Lupin III non ha mai avuto l’aria del personaggio disposto a restare fermo dentro una teca da museo, magari lucidato a dovere e celebrato con quella reverenza un po’ rigida che spesso finisce per imbalsamare le icone. Arsenio Lupin III, nipote immaginario del ladro gentiluomo creato da Maurice Leblanc e figlio ribelle della matita di Monkey Punch, appartiene a quella razza rarissima di protagonisti che sembrano vivere meglio nel movimento continuo, nella fuga, nel cambio di maschera, nell’inseguimento che diventa balletto slapstick un secondo prima di trasformarsi in noir, nella battuta sfrontata che nasconde una malinconia da vecchia canzone jazz ascoltata alle tre del mattino. La sua storia cinematografica è una specie di mappa segreta dell’animazione giapponese, fatta di deviazioni, esperimenti, capolavori riconosciuti, film amatissimi, titoli discussi, versioni italiane entrate nel ricordo collettivo e avventure che hanno provato, ogni volta in modo diverso, a rispondere alla stessa domanda: quanto può cambiare Lupin senza smettere di essere Lupin?
Il bello dei lungometraggi animati di Lupin III sta nella loro natura sfuggente. Non formano una saga ordinata, non chiedono al pubblico di seguire una cronologia blindata, non pretendono di incastrarsi come episodi di un grande puzzle narrativo contemporaneo. Funzionano piuttosto come colpi separati, rapine impossibili organizzate in epoche diverse, con registi, sensibilità e ambizioni visive spesso lontanissime tra loro. Ogni film prende il ladro con la giacca colorata, Jigen con la sigaretta e il cappello calato sugli occhi, Goemon con la sua compostezza da samurai fuori tempo massimo, Fujiko Mine con quella libertà morale che l’ha resa una delle figure femminili più magnetiche dell’anime giapponese, e l’ispettore Zenigata con la sua meravigliosa ossessione professionale, poi li scaraventa dentro un genere diverso. A volte sembra una spy story, altre una commedia d’azione, altre ancora un thriller archeologico, una favola europea, un pulp violento, un racconto quasi fantascientifico o un gioco di citazioni tra ladri, detective e memoria pop.
La cosa più affascinante, soprattutto riguardando oggi questi film con gli occhi di chi ha attraversato decenni di anime in televisione, home video, DVD da collezione, streaming e ritorni evento al cinema, è quanto Lupin III sia stato precoce nel conquistare uno spazio cinematografico vero. Prima che l’animazione giapponese diventasse un linguaggio globale riconosciuto da festival, piattaforme e fandom internazionali, il personaggio di Monkey Punch aveva già iniziato a uscire dalla dimensione seriale e televisiva per muoversi sul grande schermo con una libertà rara, quasi arrogante nel senso migliore del termine. Non era un robot gigante, non era il protagonista di un manga pensato soltanto per accompagnare il pubblico dei più giovani nei classici appuntamenti animati collettivi: Lupin portava al cinema un immaginario adulto, ironico, sensuale, sporco di sigarette, automobili lanciate a velocità impossibili, tesori maledetti, falsari, dittatori, organizzazioni segrete, donne imprendibili e uomini incapaci di ammettere davvero quanto tengano gli uni agli altri.
Il primo grande appuntamento arriva nel 1978 con Lupin III – La pietra della saggezza, conosciuto in Italia anche attraverso il titolo Le avventure di Lupin III, un film ancora oggi stranissimo, imperfetto, potentissimo proprio perché lontano dall’idea rassicurante che molti spettatori italiani hanno costruito sul personaggio grazie alla televisione. Realizzato appena dopo l’avvio della seconda serie animata, il lungometraggio conserva un tratto più spigoloso, corpi magri e allungati, atmosfere grottesche, momenti surreali e un gusto adulto che non prova a nascondersi dietro la patina della commedia. La trama porta Lupin in rotta di collisione con Mamo, figura inquietante e megalomane, apparentemente immortale, legata al tema della clonazione e alla possibilità di replicare sé stesso attraverso i secoli. Riletto oggi, fa quasi sorridere pensare a quanto fosse avanti, perché dentro quella storia di scienza folle, delirio di onnipotenza e immortalità artificiale si percepisce un’ansia che appartiene ancora al nostro presente, con tutte le riflessioni contemporanee sull’identità, sulla copia, sul corpo e sul desiderio di sfuggire ai limiti umani. Certo, La pietra della saggezza è anche un film più ruvido, meno addomesticato, con scene piccanti legate a Fujiko e una durata importante, quasi due ore, che ne accentua il carattere anomalo. Per i fan italiani più affezionati esiste poi il piccolo trauma del doppiaggio home video, perché la voce di Lupin non corrispondeva a quella iconica di Roberto Del Giudice, presenza vocale che per generazioni ha definito il personaggio nella nostra memoria collettiva. Sono dettagli, sì, ma nel culto di Lupin i dettagli diventano sempre mappe emotive.
Un anno dopo, nel 1979, accade ciò che nessuna retrospettiva su Lupin III può evitare di affrontare con una certa soggezione: Il castello di Cagliostro. Diretto da Hayao Miyazaki, prima della fondazione dello Studio Ghibli ma già attraversato da tutto ciò che avrebbe reso riconoscibile il suo cinema, Cagliostro è il film che ha trasformato Lupin in qualcosa di più grande della propria stessa mitologia. Il ladro gentiluomo, dopo aver scoperto che il denaro appena rubato è falso, finisce sulle tracce del piccolo ducato di Cagliostro, regno elegante e sinistro dove una giovane principessa, Clarisse, viene tenuta prigioniera da un conte falsario deciso a sposarla per impossessarsi di un segreto dinastico. Sulla carta potrebbe sembrare una classica avventura con castello, tesoro, cattivo aristocratico e fanciulla da salvare, ma Miyazaki lavora su Lupin come se volesse estrarre dal personaggio una nobiltà nascosta, una leggerezza eroica, una forma di romanticismo quasi cavalleresco. Il risultato è uno dei lungometraggi animati giapponesi più amati di sempre, un film in cui l’azione corre senza perdere eleganza, le gag non soffocano mai l’emozione e ogni sequenza sembra costruita con una chiarezza visiva che ancora oggi fa scuola.
La Fiat 500 lanciata lungo le strade di montagna, l’inseguimento iniziale, i tetti, gli ingranaggi, la torre dell’orologio, Zenigata che da nemico irriducibile diventa quasi compagno di giustizia contro un male più grande, Fujiko che attraversa la storia con intelligenza e autonomia, Jigen e Goemon usati con precisione millimetrica: Il castello di Cagliostro non è soltanto un film di Lupin, è una dichiarazione d’amore per l’avventura classica. Chi ha conosciuto Lupin attraverso le repliche televisive italiane ritrova qui la giacca verde come richiamo alla prima serie, ma anche un tono diverso, più fiabesco, più pulito, meno cinico rispetto al manga originale. Eppure, contro ogni possibile tradimento, il personaggio funziona. Funziona perché Miyazaki non lo snatura davvero, lo guarda da un’altra angolazione, come si fa con un amico di vecchia data che di solito fa il gradasso ma che, in un momento decisivo, rivela di avere ancora una specie di codice d’onore nascosto sotto la giacca.
Dopo un simile apice, ogni confronto diventa inevitabilmente scomodo. Lupin III – La leggenda dell’oro di Babilonia, arrivato nel 1985, vive infatti una posizione particolare nella filmografia del personaggio. Coloratissimo, caotico, legato allo spirito della terza serie televisiva, il film porta Lupin a inseguire il leggendario oro di Babilonia tra New York, suggestioni archeologiche, mafia, extraterrestri e una misteriosa anziana che sembra uscita da un racconto raccontato troppo tardi in una notte troppo strana. È un titolo spesso guardato con freddezza dai fan, soprattutto da chi cerca nel Lupin cinematografico la cura minuziosa di Cagliostro o la ruvidità più adulta della Pietra della saggezza. I disegni, l’animazione e alcune scelte di tono sono stati discussi a lungo, mentre la sigla Manhattan Joke ha mantenuto un fascino tutto suo, quasi più forte del ricordo complessivo del film. Anche qui, però, sarebbe troppo semplice liquidarlo come passo falso. La leggenda dell’oro di Babilonia racconta una fase precisa del franchise, quella in cui Lupin poteva diventare pop fino all’eccesso, deformarsi, esagerare, correre dietro a un’idea di spettacolo quasi ubriaca, magari non sempre riuscita, ma comunque sincera nella sua voglia di non restare ferma.
La Cospirazione dei Fuma, datata 1987, occupa invece una posizione curiosa, perché tecnicamente nasce come OAV destinato al mercato home video, ma per durata, ambizione e memoria affettiva viene spesso avvicinato ai lungometraggi più importanti della saga. Per molti appassionati ha rappresentato un ritorno alle atmosfere di Cagliostro: giacca verde, Fiat 500, ambientazione giapponese tradizionale, inseguimenti dinamici, un Goemon più centrale e una cura animata che ancora oggi rende il film una piccola delizia per chi ama l’azione disegnata con intelligenza fisica. La storia ruota attorno a Murasaki, promessa sposa di Goemon, rapita dal clan Fuma per arrivare al tesoro della sua famiglia. La durata più breve, poco superiore all’ora, non impedisce al film di lasciare un segno netto, anche grazie alla presenza creativa di Yasuo Otsuka, figura fondamentale dell’animazione legata anche all’esperienza di Cagliostro. Per chi ama Lupin nella sua versione più agile, quasi acrobatica, La Cospirazione dei Fuma resta uno di quei titoli da recuperare senza troppe esitazioni, anche se la sua natura produttiva lo colloca ai margini della lista dei film cinematografici canonici.
Dopo anni di silenzio sul grande schermo, Lupin III torna nel 1995 con Le profezie di Nostradamus, un titolo che respira pienamente le paure e le ossessioni dell’avvicinarsi alla fine del millennio. Il film immagina un intrigo legato a un libro perduto contenente profezie segrete attribuite a Nostradamus, oggetto del desiderio di Lupin ma anche strumento di manipolazione nelle mani di una setta fanatica capace di usare la superstizione come leva politica ed economica. La storia coinvolge la figlia di un candidato alla presidenza americana e gioca con l’ansia apocalittica del 1999, quando nel mondo reale bastava evocare millenarismi, sette, complotti e profezie per accendere subito l’immaginario collettivo. L’animazione è curata, il progetto viene sostenuto con decisione, il successo giapponese conferma che Lupin non è mai davvero sparito dalla testa dei fan, e anche in Italia il film trova spazio televisivo con buoni risultati. Rispetto a Cagliostro manca forse quella grazia irripetibile capace di far convivere fiaba e azione in modo perfetto, ma Le profezie di Nostradamus possiede un’identità forte, legata alla paranoia del suo tempo, e rivederlo oggi significa anche rientrare in quel clima pre-duemila fatto di paure globali, nuove tecnologie, vecchi culti e manipolazione mediatica, un terreno su cui Lupin si muove con sorprendente naturalezza.
L’anno successivo, nel 1996, arriva Lupin III – Trappola mortale, conosciuto anche come Dead or Alive, film importantissimo perché diretto personalmente da Monkey Punch. Il creatore del manga, non del tutto soddisfatto dell’ammorbidimento progressivo subito dal personaggio attraverso alcune incarnazioni animate, tenta di riportare Lupin verso una dimensione più dura, più vicina alle origini cartacee. Dead or Alive è un film più violento, più teso, ricco di travestimenti, colpi di scena, tradimenti e una componente tecnologica che passa anche attraverso l’uso della computer grafica. La banda punta al tesoro nazionale dell’isola di Zufu, protetto da un sistema nanotecnologico letale e controllato da un regime autoritario. Il tratto dei personaggi si avvicina alla sensibilità di Monkey Punch, l’atmosfera si fa meno accomodante e Lupin torna a essere un antieroe ambiguo, capace di muoversi in un mondo dove la commedia non cancella mai del tutto il pericolo. Non è un film semplice da amare per tutti, perché chiede allo spettatore di accettare un Lupin meno rassicurante, ma proprio per questo resta una tappa fondamentale: è il momento in cui il padre del personaggio prova a riprendersi il figlio più famoso e a ricordare al pubblico che dietro il sorriso da furfante c’è sempre stato anche qualcosa di tagliente.
Lupin III – Il ritorno di Pycal, conosciuto anche come Il mago redivivo, arriva nel 2002 e appartiene al territorio degli OAV, ma merita comunque di essere ricordato perché recupera un nemico storico del ladro gentiluomo. Pycal, già apparso nella prima serie, è una figura legata a illusioni, trucchi quasi soprannaturali e scienza mascherata da magia, una di quelle presenze che sembrano perfette per mettere Lupin davanti a un avversario capace di piegare la percezione stessa della realtà. La vicenda parte da un cristallo, da una caccia a misteriose pietre nascoste e da un Mediterraneo che diventa scenario di inganni, laboratori e apparenti resurrezioni. Non è uno dei capitoli più celebrati, anzi molti fan lo considerano debole rispetto ad altri ritorni del franchise, ma racconta bene una fase in cui Lupin continuava a sopravvivere anche fuori dal cinema, alimentando il mercato home video e mantenendo viva la sua galleria di nemici, oggetti impossibili e colpi dal sapore esoterico.
Il nuovo secolo porta Lupin dentro logiche sempre più ibride, e il 2013 segna una svolta curiosissima con Lupin Terzo vs Detective Conan – Il film, vero lungometraggio crossover cinematografico da non confondere con lo special televisivo del 2009. L’incontro tra Lupin e Conan Edogawa funziona perché mette uno contro l’altro due modi diversissimi di intendere l’intelligenza narrativa. Da una parte il ladro che improvvisa, seduce il caos e trasforma l’illegalità in performance; dall’altra il detective intrappolato nel corpo di un bambino, razionale, deduttivo, implacabile nella ricerca della verità. La sfida d’astuzia tra i due mondi è un’operazione fanservice, certo, ma non nel senso pigro del termine. È il tipo di crossover che gioca con le aspettative di due pubblici enormi e permette all’animazione giapponese popolare di mettere a confronto due icone senza annullarne la personalità. Lupin diventa sospettato principale di un grande furto, Conan gli si mette alle calcagna e il piacere sta proprio nel vedere quanto i due codici narrativi riescano a sfiorarsi senza divorarsi.
Con Lupin III – The First, uscito nel 2019, il franchise compie un salto tecnico che per molti spettatori sembrava quasi impensabile: il primo film di Lupin realizzato interamente in animazione 3D CGI. Il rischio era enorme, perché Lupin è un personaggio che vive di linee, elasticità, espressioni, silhouette immediatamente leggibili; trasportarlo in tre dimensioni poteva trasformarlo in una statua digitale senz’anima. Invece The First riesce a conservare molto del suo fascino classico, costruendo un’avventura dal sapore rétro ambientata negli anni Sessanta e legata al Diario di Bresson, l’unico tesoro che il leggendario Arsenio Lupin non sarebbe mai riuscito a rubare. L’alleanza con una giovane aspirante archeologa e la corsa contro un’organizzazione neonazista collocano il film in una zona molto vicina al cinema d’avventura alla Indiana Jones, con mappe, enigmi, macchine impossibili e un senso di meraviglia che prova a parlare anche a un pubblico nuovo. La CGI non sostituisce il Lupin tradizionale, ma lo reinterpreta come se fosse una statuina da collezione improvvisamente animata, lucida, dinamica, pensata per dialogare con spettatori cresciuti tra Pixar, videogiochi e anime digitali senza spezzare il filo con chi lo amava già in due dimensioni.
Il 2023 porta invece Lupin III vs Occhi di gatto, lungometraggio in cel-shading CGI distribuito su Prime Video e pensato per celebrare due anniversari pesantissimi della cultura pop giapponese. Da una parte Lupin, dall’altra le tre sorelle ladre create da Tsukasa Hojo, protagoniste di Cat’s Eye, amatissime anche dal pubblico italiano grazie alla loro storia televisiva. Il gioco è immediato: mettere in scena un confronto tra ladri, charme, nostalgia anni Ottanta e segreti familiari. Lupin e le sorelle Kisugi si contendono una serie di dipinti legati al padre scomparso delle ragazze, e l’operazione punta molto sul piacere dell’incontro tra immaginari affini ma non identici. La CGI in cel-shading cerca di rispettare i tratti originali, anche se la resa digitale può dividere, come spesso accade quando icone nate sulla carta e nell’animazione tradizionale vengono filtrate attraverso una tecnologia contemporanea. Resta però il fascino dell’evento, perché vedere Lupin dialogare con Occhi di gatto significa osservare due idee di furto elegante che si specchiano a distanza di generazioni.
Parallelamente a questa linea più popolare e sperimentale sul piano tecnologico, la saga Lupin the IIIrd firmata da Takeshi Koike ha aperto un’altra ferita, molto più scura e adulta, nella mitologia del personaggio. Qui Lupin non viene ripulito, non viene trasformato in eroe romantico, non viene addolcito per il pubblico familiare. Koike torna alla durezza del manga di Monkey Punch e costruisce un universo visivo sporco, tagliente, sensuale, violento, attraversato da ombre pulp e corpi che sembrano incisi più che disegnati. La saga inizia nel 2014 con Lupin the IIIrd – La lapide di Jigen Daisuke, dove Lupin e Jigen diventano bersagli di Yael Okuzaki, sicario infallibile che prepara la lapide delle proprie vittime prima ancora di ucciderle. È un’idea semplicissima e micidiale, degna del miglior noir: la morte non arriva all’improvviso, ti manda prima un biglietto da visita scolpito nella pietra. Il film lavora sul rapporto tra Lupin e Jigen, sulla fiducia tra due uomini che non hanno bisogno di troppe parole, sulla figura del pistolero come fantasma già mezzo sepolto nel proprio mito.
Nel 2017 arriva Lupin the IIIrd – Lo schizzo di sangue di Goemon Ishikawa, forse uno dei ritratti più brutali e affascinanti mai dedicati al samurai della banda. Goemon, spesso trattato nelle incarnazioni più leggere come presenza elegante e quasi comica nella sua rigidità, viene qui messo davanti al fallimento, al sangue, alla vergogna e alla necessità di ricostruire la propria identità attraverso la sofferenza. Assoldato come guardia del corpo di un boss della yakuza, assiste alla morte del suo protetto per mano di Hawk, gigantesco assassino armato di asce bipenne, una creatura quasi da boss fight di un manga seinen particolarmente crudele. Il percorso di Goemon diventa una discesa nella violenza, ma anche una meditazione sul senso della lama, dell’onore e dell’autodisciplina. Per chi ha sempre visto in Goemon il compagno silenzioso capace di tagliare qualunque cosa con la Zantetsuken, questo film è una specie di rito iniziatico al contrario: non celebra il mito, lo ferisce per vedere se può sopravvivere.
Lupin the IIIrd – La bugia di Fujiko Mine, del 2019, sposta invece il baricentro su Fujiko, e qui il discorso si fa ancora più interessante. Fujiko è sempre stata molto più di un semplice oggetto del desiderio, anche se molte versioni del franchise hanno giocato pesantemente sulla sua sensualità. È ladra, manipolatrice, sopravvissuta, alleata, traditrice, donna che non concede mai allo spettatore il conforto di una definizione definitiva. Nel film di Koike fugge con un ragazzino che conosce il nascondiglio di 500 milioni di dollari sottratti al padre, mentre sulle loro tracce arriva Bincam, assassino capace di usare poteri ipnotici terrificanti. L’atmosfera è tesa, quasi malsana, e Fujiko viene raccontata come creatura di menzogna e protezione, desiderio e trauma, controllo e fuga. Non è un film che cerca di renderla più semplice, e meno male: Fujiko funziona perché resta imprendibile anche quando la storia prova ad avvicinarsi a lei.
Il capitolo più recente di questa linea, Lupin the IIIrd – The Movie: La stirpe immortale, datato 2025, porta la saga di Koike verso un territorio ancora più estremo. L’aereo di Lupin e della banda precipita su un’isola tossica non segnata sulle mappe, luogo di scorie, esperimenti, soldati usati come cavie umane e presenze apparentemente immortali. A governare quel microcosmo malato è Muom, figura che costringe i protagonisti a entrare in un gioco al massacro dove il corpo, la sopravvivenza e la memoria della violenza diventano elementi centrali. È interessante notare come, a distanza di decenni dalla Pietra della saggezza, Lupin torni ancora a confrontarsi con l’idea dell’immortalità, della manipolazione del corpo e dell’essere umano trasformato in esperimento. Cambia il linguaggio, cambia la brutalità visiva, cambia il pubblico di riferimento, ma quella paura di fondo rimane: cosa succede quando il desiderio di vivere per sempre cancella ogni residuo di umanità?
Guardare tutti i lungometraggi animati di Lupin III significa attraversare un laboratorio narrativo in continua mutazione. La pietra della saggezza mostra il lato grottesco, adulto e psichedelico del franchise. Il castello di Cagliostro lo trasforma in fiaba d’avventura immortale. L’oro di Babilonia lo spinge verso l’eccesso pop e l’assurdo coloratissimo. Le profezie di Nostradamus lo immergono nelle paure millenaristiche. Dead or Alive lo riconduce alla mano del suo creatore. The First lo rilancia nella CGI con spirito da blockbuster d’avventura. I crossover con Detective Conan e Occhi di gatto lo consacrano come personaggio capace di dialogare con altri giganti dell’immaginario nipponico. La saga Lupin the IIIrd lo trascina infine in una dimensione più adulta, pulp, sanguinosa, quasi da graphic novel animata per spettatori che hanno smesso da tempo di pensare all’animazione come a un territorio innocente.
La vera magia, però, sta nel fatto che Lupin resta riconoscibile anche quando tutto attorno a lui cambia. Può indossare la giacca verde, rossa, rosa o una variante più cupa; può muoversi in un castello europeo disegnato da Miyazaki, in una New York delirante, in un’isola governata da un dittatore, in un mondo digitale in CGI o in un incubo tossico firmato Koike; può essere più eroico, più cinico, più romantico, più sporco, più cartoonesco o più violento. Alla fine, basta quel sorriso laterale, quel corpo pronto alla fuga, quella sfida eterna con Zenigata, quel rapporto mai davvero spiegato con Fujiko, quell’amicizia virile e asciutta con Jigen, quella fiducia quasi assurda nella lama di Goemon, e il pubblico capisce subito di essere tornato nel territorio del più grande ladro dell’animazione giapponese.
Forse è per questo che i film di Lupin III continuano a funzionare anche come porte d’ingresso autonome. Non serve conoscere ogni special televisivo, ogni serie, ogni OAV, ogni manga o ogni variazione di doppiaggio per godersi una singola avventura, eppure più si scava, più emergono connessioni, sfumature, cambi di tono, piccole ossessioni ricorrenti. Lupin III è un franchise sterminato, popolato da quasi infinite deviazioni televisive e home video, ma i lungometraggi hanno qualcosa di particolare: condensano un’idea di spettacolo, una visione del personaggio, un momento preciso dell’industria dell’animazione giapponese. Sono fotografie in movimento di epoche diverse, ciascuna con i propri entusiasmi e le proprie fragilità.
Resta anche un discorso tutto italiano, perché Lupin da noi non è mai stato soltanto un anime importato. È diventato abitudine televisiva, sigla cantata a memoria, doppiaggio riconoscibile dopo mezza battuta, personaggio capace di attraversare le generazioni con una naturalezza che pochi altri hanno avuto. Per molti spettatori italiani, il ladro gentiluomo non appartiene a una nicchia: è famiglia pop, è pomeriggio davanti alla TV, è risata condivisa, è la scoperta che un cartone animato poteva essere elegante, ironico, malizioso, adulto senza perdere leggerezza. I film hanno amplificato questa percezione, portando Lupin fuori dalla serialità quotidiana e trasformandolo in evento, in appuntamento speciale, in occasione per rivedere sul grande schermo un personaggio che sembra sempre arrivare da lontano eppure non invecchia mai davvero.
Oggi, in un panorama dominato da reboot, revival, universi condivisi e nostalgie spesso confezionate a tavolino, Lupin III conserva una qualità quasi sovversiva: non ha bisogno di fingersi nuovo a tutti i costi, perché la sua identità è già fondata sul travestimento, sulla fuga, sulla reinvenzione. Ogni ritorno al cinema non sembra tanto un’operazione nostalgia quanto l’ennesimo colpo organizzato con largo anticipo, magari lasciando volutamente qualche indizio sotto il naso di Zenigata. E allora viene spontaneo chiedersi quale sia il Lupin che amiamo di più: quello cavalleresco di Miyazaki, quello grottesco e disturbante delle origini cinematografiche, quello pop e caotico degli anni Ottanta, quello duro di Monkey Punch, quello digitale di The First o quello sanguinoso e adulto di Takeshi Koike. La risposta, probabilmente, cambia a seconda dell’età, dei ricordi, del primo incontro con il personaggio e persino della voce che abbiamo ancora nelle orecchie. Ma una cosa rimane: ogni volta che Lupin sorride prima di sparire, la sensazione è che ci abbia appena rubato qualcosa senza farci troppo male, magari un ricordo, una certezza, un pomeriggio intero, lasciandoci in cambio la voglia di seguirlo ancora una volta nel prossimo colpo impossibile.
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