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Andrea Pazienza: la vita, i fumetti e il genio irrequieto che ha rivoluzionato il fumetto italiano

Settant’anni dalla nascita di Andrea Pazienza suonano quasi come una provocazione del calendario, perché Paz continua a dare l’impressione di essere rimasto fuori dal tempo, incastrato in quella zona elettrica dove il fumetto italiano smette di essere pagina stampata e diventa confessione, ferita, sberleffo, poesia sporca, nervo scoperto. Andrea Pazienza nasce a San Benedetto del Tronto il 23 maggio 1956, ma la sua geografia vera non coincide mai con un solo luogo: San Severo gli dà radici, Pescara gli apre l’adolescenza artistica, Bologna lo scaraventa dentro la storia, Montepulciano diventa l’ultimo rifugio, quasi una dissolvenza amara dopo anni vissuti con la velocità di chi sembrava avere sempre troppe immagini in testa e troppo poco tempo per metterle su carta.

Il mito di Paz comincia prestissimo, prima ancora che la parola mito abbia senso. La storia dell’orso disegnato a diciotto mesi ha il sapore di quelle leggende familiari che di solito si raccontano per affetto, ma nel suo caso fa meno sorridere e più pensare, perché tutta la sua vita sembra davvero partire da lì, da un gesto naturale, quasi fisiologico, come respirare. Il padre Enrico, insegnante di educazione artistica, e la madre Giuliana capiscono in fretta di avere davanti un bambino che non scarabocchia per gioco, ma osserva e restituisce il mondo con una precisione anomala, già personale, già inquieta. San Severo, con i suoi ritorni continui anche dopo il trasferimento per gli studi, rimane una specie di base sentimentale, un luogo dove il talento non viene vissuto come posa, ma come abitudine quotidiana, qualcosa che Andrea porta addosso senza farne una bandiera.

A Pescara, durante gli anni del liceo artistico, incontra Tanino Liberatore, e già questo basterebbe a far drizzare le antenne a chiunque ami il fumetto italiano. Due traiettorie destinate a incendiarsi, due segni diversissimi e complementari, due modi di aggredire la pagina con una fisicità che ancora oggi fa sembrare pallide tante operazioni costruite a tavolino. Pazienza dipinge, disegna, sperimenta, frequenta ambienti artistici, espone, assorbe stimoli con quella voracità tipica di chi non si sta preparando a una carriera, ma a una specie di battaglia personale contro l’insufficienza della realtà. Il quadro dedicato a Isabella Damiani, “Isa d’estate”, racconta già un Paz capace di trasformare una presenza reale in apparizione, di prendere una persona amata e spostarla in un altrove mentale, tenero e straniante, dove il ritratto diventa racconto prima ancora di diventare immagine.

Poi arriva Bologna. Autunno 1974. Il DAMS era giovane, la città era nervosa, l’Italia tremava sotto strati di ideologia, speranze, rabbia, assemblee, occupazioni, slogan, creatività e paura. Andrea Pazienza non arriva lì come un militante perfettamente allineato, e forse proprio per questo riesce a raccontare quella stagione meglio di molti altri. Non ha l’aria di chi possiede tutte le risposte. Anzi, spesso sembra disorientato, irritato, affascinato, travolto. Bologna gli sta stretta e insieme gli diventa necessaria. La Traumfabrik, la “fabbrica dei sogni” di via Clavature, diventa uno di quei luoghi che oggi sembrano usciti da una mitologia underground: case aperte, discussioni infinite, arte buttata sui muri, controinformazione, corpi che passano, idee che nascono male e finiscono peggio, ma intanto producono immaginario. Pazienza sta lì dentro, ma non come mascotte di una generazione. Sta lì come sismografo impazzito.

“Le straordinarie avventure di Pentothal” arrivano così, con quella potenza strana delle opere che non sembrano chiedere approvazione. Fulvia Serra, alla redazione di Linus e Alter Alter, capisce subito di avere davanti qualcosa di raro. Pentothal non racconta semplicemente il Movimento del ’77: lo attraversa con la testa confusa, con il corpo stanco, con la sensazione di essere sempre leggermente fuori sincrono rispetto alla Storia. Ed è proprio lì che Pazienza diventa enorme. Non mette in scena l’eroe politico, non costruisce il manifesto, non finge lucidità. Disegna un alter ego anestetizzato e febbrile, un ragazzo che sogna, delira, ascolta la radio, vede esplodere il mondo attorno a sé e continua a sentirsi tagliato fuori. Quella tavola modificata dopo l’uccisione di Francesco Lorusso, con Andrea-Pentothal schiacciato dal rumore della realtà, rimane una delle immagini più potenti della cultura italiana del secondo Novecento, perché non pretende di spiegare la tragedia: la registra addosso.

Pazienza rompe la pagina come altri rompono una chitarra sul palco. Cambia registro da una vignetta all’altra, usa il disegno realistico e subito dopo lo sabota, infila citazioni alte e battute da strada, passa dal lirismo al cazzeggio brutale senza scusarsi. Chi legge Paz per la prima volta può sentirsi respinto, ed è giusto così. Non tutto deve accogliere. Alcune opere chiedono al lettore di perdere equilibrio. Pentothal funziona ancora oggi perché non è ordinato, non consola, non accompagna con la manina. Somiglia a una testa giovane durante una rivoluzione: piena, contraddittoria, brillante, insopportabile, viva.

A fine anni Settanta Pazienza viene chiamato ovunque. Riviste, copertine, illustrazioni, manifesti, dischi. Lavora per “Il Male”, entra nella costellazione di “Cannibale”, poi “Frigidaire” diventa una delle sue case naturali. Disegna per Roberto Vecchioni, per la PFM, per Enzo Avitabile, realizza il manifesto de “La città delle donne” di Federico Fellini, si muove tra fumetto, cinema, musica, pittura, teatro e grafica con una facilità quasi irritante. Oggi lo chiameremmo artista crossmediale, ma sarebbe una definizione troppo pulita per uno come lui. Pazienza non attraversava i linguaggi per strategia. Lo faceva perché il suo segno non accettava recinti.

Poi compare Zanardi, e il fumetto italiano cambia temperatura. Se Pentothal era confusione, sogno, disagio, Zanna è gelo. Cinico, crudele, elegantemente mostruoso, figlio di un’Italia che ha già smesso di credere al “noi” e comincia a lucidare il culto dell’io. “Giallo scolastico” non introduce soltanto un personaggio memorabile: porta in scena un mutamento antropologico. Il ’77 è già lontano, gli anni Ottanta mordono, la Milano da bere luccica, il denaro prende spazio, il disincanto diventa postura. Zanardi è tutto questo senza prediche. È un ragazzo spietato, tossico nel senso più largo possibile, capace di incarnare la violenza sottile di un mondo che sta imparando a vendersi benissimo mentre perde pezzi di anima.

La grandezza di Pazienza sta anche nella mancanza di assoluzione. Non guarda i suoi personaggi dall’alto. Non li giudica per tranquillizzare il lettore. Li lascia agire, sporchi e magnifici, dentro tavole che sanno di scuola, droga, sesso, noia, brutalità, umorismo nero. Zanardi non è simpatico, e infatti funziona. Non deve piacere. Deve restare. E resta, ancora oggi, come una delle figure più disturbanti e lucide del fumetto europeo.

Intanto Paz insegna, collabora, disegna Pertini, scompone Pippo, inventa, accetta lavori, li tradisce creativamente, produce tantissimo e nello stesso tempo sembra sempre più inseguito da qualcosa. La dipendenza dall’eroina entra nella sua vita come una presenza cupa, non come un dettaglio biografico da usare per colorare il personaggio. Sarebbe troppo facile trasformare Andrea Pazienza nell’ennesimo artista maledetto da poster universitario. La verità, più scomoda, è che la sua fragilità non spiega il suo talento e il suo talento non redime la sua fragilità. Le due cose convivono, si feriscono, si confondono, e a volte rendono la lettura delle sue opere quasi insostenibile.

“Pompeo” arriva da quella zona lì. Non sembra un fumetto, sembra un addio scritto prima di riuscire davvero a pronunciarlo. Un’opera durissima, spogliata di ogni compiacimento, dove l’autobiografia diventa maschera trasparente e la pagina assume il peso di una resa. Dopo Pentothal e Zanardi, Pompeo appare come l’ultima trasformazione: non più l’anestesia, non più l’aggressione, ma la stanchezza radicale, l’intimità con il vuoto, la tentazione di sparire. Leggerlo ancora oggi significa avvicinarsi a qualcosa che non si lascia consumare facilmente. Non è un oggetto pop da citare con leggerezza. È un corpo a corpo.

Il trasferimento a Montepulciano nel 1984 sembra per un momento aprire un’altra possibilità. Andrea conosce Marina Comandini, la sposa nel 1986, prova a ricomporre i pezzi, continua a lavorare, collabora con “Linus”, “Tango”, “Comic Art”, “Zut”, “Avaj”, immagina nuove opere, lascia progetti sospesi come “Astarte”, dove persino il cane di Annibale poteva diventare voce epica e malinconica. Roberto Benigni lo coinvolge nella lavorazione de “Il piccolo diavolo”, Sergio Staino lo vorrebbe davanti alla macchina da presa per “Cavalli si nasce”. Pazienza, anche negli ultimi anni, resta desiderato, cercato, amato, temuto. Nessuno vuole davvero lasciarlo andare, forse perché tutti percepiscono che da lui può ancora uscire qualcosa di irripetibile.

Il 16 giugno 1988 Andrea Pazienza muore a Montepulciano. Ha trentadue anni. Una cifra assurda, quasi offensiva, se la si mette accanto alla quantità di opere, personaggi, intuizioni e immagini che aveva già consegnato alla cultura italiana. La morte per overdose è diventata parte del racconto pubblico, insieme alle ombre e alle versioni familiari più caute, ma la fine non dovrebbe inghiottire tutto il resto. Pazienza non è grande perché se n’è andato giovane. Pazienza è grande perché in una manciata di anni ha spalancato possibilità nuove al fumetto, alla narrazione, al rapporto tra autore e lettore, all’idea stessa di pagina disegnata.

La sua eredità continua a muoversi in modo strano, carsico, mai del tutto pacificato. La ritrovi nei fumettisti italiani che hanno imparato da lui la libertà di cambiare stile senza chiedere scusa, negli autori che usano l’autobiografia senza trasformarla in diario ordinato, nei musicisti che lo citano come un fratello maggiore mai conosciuto davvero, nei lettori che scoprono Zanardi e rimangono spiazzati dalla sua ferocia, nei giovani disegnatori che capiscono quanto possa essere potente una linea quando non cerca di essere bella, ma necessaria. Pazienza è stato fumettista, pittore, illustratore, poeta laterale, performer involontario della propria epoca. Però, soprattutto, è stato un autore incapace di mentire sulla pagina.

Rileggerlo oggi, in un tempo che tende a levigare tutto, fa quasi bene proprio perché graffia. Andrea Pazienza non offre comfort, non funziona come nostalgia addomesticata, non diventa santino buono per ogni anniversario. Resta contraddittorio, e per fortuna. Resta eccessivo, tenero, sgradevole, geniale, infantile, colto, disperato, comico, osceno, sublime. Resta Paz.

Forse il modo migliore per ricordarlo non consiste nel congelarlo in una celebrazione ordinata, ma nel riaprire una sua tavola e lasciarsi disturbare ancora. Pentothal che non capisce il mondo, Zanardi che lo divora, Pompeo che non riesce più a sostenerlo. Tre maschere, tre ferite, tre modi diversi di guardare l’Italia e se stessi senza filtri. Andrea Pazienza continua a parlarci da lì, da quel punto impreciso in cui il fumetto smette di essere intrattenimento e diventa qualcosa che ti riguarda anche se non eri nato, anche se quella Bologna non l’hai vissuta, anche se gli anni Settanta e Ottanta li conosci solo attraverso libri, film, racconti e vinili consumati.

E allora vale la pena tornarci sopra, magari discutendone senza mettersi d’accordo, perché Paz non nasce per mettere pace tra i lettori. Nasce per accendere conversazioni, per lasciare una domanda sporca sul tavolo, per farci chiedere quanto coraggio serva davvero a disegnare se stessi senza protezioni.

Note: AI-Generated Content

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