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Candyman è tornato: Jordan Peele riporta l’Uomo Nero nell’horror urbano del nuovo millennio

Dite il suo nome. Cinque volte. Davanti a uno specchio. Se avete coraggio. Ebbene sì, Candyman è tornato. Ma attenzione: quello che potrebbe sembrare un semplice reboot nostalgico si rivela invece uno degli esperimenti horror più intelligenti, stratificati e pericolosamente attuali dell’ultima decade. Alla guida dell’incubo troviamo nientemeno che Jordan Peele, il geniale regista e produttore dietro le inquietudini di Scappa – Get Out e Noi, qui in veste di sceneggiatore e produttore. Accanto a lui, Win Rosenfeld e la regista Nia DaCosta, per un ritorno nel quartiere più infestato della Chicago cinematografica: Cabrini-Green.

Chi conosce l’originale Candyman del 1992, firmato da Bernard Rose e tratto da un racconto di Clive Barker, sa bene cosa aspettarsi: non il classico “slasher”, ma un horror metropolitano pieno di simbolismi, dolore e sangue, in cui le leggende urbane si fondono con il razzismo sistemico, la paura sociale e il fascino oscuro dell’ignoto. Ed è esattamente da lì che questo nuovo capitolo — che non è un remake ma un sequel spirituale diretto — riparte. Con l’intenzione chiara di aggiornare il mito di Candyman all’era post-verità, ai social, alla generazione Z e ai mostri che oggi abitano i nostri incubi quotidiani.

Il protagonista stavolta è Anthony McCoy, interpretato da uno straordinario Yahya Abdul-Mateen II, artista visuale in cerca di ispirazione che vive nella nuova versione gentrificata di Cabrini-Green. Sotto le luci scintillanti delle gallerie d’arte e dei locali hipster, tuttavia, la vecchia maledizione pulsa ancora sotto la pelle del quartiere. Quando Anthony scopre la leggenda di Candyman, il suo spirito creativo si accende — e con esso, purtroppo, anche l’oscurità che non aspettava altro di risvegliarsi.

Chi è Candyman oggi? Un unico fantasma vendicatore oppure molti? Il film ci mette subito di fronte a un cambio di paradigma: Candyman non è più solo Daniel Robitaille, lo schiavo linciato per aver amato una donna bianca, ma un’icona collettiva, un simbolo di dolore e vendetta afroamericana, moltiplicato nel tempo attraverso i secoli di soprusi, discriminazioni e ingiustizie. E qui sta la genialità della penna di Peele: riscrivere l’horror come atto politico senza perdere il mordente narrativo, rendendo Candyman una figura simbolica, un archetipo del trauma razziale che sopravvive e si tramanda — specchio dopo specchio.

Il film fa tremare non solo per le scene di sangue (sì, ci sono, e fanno male come uncini nella carne), ma per l’atmosfera sottile e avvelenata che permea ogni sequenza. Mentre Anthony sprofonda nel mistero, iniziando a trasformarsi fisicamente e psicologicamente, scopriamo che la leggenda non è mai davvero morta. Anzi, il suo potere si è evoluto, adattato. E se prima bastava dire il nome di Candyman per evocare il terrore, ora basta raccontarne la storia per riportarlo in vita. Una riflessione amara e brillante sull’immortalità del trauma attraverso la narrazione, oggi amplificata da Internet, meme, creepypasta e cultura virale.

DaCosta dirige con uno stile visivo elegante e tagliente, usando gli specchi come cornici instabili della realtà, in cui la verità si deforma e il mostro si nasconde… fino a quando non è troppo tardi. Eppure, in mezzo a tanta potenza simbolica, qualche spettatore affezionato alla trilogia originale potrebbe sentirsi spiazzato: dove sono i riferimenti diretti a Daniel Robitaille? Dov’è il Candyman con la voce ipnotica di Tony Todd e l’aura romantica da fantasma innamorato e dannato? Calma. Anche se il film gioca con nuove identità, il mito originale non viene affatto tradito, ma potenziato e declinato in una versione collettiva e ancora più spaventosa, in cui Candyman è tutti e nessuno.

Certo, in alcuni momenti si sente che DaCosta, pur brillante, non riesce sempre a gestire la carica simbolica della sceneggiatura con la forza visiva di un Bernard Rose o l’estetica disturbante che un Deon Taylor o persino uno Spike Lee avrebbero potuto dare. Ma il cuore del film pulsa forte. E fa male. Perché Candyman oggi è più che un film: è una riflessione tagliente su identità, memoria e giustizia. È un urlo di dolore che riecheggia tra le mura gentrificate e i vicoli dimenticati, tra le opere d’arte moderne e gli specchi incrinati del passato.

E così, ventinove anni dopo quel lontano 1992 in cui la povera Helen Lyle veniva inghiottita dalle fiamme della leggenda, Candyman torna a mostrarsi, uncinato e impietoso, pronto a farci pagare ogni volta che proviamo a dimenticarlo. Ma stavolta il mostro non è solo un individuo: è la vendetta stessa, moltiplicata. È l’Uomo Nero delle nostre paure più ancestrali, trasformato in icona sovversiva dell’orrore moderno.

Allora ve lo chiedo ancora: siete pronti a dire il suo nome cinque volte davanti allo specchio?


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