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L’esercito delle 12 scimmie: il film di Terry Gilliam che ha reso il tempo una prigione mentale

Venticinque anni possono sembrare un battito di ciglia o un’eternità, dipende dai film che ti restano addosso come una cicatrice. L’esercito delle 12 scimmie, uscito nelle sale statunitensi il 5 gennaio 1996, appartiene senza discussioni alla seconda categoria. Un’opera che non si limita a essere ricordata, ma continua a tornare, a insinuarsi nei pensieri, a rivelare nuove crepe ogni volta che la si rivede. Un paradosso temporale perfetto, insomma, per un film che del tempo fa materia viva, disturbante, inafferrabile. Diretto dal visionario Terry Gilliam, il film nasce dall’ispirazione dichiarata a La Jetée di Chris Marker, ma prende subito una strada tutta sua. Gilliam, qui probabilmente più vicino a un’idea di blockbuster rispetto ad altri momenti della sua carriera, decide di sabotare il concetto stesso di grande produzione hollywoodiana dall’interno. Lo fa con cinismo, con ironia nera, con una messa in scena che rinuncia al barocco più sfrenato per abbracciare un’estetica sporca, instabile, profondamente inquieta. Il risultato è un film che sembra costantemente sul punto di deragliare, proprio come la mente del suo protagonista.

La storia segue James Cole, interpretato da un Bruce Willis sorprendentemente lontano dall’eroe action che il pubblico degli anni Novanta si aspettava. Cole è un detenuto di un futuro devastato da una pandemia globale, costretto a vivere sottoterra insieme ai pochi sopravvissuti. Viene scelto per una missione disperata: tornare indietro nel tempo per rintracciare l’origine del virus e raccogliere informazioni utili, non per cambiare il passato, ma per comprenderlo. E già qui Gilliam piazza la sua prima mina concettuale: il viaggio nel tempo non come strumento di salvezza, ma come condanna.

Nel passato Cole incontra la dottoressa Kathryn Railly, interpretata da Madeleine Stowe, una psichiatra razionale, lucida, inizialmente convinta di avere davanti un uomo delirante. Il loro rapporto si sviluppa in bilico tra fiducia e paura, attrazione e incredulità, fino a diventare uno dei motori emotivi più potenti del film. Accanto a loro si muove Jeffrey Goines, un personaggio che ruba la scena a ogni apparizione grazie a un Brad Pitt in stato di grazia. Nervoso, imprevedibile, magnetico, Goines incarna una follia che sembra quasi più sincera del mondo “normale” che lo circonda. Non a caso, sarà proprio questa interpretazione a regalare a Pitt una candidatura all’Oscar e a segnare una svolta definitiva nella percezione del suo talento.

La presunta organizzazione terroristica chiamata “L’esercito delle 12 scimmie” diventa presto un simbolo ambiguo, un’ombra che si allunga sulla narrazione più come idea che come minaccia concreta. Gilliam gioca con le aspettative dello spettatore, spostando continuamente il bersaglio e insinuando il dubbio che la vera malattia non sia il virus, ma la società stessa. Tra consumismo, alienazione, istituzioni sanitarie incapaci di ascoltare, il film lancia frecciate affilate contro un’umanità che corre verso l’autodistruzione con inquietante entusiasmo.

I viaggi temporali, in questo contesto, smettono di essere un esercizio di fantasia per diventare una riflessione amara sulla predestinazione. Ogni tentativo di cambiare il corso degli eventi sembra già scritto, ogni sforzo di salvezza alimenta il meccanismo che conduce alla catastrofe. Gilliam costruisce un puzzle narrativo fatto di visioni ricorrenti, sogni, déjà-vu e frammenti di memoria che si rincorrono fino a chiudere il cerchio in modo tragicamente inevitabile. È fantascienza che dialoga con la filosofia, con la psicanalisi, con la paura primordiale di non avere controllo sul proprio destino.

Dal punto di vista visivo, il film resta un’esperienza potentissima. La fotografia accentua il contrasto tra il futuro claustrofobico e il passato solo apparentemente luminoso, mentre la regia utilizza movimenti di macchina nervosi, lenti grandangolari, fish-eye e inquadrature sghembe per trasmettere un senso costante di instabilità. Tutto contribuisce a farci sentire intrappolati nella mente di Cole, in un mondo dove la realtà sembra sempre sul punto di deformarsi. La colonna sonora di Paul Buckmaster accompagna questo viaggio mentale con scelte musicali evocative, culminando nell’uso memorabile di As Time Goes By, brano immortale legato a Casablanca, che qui assume un significato nuovo, malinconico, quasi beffardo.

Rivedere oggi L’esercito delle 12 scimmie significa anche fare i conti con una sensibilità contemporanea profondamente segnata da eventi che, negli anni Novanta, sembravano pura fantasia. Pandemie, isolamento, sfiducia nelle istituzioni, sovraccarico informativo: il film parla al presente con una lucidità che mette i brividi. E forse è proprio questa la sua forza più grande. Non offrire consolazione, non promettere soluzioni facili, ma costringerci a guardare il caos negli occhi.

A distanza di venticinque anni, l’opera di Gilliam resta un punto di riferimento imprescindibile per chi ama la fantascienza capace di far male, di porre domande scomode, di lasciare lo spettatore con più dubbi che certezze. Un film da rivedere, discutere, smontare e ricostruire, perché ogni visione aggiunge un tassello a un mosaico che non smette mai di inquietare. E ora la palla passa a voi: quando lo avete visto l’ultima volta? E soprattutto, che cosa vi ha lasciato addosso questa volta? Parliamone, perché certi viaggi nel tempo funzionano davvero solo se condivisi.


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