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“La guerra dei mondi”: 125 anni fa l’invasione che ha cambiato la fantascienza

Centoventicinque anni fa, nell’aprile del 1897, prendeva vita una delle narrazioni più potenti e durature della letteratura mondiale. Pubblicato inizialmente a puntate sul Pearson’s Magazine di Londra e contemporaneamente su Cosmopolitan negli Stati Uniti, La guerra dei mondi di H.G. Wells non solo inaugurava una nuova epoca per il genere fantascientifico, ma ne diventava uno dei pilastri fondativi. Considerato ancora oggi l’opera più celebre dell’autore britannico, questo romanzo ha definito canoni, suggestioni e paure che continuano a riecheggiare nell’immaginario collettivo.

Nel 1901, appena quattro anni dopo la sua pubblicazione originale, La guerra dei mondi giungeva anche in Italia grazie all’editore Francesco Vallardi, segnando l’inizio del suo viaggio globale. Ma fu nel 1938 che l’opera conquistò definitivamente la fama mondiale, grazie a un celebre adattamento radiofonico diretto da Orson Welles. La sua messa in scena, trasmessa negli Stati Uniti sotto forma di radiocronaca realistica, fu così convincente che molti ascoltatori credettero realmente a un’invasione extraterrestre in corso. L’effetto fu dirompente: panico, confusione, terrore. Era la dimostrazione, forse involontaria, di quanto la forza narrativa di Wells fosse in grado di toccare corde profonde e collettive.

Il romanzo si apre con una riflessione inquietante: “Alla fine del XIX secolo nessuno avrebbe creduto che le cose della Terra fossero acutamente e attentamente osservate da intelligenze superiori a quelle degli uomini…” Con queste parole, Wells getta le basi per una narrazione che oscilla tra il cronachistico e l’apocalittico. Il protagonista, uno scrittore inglese senza nome, osserva con crescente inquietudine una serie di misteriose esplosioni sul pianeta Marte, avvistate insieme all’amico Ogilvy, astronomo a Ottershaw. La vicenda prende una svolta drammatica quando un oggetto fiammeggiante cade nei pressi di Woking, dando inizio a un’invasione marziana che sconvolgerà la campagna inglese e, successivamente, la città di Londra.

Il romanzo, narrato in prima persona, costruisce un senso crescente di terrore e impotenza. I marziani, creature tentacolari simili a piovre grosse quanto un orso, emergono da cilindri metallici atterrati sulla Terra e, incapaci di respirare l’atmosfera terrestre, si rinchiudono immediatamente all’interno delle loro macchine da guerra: i famigerati Tripodi. Armati di “raggi di calore” e di un letale “fumo nero”, i Tripodi avanzano inesorabili, distruggendo interi villaggi, sterminando la popolazione e spazzando via l’esercito britannico con terrificante facilità. La civiltà umana, con tutte le sue certezze tecnologiche e culturali, viene rapidamente ridotta al silenzio, costretta alla fuga e alla disperazione.

L’orrore cresce mentre il protagonista cerca disperatamente di mettere in salvo la moglie, separandosene però nel caos dell’invasione. Il suo cammino diventa un viaggio di distruzione e angoscia: attraversa villaggi rasi al suolo, incontra cadaveri abbandonati, rifugiati in fuga, soldati sbandati e testimoni di massacri. A Londra, la situazione precipita rapidamente: la metropoli è invasa dal panico, la folla impazzisce, il caos regna sovrano. Il fratello del protagonista, che vive nella capitale, diventa testimone di un’umanità in frantumi, dove il bisogno di sopravvivere spinge le persone alla violenza e all’egoismo più brutale. In fuga verso il mare, salva due donne da un tentativo di aggressione e con loro riesce infine a imbarcarsi su una nave diretta in Europa, assistendo anche a uno spettacolare scontro tra un Tripode e un’unità navale britannica.

Nel frattempo, altri cilindri marziani continuano a cadere nel sud dell’Inghilterra. I marziani costruiscono nuove macchine, diffondono una strana pianta rampicante rossa che sembra trasformare il paesaggio terrestre in un ecosistema alieno e iniziano a catturare gli umani per nutrirsi del loro sangue. L’invasione non è solo militare, è anche ecologica: una vera e propria terraformazione del pianeta. Il protagonista, dopo essersi rifugiato in una casa diroccata con un prete impazzito, assiste di nascosto alle attività dei marziani, spiandoli per giorni interi. Quando il religioso perde il controllo e attira l’attenzione dei nemici, viene trascinato via e ucciso, mentre il protagonista riesce a salvarsi nascondendosi in una carbonaia.

Nel prosieguo della storia, l’uomo vaga per le campagne inglesi devastate, fino a incontrare un artigliere in preda alla follia, che sogna una resistenza organizzata nei sotterranei di Londra. Ma l’epilogo della vicenda si gioca su un colpo di scena del tutto inatteso: i marziani cominciano a morire improvvisamente. Non per opera dell’esercito, non per qualche arma segreta o resistenza organizzata, ma per mano invisibile della natura. I microrganismi presenti nell’atmosfera terrestre, a cui gli esseri umani sono immuni, risultano letali per gli invasori. È l’ecosistema terrestre, nella sua più umile manifestazione biologica, a trionfare laddove ogni arma umana ha fallito.

Il protagonista, colto da un senso di vuoto e prostrazione, ritorna infine nella sua casa distrutta. In un momento di commozione, ritrova la moglie, anch’essa miracolosamente sopravvissuta. Londra e l’Inghilterra cominciano lentamente a riprendersi, ma nulla potrà più essere come prima: l’umanità ha assaggiato la propria fragilità, ha visto da vicino l’estinzione, ha scoperto che la supremazia tecnologica non è garanzia di sopravvivenza.

Il messaggio del romanzo di Wells è stratificato e profondo. Da un lato, vi è un chiaro riferimento all’evoluzionismo e alla teoria della selezione naturale: la lotta per la sopravvivenza non conosce moralità, e l’essere umano, posto in posizione di inferiorità, è costretto a riconoscere la propria vulnerabilità. Ma il romanzo è anche una potente allegoria del colonialismo europeo, che proprio in quegli anni stava raggiungendo il suo apice. L’autore rovescia la prospettiva: gli europei, solitamente colonizzatori, diventano colonizzati. I marziani rappresentano una potenza avanzata, fredda e spietata, che invade la Terra con la stessa arroganza con cui l’Occidente aveva conquistato e sottomesso popoli in Africa, Asia e Oceania.

Nel primo capitolo, Wells scrive con spietata lucidità: “E prima di giudicarli troppo pesantemente, dobbiamo ricordare quale crudele e estrema distruzione la nostra stessa specie ha imposto, non solo su animali, come gli ormai estinti bisonte e dodo, ma sulle sue razze inferiori. I Tasmaniani, nonostante le loro sembianze umane, sono stati interamente spazzati via dalla Terra… Siamo tali apostoli di pietà da lamentarci se i Marziani ci portassero guerra nello stesso spirito?”

Vi è poi una dimensione più intima e personale. Alcuni critici hanno osservato come l’autore abbia descritto con particolare meticolosità la distruzione dei luoghi della sua infanzia infelice, quasi a esorcizzare fantasmi personali attraverso l’apocalisse narrativa. E infine, la crudeltà con cui i marziani trattano gli esseri umani – usati come riserve di sangue – ha suggerito a molti lettori paragoni inquietanti con il modo in cui l’uomo tratta gli animali. David McKnight, attivista per i diritti degli animali, ha rivelato che La guerra dei mondi ha spinto diversi suoi conoscenti a scegliere la via del vegetarianismo, colpiti dalla feroce analogia tra predazione aliena e sfruttamento zootecnico.

A distanza di oltre un secolo, La guerra dei mondi resta un’opera moderna, attuale e profondamente inquietante. Con la sua miscela di tensione narrativa, critica sociale e riflessione esistenziale, il romanzo di Wells continua a interrogare i lettori su cosa significhi davvero essere “civilizzati”, su quanto sia fragile il nostro dominio sul mondo e su quanto poco ci voglia perché venga rovesciato.


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