Ci sono storie che attraversano oceani e generi, e The Salvation è una di quelle. Immaginatevi un western classico, con polvere, sangue e vendetta, ma filtrato attraverso lo sguardo gelido e preciso di un regista danese, Kristian Levring, e interpretato da un Mads Mikkelsen che sembra nato con il cappello a tesa larga in testa. Presentato fuori concorso alla 67ª edizione del Festival di Cannes e girato interamente in Sudafrica (tra Johannesburg e Cullinan), questo film del 2014 è una dichiarazione d’amore e allo stesso tempo una rilettura del genere.
La trama è tanto semplice quanto implacabile: nel 1870, Jon – un immigrato danese – attende da anni di portare negli Stati Uniti la moglie e il figlio di dieci anni. Ma quando finalmente la sua famiglia lo raggiunge, il sogno si trasforma in incubo: moglie e figlio cadono vittime di un crimine brutale. Accecato dal dolore, Jon uccide il responsabile. Peccato che quell’uomo fosse il fratello del colonnello Delarue, un fuorilegge spietato che tiene in pugno il villaggio di Black Creek. Da quel momento, per Jon inizia una guerra solitaria, in un West che non perdona e che lo costringerà a trasformarsi da pacifico colono a implacabile giustiziere.
Un western “multiculturale”
L’elemento più sorprendente di The Salvation non è solo la storia – un revenge movie teso come la corda di un arco – ma il suo DNA “multiculturale”. Un regista danese, attori internazionali (Mikkelsen, Eva Green, Jeffrey Dean Morgan, Jonathan Pryce, persino l’ex calciatore Eric Cantona) e scenari sudafricani che riescono a sembrare la Monument Valley dei film di John Ford. Questa contaminazione dona al film una freschezza inaspettata, pur restando ancorato a codici e atmosfere da classico spaghetti western.
Kristian Levring costruisce un mondo sporco, polveroso, spietato, dove ogni inquadratura è studiata come un dagherrotipo dai colori saturi, e dove il freddo nordico si fonde con il calore del deserto. Le citazioni a Sergio Leone sono evidenti: campi lunghi, volti segnati, attese cariche di tensione, e musiche che richiamano inevitabilmente Ennio Morricone. Ma c’è anche qualcosa di personale, di moderno, soprattutto nella fotografia e nell’uso simbolico degli spazi.
Personaggi che restano impressi
Jon è il classico eroe “senza macchia e senza paura”, ma con una vulnerabilità che lo rende umano. Mikkelsen lo interpreta con il minimalismo glaciale che lo contraddistingue, trasformandolo in una sorta di Clint Eastwood scandinavo. Di fronte a lui, Jeffrey Dean Morgan dà vita a un Delarue carismatico e crudele, un Henry Fonda giovane e barbuto, mentre Eva Green – muta per tutta la durata del film – è una presenza magnetica, una Claudia Cardinale del XXI secolo, carica di mistero e dolore.
Non mancano figure secondarie memorabili: uno sceriffo che è anche il prete della comunità, vigliacco e opportunista; un sindaco-impresario funebre pronto a vendersi al miglior offerente; possidenti terrieri che fiutano il business del “sangue nero” (il petrolio) e avvelenano le acque pur di arricchirsi. Tutti tasselli di un West crepuscolare, già contaminato dalla corruzione delle grandi corporazioni.
Un duello tra passato e futuro
Se la prima parte del film sembra un omaggio quasi filologico al western classico, il finale porta in scena un confronto più amaro: da una parte il mito dei pionieri e dei giustizieri solitari, dall’altra la modernità industriale che avanza, impersonata dalle trivelle che estraggono il petrolio sopra il sangue versato. Lo showdown conclusivo – con benedizione postuma dello sceriffo e cavalieri che si allontanano verso il tramonto – chiude il cerchio, lasciando nello spettatore un senso di bellezza malinconica.
Perché vale la pena vederlo
In un’epoca in cui il western è diventato una rarità, The Salvation è una piccola gemma che unisce tradizione e innovazione. Non inventa nulla di rivoluzionario, ma rilegge il genere con rispetto e intelligenza, arricchendolo di sfumature europee e di un’estetica visiva impeccabile. È un film che parla agli amanti delle frontiere perdute, ma anche a chi cerca un cinema di genere capace di raccontare storie universali di perdita, vendetta e redenzione.
E voi? Qual è il vostro western “fuori dagli schemi” preferito? Fatecelo sapere nei commenti e… preparatevi a sellare il cavallo: il West, anche se filtrato da una lente danese, non ha mai smesso di affascinare.
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