Quando si parla dei grandi capolavori del fumetto giapponese, ci sono titoli che hanno segnato epoche e generazioni, opere che non si limitano a intrattenere ma che scavano, riflettono, lasciano un’impronta profonda nella memoria del lettore. Vagabond, per me, è uno di quei manga. È molto più di un semplice racconto a fumetti. È un’esperienza. Una di quelle che ti rimangono addosso, che continui a ripensare anche a distanza di anni. Un viaggio nel tempo, nell’anima e nel significato stesso della parola “forza”.
Takehiko Inoue, che molti hanno conosciuto e amato grazie a Slam Dunk, con Vagabond compie un salto narrativo e stilistico che ha dell’incredibile. Se con Hanamichi Sakuragi ci aveva fatto ridere, emozionare e appassionare al basket, qui ci trascina nel cuore crudo e sanguinante del Giappone feudale del XVII secolo. Ma non aspettatevi la classica epopea da samurai tutta spade e onore. Vagabond è una riflessione, a tratti dolorosa, sulla crescita interiore, sulla violenza, sul senso della vita e su cosa significhi davvero essere forti. Una narrazione che affonda le sue radici nel celebre romanzo Musashi di Eiji Yoshikawa, ma che Inoue rielabora in modo personalissimo, dando vita a un’opera d’autore nel senso più pieno del termine.
La storia parte nel momento esatto in cui la guerra di Sekigahara è appena finita. È il 1600, il Giappone è dilaniato, e in questo contesto di morte e caos incontriamo Shinmen Takezō, un ragazzo selvaggio, rabbioso, quasi bestiale. La sua evoluzione in Musashi Miyamoto – nome che prenderà successivamente – è il cuore pulsante del manga. Un ragazzo che ha conosciuto solo la guerra e che inizia un viaggio solitario per diventare “invincibile”. Ma cosa significa davvero essere invincibili? È una domanda che lo perseguita e che Inoue ci sbatte in faccia più volte, senza mai darci una risposta definitiva. Perché in fondo, anche Musashi non sa davvero dove sta andando. Cerca, si perde, si rialza. Combatte, sì, ma combatte anche con i suoi fantasmi, con i suoi rimorsi, con la paura di diventare un mostro o di non essere abbastanza.
Quello che mi ha colpito fin da subito, e che continua a lasciarmi senza fiato ad ogni rilettura, è la maestria con cui Inoue alterna momenti di feroce brutalità a parentesi di pura contemplazione. Le prime tavole sono un susseguirsi di fendenti, fughe, sangue e fango. E poi, all’improvviso, una pagina quasi vuota, un Musashi che osserva il vento muovere le foglie, un silenzio che dice tutto. Questo ritmo, questa capacità di rallentare e meditare, è una delle cose che rendono Vagabond un’opera unica. È un manga che non ha paura di fermarsi. Anzi, nei suoi silenzi trova la sua forza più autentica.
E poi c’è lui, Kojirō Sasaki. Un personaggio che ho amato in modo viscerale. Inoue lo reinventa come un prodigio della spada sordo e muto, quasi infantile nel suo modo di stare al mondo, ma allo stesso tempo terrificante nella sua abilità. È una figura luminosa, tragica e misteriosa. Un genio puro, che combatte non per gloria, ma per istinto. Il suo contrasto con Musashi è struggente. Non solo sono destinati a confrontarsi, ma sono legati da un filo invisibile, come due poli opposti della stessa esistenza. Laddove Musashi è tormentato dalla necessità di comprendere e razionalizzare, Kojirō è l’incarnazione della spontaneità e dell’istinto. Ed è bellissimo vedere come i due si osservano, si annusano, si evitano e si cercano, in un gioco di riflessi che va oltre la semplice rivalità.
A livello grafico, Vagabond è qualcosa che sfiora il divino. Le tavole di Inoue non si leggono, si contemplano. C’è una cura maniacale per ogni dettaglio: dalle espressioni dei volti, sempre intensi e umani, fino agli sfondi che sembrano dipinti a mano. I paesaggi giapponesi sono così evocativi da far sentire quasi l’odore degli alberi, il rumore dei passi sulla terra bagnata. E i combattimenti? Coreografati con una tale grazia e potenza da sembrare danze mortali. Ogni colpo ha un peso, ogni movimento una logica interiore. Non sono mai fine a sé stessi, ma sempre parte di un discorso più ampio sull’identità, sulla determinazione, sulla paura.
Certo, verso la fine si avverte un certo rallentamento. Alcune tavole diventano più abbozzate, certi capitoli sembrano prendersi tutto il tempo del mondo. Ma non l’ho mai vissuto come un difetto. È come se Inoue stesso, attraverso il manga, stesse cercando qualcosa. Forse una risposta. Forse solo il coraggio di fermarsi. Il fatto che Vagabond sia ancora incompiuto aggiunge a tutto questo un senso di malinconia, come se anche Musashi – e noi lettori con lui – non avessimo ancora trovato la nostra vera via.
Non è un manga per tutti. Lo dico con sincerità. Chi cerca solo azione e colpi di scena, forse resterà spiazzato. Ma chi ama le storie che scavano, che pongono domande, che non danno certezze ma mettono a nudo l’animo umano, troverà in Vagabond una lettura memorabile. Una di quelle che si rileggono più volte nella vita, ogni volta con uno sguardo diverso.
Nel mio percorso da lettore appassionato di manga giapponesi, poche opere mi hanno segnato come Vagabond. È il tipo di fumetto che mi ha ricordato perché amo questo medium, quanto possa essere profondo, potente, capace di parlare al cuore e alla mente. Takehiko Inoue ha creato qualcosa di immortale, che andrebbe studiato, celebrato e tramandato.
E se non l’avete ancora letto, il mio consiglio è di recuperarlo. Ma non abbiate fretta. Leggetelo con calma, assaporando ogni tavola, ogni silenzio, ogni riflessione. Lasciate che Musashi vi accompagni nel suo cammino. Magari, lungo la strada, scoprirete qualcosa anche su voi stessi.
E voi, avete già intrapreso il viaggio di Vagabond? Che impressioni vi ha lasciato? Avete un personaggio che vi è rimasto dentro? Scrivetemi, commentate, condividete questo articolo con chi ama i manga che sanno scavare nell’anima. Perché, come ci insegna Musashi, la vera forza è anche la capacità di affrontare sé stessi.
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