. Ogni beat sembra sincronizzato con qualcosa che succede sullo schermo, come se il film stesso stesse seguendo un ritmo interno, un BPM narrativo che ti tiene agganciato fino all’ultimo.

Quello che resta dopo è una sensazione strana, difficile da spiegare senza sembrare troppo romantico, ma ci provo lo stesso: Freaky Tales non è solo un viaggio nel passato, è una specie di specchio distorto che ti fa vedere quanto di quell’energia sia ancora dentro le storie che consumiamo oggi, dagli anime cyberpunk ai videogiochi open world pieni di sottotrame, fino alle serie che cercano disperatamente di catturare “quella vibe” senza sempre riuscirci.

E forse è proprio qui che il film colpisce davvero, perché non ti dice mai esplicitamente cosa devi provare, non ti guida, non ti semplifica nulla… ti lascia lì, dentro questo flusso di immagini, suoni e personaggi, a mettere insieme i pezzi come se stessi ricostruendo una lore frammentata.

E mentre scorrono i titoli di coda, ti ritrovi con quella sensazione familiare che arriva dopo certi film, certi anime, certe storie che non si chiudono davvero… quella voglia di parlarne, di confrontarti, di capire se anche gli altri hanno visto le stesse cose che hai visto tu, o se ognuno si è portato via un pezzo diverso di questo viaggio.

Chi è Riri Williams / Ironheart?

Lo ammetto: quando si parla di supereroi, il mio cuore batte forte per le donne che sfidano le aspettative, i limiti, e persino la fisica. Ma tra tutte, Riri Williams — alias Ironheart — occupa un posto speciale nel mio pantheon personale. Non solo perché è una giovane ragazza nera prodigio dell’ingegneria, ma perché incarna qualcosa che il mondo Marvel (e il nostro mondo) ha bisogno di vedere più spesso: una mente brillante, un cuore ferito ma pieno di speranza, e una volontà incrollabile di costruire qualcosa di nuovo… partendo da dentro un’armatura.

Creata nel 2016 da Brian Michael Bendis (scrittura) e Mike Deodato (disegni), Riri fa il suo esordio nella serie Invincible Iron Man #7. Un’apparizione inizialmente di nicchia, ma che ha acceso immediatamente la fantasia di chi, come me, sogna da sempre un MCU più rappresentativo, più giovane e, diciamolo, più femminile.Riri ha 15 anni. È cresciuta a Chicago, figlia di una madre single e di un padre che ha perso troppo presto. Vive con sua madre e la zia Sharon, e frequenta il prestigiosissimo MIT con una borsa di studio. Ma non lasciatevi ingannare dalla sua età: questa ragazza smonta e rimonta la realtà come se fosse un LEGO. E lo fa costruendo, da sola, un’armatura simile a quella di Tony Stark. Con materiale rubato. Sì, lo so, non è esattamente un comportamento da onor student, ma ditemi se non è l’adolescente ribelle che avremmo voluto essere tutti.

Ironheart: il battito nuovo dell’armatura

Il nome Ironheart arriva nel terzo volume di Invincible Iron Man (2016), con i disegni di Stefano Caselli. Ed è in quel momento che Riri smette di essere “una ragazza che imita Iron Man” e diventa qualcosa di nuovo. Qualcuno di nuovo. Un’eroina con un’identità propria, motivata non dall’eredità di un miliardario playboy, ma dalla volontà di cambiare il mondo con il talento, la scienza e – sì – una buona dose di testardaggine.

Il suo rapporto con Tony Stark è centrale: lui la scopre, letteralmente, mentre lei vola via dall’MIT con la sua prima armatura. Quando lui finisce in coma dopo Civil War II, la sua coscienza rimane viva in un’intelligenza artificiale che diventa il mentore di Riri. Il passaggio di testimone è implicito ma potente. Tony non le dà il potere: la riconosce. Le dice “sei pronta”. E lei lo è davvero.

Lotta, crescita e sorellanza

Uno dei momenti più toccanti per me nei fumetti è l’interazione tra Riri e Pepper Potts (nell’armatura di Rescue). Non c’è antagonismo, solo preoccupazione, empatia, confronto tra due donne che hanno vissuto la stessa vita – solo da lati diversi dell’armatura. C’è anche Mary Jane Watson, Amanda Armstrong (la madre biologica di Tony) e, naturalmente, la madre di Riri: tutte donne che rappresentano frammenti diversi di cosa significhi essere forti, in modi che non sempre richiedono superpoteri.

La verità è che Riri combatte su due fronti: i cattivi da un lato, e dall’altro la paura – degli altri e sua – di non essere “abbastanza”. Abbastanza eroina. Abbastanza intelligente. Abbastanza “giusta”. Ma, riga dopo riga, vignetta dopo vignetta, vediamo crescere una ragazza che prende in mano la propria narrazione.

Da fumetto a schermo: il debutto nell’MCU

Nel 2022, Riri è finalmente apparsa nel Marvel Cinematic Universe grazie a Black Panther: Wakanda Forever. Interpretata dalla talentuosissima Dominique Thorne, la Riri del film è un po’ più grande – ha 19 anni – ma non meno brillante. Incontra Shuri, un’altra giovane mente scientifica in un mondo di uomini e guerre. Le due sviluppano una dinamica che, seppur diversa da quella dei fumetti, è vibrante e significativa.

Riri costruisce una macchina capace di individuare il vibranio, attirando su di sé l’ira di Namor e dei Talokani. La Regina Ramonda sacrifica la vita per proteggerla, e questo trauma diventa per Riri il carburante per abbracciare la propria missione. Torna a casa, ma ormai non è più solo una studentessa del MIT. È Ironheart.

Ironheart: la serie Disney+ che stavamo aspettando

Il futuro? Si chiama Ironheart, la serie Disney+ in arrivo il 24 giugno 2025. Sarà qui che Riri troverà davvero se stessa. Affronterà Parker Robbins, alias The Hood, un avversario con poteri magici. Un bel cambio di scenario per una ragazza razionale e scientifica – ma anche un’ottima occasione per vedere come scienza e magia possano dialogare, o scontrarsi.

Ryan Coogler, regista di Black Panther, sarà produttore esecutivo. E si vocifera anche di possibili apparizioni di personaggi come War Machine e, chissà, magari anche Pepper Potts. Sarebbe interessante vedere sullo schermo il legame tra queste due donne d’acciaio.

Ironheart non è la nuova Iron Man. È qualcosa di più.

Riri Williams non è un semplice “rimpiazzo” di Tony Stark. È una ragazza afroamericana di Chicago, con il cervello di un genio e il cuore di un’eroina. È il simbolo di una nuova generazione di supereroine: intelligenti, vulnerabili, creative e complesse. In un panorama pop ancora troppo dominato da archetipi maschili e bianchi, Ironheart brilla come un faro.

E per chi, come me, ha sempre cercato se stessa tra le pagine dei fumetti senza mai sentirsi davvero rappresentata, vederla prendere il volo (letteralmente!) è qualcosa di rivoluzionario. Riri non si limita a salvare il mondo. Lo reinventa. Con bulloni, schede madri e un cuore che batte più forte dell’acciaio.

Black Panther: Wakanda Forever su Disney+ e su Podcast

Disney+ ha inaugurato il nuovo anno insieme ai fan del Marvel Cinematic Universe, annunciando che Black Panther: Wakanda Forever debutterà in streaming il 1° febbraio 2023. Black Panther: Wakanda Forever si unirà ad altri 16 film del Marvel Cinematic Universe ora in streaming nel formato IMAX Enhanced su Disney+, per offrire agli abbonati una maggiore quantità di immagini con un rapporto d’aspetto ampliato e per un’esperienza di visione immersiva a casa. Maggiori informazioni in merito a  sono disponibili qui.
 
In vista dell’imminente debutto del film in streaming, Proximity Media, in collaborazione con Marvel Studios e Marvel Entertainment, ha pubblicato “Wakanda Forever: The Official Black Panther Podcast“. Il pubblico è invitato ad ascoltare e a conoscere l’entusiasmante ed emotivo viaggio per la realizzazione del film nel corso di sei episodi. Il primo episodio è disponibile sul sito “Wakanda Forever: The Official Black Panther Podcast”, su tutte le principali piattaforme di podcast e su ProximityMedia.com. I restanti cinque episodi arriveranno ogni settimana a partire dal 18 gennaio. È possibile scoprire in anteprima il resto della stagione cliccando qui: megaphone.link/ESP3174748639.

Basato sul personaggio di Pantera Nera della Marvel Comics, è il trentesimo film del Marvel Cinematic Universe e l’ultimo della cosiddetta “Fase Quattro”, nonché sequel della pellicola del 2018 Black Panther, e ha come protagonisti Letitia Wright, Lupita Nyong’o, Danai Gurira, Winston Duke, Dominique Thorne, Florence Kasumba, Michaela Coel, Tenoch Huerta, Martin Freeman e Angela Bassett.

Questo lungometraggio ricco d’azione torna nel regno del Wakanda dove emerge una nuova minaccia proveniente da una nazione sottomarina nascosta chiamata Talokan: la Regina Ramonda (Angela Bassett), Shuri (Letitia Wright), M’Baku (Winston Duke), Okoye (Danai Gurira) e le Dora Milaje (tra cui Florence Kasumba), lottano per proteggere la loro nazione dalle invadenti potenze mondiali dopo la morte di Re T’Challa. Mentre gli abitanti del Wakanda cercano di comprendere il prossimo capitolo della loro storia, gli eroi devono riunirsi con l’aiuto di War Dog Nakia (Lupita Nyong’o) e di Everett Ross (Martin Freeman) e forgiare un nuovo percorso per il regno del Wakanda.

Il film presenta Tenoch Huerta nel ruolo di Namor, re di una nazione sottomarina nascosta, ed è interpretato anche da Dominique Thorne, Michaela Coel, Mabel Cadena e Alex Livinalli. Il personaggio fu creato da Bill Everett nel 1939 e pubblicato dalla Marvel Comics ispirandosi al poema La ballata del vecchio marinaio dello scrittore inglese Samuel Taylor Coleridge; in questa versione cinematografica è  non è viene più da Atlantide ma è il re di Talocan, un regno connesso agli Aztechi.