“Perché nessuno ha mai provato a essere un supereroe?”. Dave Lizewski non ha una risposta quando indossa per la prima volta quella muta verde e gialla comprata online. La troverà sulla propria pelle pochi minuti dopo, tra coltelli, gomme d’auto e un ricovero che lo riporta a casa con placche metalliche nella schiena e un’inedita soglia del dolore. È l’incipit perfetto di Kick-Ass, film che nel 2010 ha scosso il panorama dei cinecomics con un mix esplosivo di tenerezza adolescenziale, violenza pulp e ironia tagliente. Alla regia c’è Matthew Vaughn, alla sceneggiatura lui stesso insieme a Jane Goldman; a monte, l’idea “e se lo facessimo davvero?” del fumettista scozzese Mark Millar, visualizzata dalle matite inconfondibili di John S. Romita Jr..
Il progetto nasce con un DNA atipico: fumetto e film si sviluppano in parallelo, si parlano, si contaminano, condividono look, tono e persino una sequenza animata disegnata da Romita Jr. che nel lungometraggio racconta le origini di due personaggi destinati a diventare iconici: Big Daddy e Hit-Girl. È un’operazione di metanarrazione pop che rompe la consuetudine del “prima il comic, poi l’adattamento” e che consente a Vaughn di mettere in scena non un semplice traslato, ma un’opera con una propria pulsazione cinematografica.
Trama: diventare Kick-Ass e sopravvivere per raccontarlo
New York, smartphone in tasca e sogni in testa. Dave Lizewski è un liceale qualunque che frequenta fumetterie e forum, passa più tempo con Spider-Man che con i compagni di classe e si chiede perché nessuno, tra milioni di fan dei supereroi, abbia tentato davvero di indossare una maschera. Compra una muta da sub, sceglie un nome che è una promessa e una minaccia — Kick-Ass — e scende in strada. La realtà risponde con la grazia di un pugno allo stomaco: accoltellato, investito, umiliato. Ma quel corpo ricucito male, pieno di placche e nervi anestetizzati, diventa paradossalmente un’armatura.
Quando sventa una rapina proprio sotto l’occhio digitale di una troupe improvvisata, il video finisce su YouTube, rimbalza sui social, crea l’onda mediatica. Kick-Ass diventa fenomeno virale, idolo e bersaglio. In questo playground digitale irrompono due vigilanti in costume che giocano in un’altra categoria: Big Daddy (un Nicolas Cage irresistibile e perturbante) e sua figlia Mindy, dodici anni di addestramento durissimo, parrucca viola e il nome di battaglia Hit-Girl. Loro non improvvisano: hanno una missione, un passato da vendicare, un nemico preciso da abbattere, il boss mafioso Frank D’Amico (Mark Strong).
Tra equivoci, rese dei conti e amicizie pericolose, Dave incrocia anche Chris D’Amico, figlio del boss, che sceglie di reinventarsi come Red Mist per guadagnarsi l’attenzione paterna e, magari, incastrare il nuovo eroe del web. Il gioco si fa sanguinoso. Le maschere cadono e restano addosso, in un climax che fonde balletto d’azione e comicità nerissima, con Kick-Ass chiamato a diventare davvero, finalmente, all’altezza del suo nome.
Recensione: la carezza e il pugno
Kick-Ass è una lettera d’amore ai fumetti scritta con un pennarello indelebile e un bisturi. Vaughn filma il sogno supereroistico come una febbre adolescenziale e lo tempera con un realismo crudele che non concede sconti: se entri in un vicolo buio vestito di lycra, ti fai male. Ma subito dopo ti rialzi, perché crescere è questo. L’equilibrio tra dolcezza e ferocia è la chiave emotiva del film: il diario sentimentale di Dave sta accanto alla vendetta di Big Daddy e al coming-of-age di Mindy, bambina che parla come un camionista e combatte come un demone dei tokusatsu.
La regia orchestra l’azione con un gusto coreografico che guarda a John Woo e Tarantino, ma rifiuta il feticismo sterile: i duelli sono storytelling puro, ogni colpo sposta i personaggi di una casella nella scacchiera morale. La fotografia di Ben Davis impacchetta la città in una tavolozza che alterna neon pop e tenebre catramose; il montaggio di Jon Harris sa quando dettare il ritmo e quando piantare i piedi, come nella memorabile sequenza “one-take” in cui Big Daddy ripulisce un covo di scagnozzi con efficienza da leggenda urbana. La colonna sonora mescola brani rock e classici contemporanei con quella spudoratezza post-moderna alla quale il cinema di Vaughn ci ha abituati, cucendo addosso ai personaggi un’energia contagiosa.
Gli attori centrano il bersaglio. Aaron Johnson (poi Aaron Taylor-Johnson) restituisce a Dave una fragilità credibile e un coraggio che sboccia fuori tempo massimo; Chloë Grace Moretz è una Hit-Girl che ruba la scena ogni volta che entra in campo, capace di scivolare dal gioco infantile alla furia iconoclasta senza mai perdere umanità; Nicolas Cage fa qualcosa di prezioso e bizzarro: poggia Big Daddy su un registro che cita esplicitamente Adam West, modulando la voce come un’eco dell’iconico Batman anni Sessanta, e al tempo stesso gli regala un cuore spezzato che pulsa sotto il kevlar. Christopher Mintz-Plasse dà a Red Mist il tono giusto tra parodia e tragedia in potenza; Mark Strong è un antagonista che non esagera, e proprio per questo fa paura.
Sì, Kick-Ass è violento e sboccato. E sì, quella violenza è spesso coreografata come un cartoon per adulti. Ma non c’è compiacimento gratuito: il film usa l’iperbole per smontare il mito dell’eroe invulnerabile e per ricordarci che l’etica non è un costume. La celebre torsione della massima di Spidey — “senza poteri non hai responsabilità” — suona come una provocazione e come una sfida: se non hai poteri, la responsabilità te la devi inventare. E forse è questo il nucleo che ha reso l’opera così amata dal pubblico nerd, perché parla del nostro patto con i miti che ci crescono accanto e del momento in cui decidiamo di smettere di leggerli soltanto.
Dietro le quinte: quando il fumetto gira insieme al film
La gestazione di Kick-Ass è un piccolo caso industriale. Millar e Romita Jr. avviano il fumetto e, quasi in simultanea, Vaughn e Goldman cominciano a scrivere la sceneggiatura. La collaborazione è strettissima: ci si passa materiali, ci si confronta sul design dei costumi, si chiede a Romita Jr. di disegnare una sequenza animata che finirà nel film, mentre il team di produzione difende con tenacia l’estetica spigolosa e “sporca” della pagina stampata.
Poi arriva il muro dei grandi studios. Il personaggio di Hit-Girl, con il suo linguaggio e il suo arsenale, fa paura a chi deve staccare assegni milionari. La risposta è una serie di “no” condizionati: sì alla storia, ma edulcorata, alleggerita, addomesticata. Vaughn non ci sta e decide di finanziare indipendentemente il progetto, trovando sostegno in tempi lampo e portando il set a Elstree Studios e Toronto. Una volta montato il film, saranno Lionsgate e Universal ad assicurare la distribuzione, attratte proprio da quel tono irriverente che inizialmente spaventava.
Il casting di Dave è un parto lungo: “senza il protagonista giusto non giriamo”, è il mantra. L’illuminazione arriva dopo innumerevoli provini con Aaron Johnson; paradossalmente, sarà proprio un britannico a indossare i panni del liceale newyorkese. Per Hit-Girl la produzione pensa di dover setacciare il pianeta: ad apparire in scena, skate ai piedi e sfrontatezza californiana, è una giovanissima Chloë Grace Moretz che impara a maneggiare bastoni telescopici, coltelli a farfalla, shuriken, pistole e a memorizzare coreografie lunghe e serrate come un videoclip, ma con il peso specifico di uno scontro all’ultimo sangue. Nicolas Cage abbraccia il ruolo di Big Daddy come un laboratorio di citazioni pop: l’idea di filtrarlo attraverso l’ombra di Adam West è sua, e imprime al personaggio quel tono a metà tra la filastrocca e la follia, tra il sorriso paterno e l’abisso del trauma. Il suo Big Daddy non è solo un vigilante: è un padre perduto che trasforma il dolore in addestramento, un uomo che cresce la figlia dentro un videogioco iperviolento chiamato vita.
Il risultato è un duo — Big Daddy e Hit-Girl — che diventa subito leggenda pop: lei, una mini killer dal cuore candido; lui, un Batman decaduto che combatte il crimine con la stessa devozione con cui altri recitano preghiere.
Sul set, Vaughn orchestra il caos con precisione chirurgica. Le coreografie di combattimento, pensate come balletti di morte a ritmo di rock e synth, vengono girate con una cura maniacale. Una delle scene più famose, quella in cui Big Daddy elimina l’intera banda di Frank D’Amico in un solo piano sequenza, nasce da un’idea del regista: rendere la violenza “pulita”, quasi elegante, come se fosse un musical apocalittico. Niente CGI invadente, ma stunt reali, coreografie millimetriche e un uso dinamico della luce che trasforma ogni scontro in un fumetto animato.
E se l’anima action del film è trascinante, il tono generale resta sempre ironico, meta, auto-cosciente. Vaughn e Goldman non vogliono semplicemente raccontare una storia di supereroi “senza superpoteri”, ma decostruire il mito dall’interno, ridendoci sopra con affetto. Il film è disseminato di riferimenti alla cultura pop: la frase “Senza potere non hai responsabilità” è un gioco esplicito con la celebre massima di Spider-Man, ma anche una provocazione sull’etica contemporanea dell’eroe, sempre più legata al like e alla viralità che al sacrificio. In fondo, Kick-Ass nasce proprio nell’epoca dei social network nascente, quando l’identità digitale diventa maschera e il coraggio può trasformarsi in contenuto virale.
La genesi di un fenomeno pop (e di un piccolo miracolo produttivo)
Quando Mark Millar comincia a immaginare Kick-Ass, lo fa pescando nel proprio passato. A Glasgow, racconta, da adolescente aveva sognato davvero di uscire per strada a combattere i cattivi. Nessuna radio nella Batcaverna, solo la voglia di essere parte del fumetto che leggeva. Da quell’ingenuità nasce l’idea di un eroe senza doni sovrumani, che si fa male ma non molla. “Ho avuto il disegno di una ragazzina vestita come Robin e di un omone vestito come Batman. Li amavo e volevo usarli per qualcosa”, spiega. Da lì, il colpo di genio: unire la satira supereroistica a una vena autobiografica.
Con John Romita Jr., Millar costruisce un mondo che è al tempo stesso iperrealista e surreale. Le linee sporche, i colori saturi, il dinamismo delle tavole diventano la grammatica visiva che Vaughn riporterà fedelmente sul grande schermo. Per la prima volta, fumetto e film camminano insieme, si influenzano a vicenda: quando il numero 3 del fumetto arriva in edicola, il film è già in lavorazione; l’ultimo numero, l’8, esce mentre il regista è in sala di montaggio. Una sincronia perfetta, un esperimento raro che ancora oggi affascina gli studiosi del linguaggio crossmediale.
Il film è, inoltre, una scommessa indipendente in un’epoca dominata dai franchise miliardari della Marvel e della DC. Vaughn rifiuta le catene degli studios e finanzia da solo il progetto, consapevole che il suo tono spregiudicato non sarebbe passato al vaglio delle major. Solo a lavoro ultimato arrivano Lionsgate e Universal, attratte dal clamore generato nelle anteprime e nei festival. Il rischio paga: Kick-Ass diventa un cult mondiale, capace di generare un sequel, un fandom fedele e un’ondata di imitazioni.
Il senso di Kick-Ass oggi
Rivedere oggi Kick-Ass significa tornare a un’epoca di svolta. Nel 2010, il cinema dei supereroi viveva una fase di transizione: tra il realismo di The Dark Knight e la nascente era del Marvel Cinematic Universe. Vaughn si inserisce come un guastafeste affettuoso: prende in giro entrambi i modelli, li mescola e li spara addosso allo spettatore con ironia britannica e una sincerità quasi commovente.
La sua non è solo parodia, ma antropologia nerd: racconta come la fantasia eroica si intrecci con la solitudine, come la cultura pop diventi bussola morale per chi cresce senza maestri. Dave Lizewski non combatte per salvare il mondo, ma per trovare un senso in un mondo che non gliene offre. E forse è proprio qui che Kick-Ass diventa universale: nel dire che l’eroismo non è un dono, ma una scelta. Che il dolore può diventare armatura, che la stupidità può trasformarsi in coraggio, e che ogni generazione ha il diritto di reinventare i propri miti, anche facendoli a pezzi.
Kick-Ass è cinema che si diverte a sporcare la maschera, a mostrare cosa succede quando il cosplay incontra la realtà, quando la passione geek diventa gesto, sudore e sangue. È una fiaba urbana per adulti, una commedia nera travestita da origin story, una riflessione sull’identità e sul potere della cultura pop di costruire (e distruggere) i propri idoli.
Tra un colpo di katana e una battuta fuori luogo, il film ci ricorda che l’essere “eroi” non dipende dal costume, ma dal momento in cui scegliamo di agire, anche se nessuno ci applaude. Forse è per questo che, a distanza di anni, Kick-Ass non ha perso la sua forza sovversiva. È ancora lì, con la sua tuta troppo stretta e il naso sanguinante, a ricordarci che non serve un superpotere per cambiare le cose. Basta avere il coraggio — e la follia — di provarci.











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