«Perdonatemi per ciò che ho fatto». Bastano poche parole, lanciate come una lama nel silenzio sabbioso di Arrakis, per far capire che Dune – Parte Tre non arriverà al cinema per coccolare il mito di Paul Atreides, ma per metterlo sotto assedio, smontarlo pezzo dopo pezzo, lasciarlo esposto davanti a tutto ciò che ha creato. Dal 16 dicembre, Denis Villeneuve chiuderà la sua trilogia con un capitolo che profuma di destino marcio, di profezie diventate prigioni e di potere trasformato in maledizione, portando sul grande schermo quella zona più ambigua e dolorosa dell’universo immaginato da Frank Herbert, dove gli eroi non brillano più come icone da poster ma iniziano a somigliare terribilmente agli imperi che dicevano di voler abbattere.
Paul Atreides, interpretato ancora da Timothée Chalamet, non è più il ragazzo ferito che abbiamo seguito tra visioni, vendetta e sabbia. Quasi vent’anni dopo la presa del potere, Muad’Dib siede al centro dell’Impero con il peso di chi ha vinto troppo, troppo in fretta, troppo profondamente. La sua ascesa, che nei primi due film aveva il fascino magnetico della leggenda, qui diventa qualcosa di più inquietante: una catena. Le sue visioni non hanno più il sapore della rivelazione, ma quello di un sistema operativo impazzito, una serie infinita di futuri possibili che non lo liberano mai davvero, perché ogni scelta sembra trascinarlo verso una nuova forma di rovina. Da fan di fantascienza, è proprio qui che Dune smette di essere solo grande cinema sci-fi e torna a fare quello che Herbert aveva scolpito nella roccia narrativa già nei romanzi: avvertirci che il messia è spesso la cosa più pericolosa che una civiltà possa desiderare.
Arrakis, intanto, non è più soltanto il pianeta della spezia, dei vermi delle sabbie e delle dune che sembrano respirare sotto il sole. Diventa il centro nervoso di una religione imperiale, di una guerra culturale, di una macchina politica alimentata dalla fede e dalla paura. La ribellione Fremen, un tempo promessa di liberazione, rischia di trasformarsi in culto armato, e la Jihad di Muad’Dib si allarga come un incendio cosmico che nessuno riesce più a controllare. È una deriva che parla al nostro immaginario contemporaneo quasi con brutalità, perché dentro questa saga ci sono fandom, propaganda, leadership tossica, algoritmi del consenso ante litteram e quella tentazione umanissima di affidare la complessità a un volto solo, a un nome solo, a un simbolo solo. Solo che Dune non perdona mai davvero chi semplifica.
Zendaya torna nei panni di Chani, e il suo ruolo promette di essere molto più tagliente di una semplice controparte romantica. Il rapporto con Paul, già incrinato dalla trasformazione politica e mistica del protagonista, sembra diventare il punto in cui la tragedia smette di essere galattica e torna dolorosamente umana. Chani è memoria, rabbia, amore, dissenso, appartenenza tradita. In un blockbuster normale sarebbe il volto da proteggere o riconquistare; in Dune, invece, può diventare la domanda che nessun imperatore vuole sentirsi fare: cosa resta dell’uomo quando il mito lo ha divorato?
Attorno a Paul tornano figure pesantissime, da Florence Pugh nei panni della principessa Irulan a Rebecca Ferguson, Javier Bardem, Charlotte Rampling e Anya Taylor-Joy, mentre l’arrivo di Robert Pattinson aggiunge altra elettricità a un cast già da evento cinematografico. Ma il nome che farà tremare parecchi appassionati è quello di Jason Momoa, perché il ritorno di Duncan Idaho non può essere letto come una strizzata d’occhio al pubblico. Chi conosce Dune Messiah sa che dietro quel ritorno si nasconde una delle intuizioni più disturbanti di Herbert: il Ghola, la memoria come arma, l’identità come laboratorio, il corpo come messaggio politico. Hayt non è soltanto Duncan che rientra in scena; è una domanda vivente su cosa significhi essere ancora se stessi quando qualcuno ti ha ricostruito per uno scopo.
La presenza dei Tleilaxu, della Gilda Spaziale e di nuove trame sotterranee sposta il baricentro del conflitto. La guerra non sarà più soltanto fatta di eserciti, lame e deserti attraversati da creature impossibili, ma di manipolazione genetica, travestimenti, complotti, ricatti spirituali e armi capaci di colpire non solo i corpi, ma la percezione stessa del futuro. Dune – Parte Tre sembra voler entrare in quella fase della fantascienza che non si limita a mostrarci astronavi e mondi remoti, ma usa l’universo come uno specchio deformante: più guardiamo lontano, più riconosciamo qualcosa di scomodamente vicino.
Denis Villeneuve dirige da una sceneggiatura scritta insieme a Brian K. Vaughan, scelta che già da sola fa drizzare le antenne a chi ama il fumetto d’autore e la narrativa seriale di grande respiro. Dietro la macchina da presa ritroviamo un reparto creativo impressionante, con Linus Sandgren alla fotografia, Patrice Vermette alle scenografie, Joe Walker al montaggio, Jacqueline West ai costumi e Hans Zimmer alla musica. Tradotto in linguaggio da sala: prepariamoci a un’esperienza pensata per schiacciare lo spettatore contro la poltrona, non solo per spettacolarità, ma per densità emotiva. Villeneuve ha già dimostrato di saper trattare il silenzio come un effetto speciale e la scala titanica come una questione interiore; con questo terzo capitolo, la sensazione è che voglia portare Arrakis oltre la meraviglia visiva, dentro una specie di crepuscolo morale.
Dune – Parte Tre chiude una trilogia che ha riportato la fantascienza adulta al centro del cinema mainstream senza addolcirla troppo, senza trasformarla in un luna park narrativo, senza svuotarla della sua durezza filosofica. Il viaggio di Paul Atreides non è mai stato una semplice scalata verso il trono, ma una lenta contaminazione tra destino personale e catastrofe collettiva. E forse il fascino più grande sta proprio qui: Villeneuve non ci sta chiedendo di applaudire un imperatore, ma di osservare cosa succede quando una leggenda continua a vivere anche dopo aver iniziato a fare paura.
Dal 16 dicembre, Warner Bros. Pictures e Legendary Pictures porteranno al cinema la conclusione di questa epopea, e sarà interessante capire quanto il pubblico sarà disposto ad abbandonare l’idea rassicurante del protagonista da seguire a occhi chiusi. Perché Dune, alla fine, funziona davvero quando ci mette in crisi, quando ci costringe a dubitare del carisma, della profezia, della vittoria, persino della nostra voglia di trovare sempre un prescelto da incoronare. Arrakis ci aspetta ancora una volta, ma stavolta la sabbia sembra meno un luogo da conquistare e più una memoria pronta a giudicare chiunque abbia creduto di poter dominare il futuro. E qui, tra chi ha letto Herbert, chi ha scoperto Dune grazie a Villeneuve e chi sta già preparando teorie su Duncan, Chani, Alia e il destino di Muad’Dib, la discussione è appena cominciata.
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