Alcune saghe non attraversano semplicemente il tempo. Lo abitano. Si infilano nella memoria collettiva come una specie di linguaggio segreto che chi è cresciuto tra fumetti, VHS, PlayStation grigie e modem 56k riconosce immediatamente. Resident Evil appartiene esattamente a quella categoria lì. Non è soltanto una serie di videogiochi survival horror. È un immaginario condiviso che da quasi trent’anni continua a evolversi, mutare, contaminarsi con cinema, animazione e cultura pop globale. Chi ha vissuto l’epoca delle prime notti passate a esplorare la Spencer Mansion lo sa bene. La saga di Capcom non ha mai smesso davvero di raccontare nuove storie. Alcune arrivano sotto forma di videogiochi, altre attraverso serie animate, altre ancora con film in CGI che funzionano quasi come capitoli paralleli di una timeline gigantesca. Ed è proprio in questo filone che si inserisce Resident Evil: L’Isola della Morte, titolo italiano di Resident Evil: Death Island, il lungometraggio animato diretto da Eiichiro Hasumi e scritto ancora una volta da Makoto Fukami, una coppia creativa che ormai conosce piuttosto bene l’universo narrativo della saga. Hasumi aveva già diretto la serie animata Resident Evil: Infinite Darkness, mentre Fukami aveva firmato la sceneggiatura di Resident Evil: Vendetta, il film del 2017 che rappresenta il predecessore diretto di questa nuova storia.
E proprio Vendetta diventa il punto di partenza ideale per capire dove si colloca L’Isola della Morte all’interno del gigantesco puzzle narrativo di Resident Evil. Non si tratta di uno spin-off isolato, ma di un capitolo perfettamente inserito nella continuità ufficiale della saga.
La cosa interessante, per chi segue Resident Evil da decenni, è che questo film non arriva soltanto come produzione animata. Arriva anche come una specie di reunion narrativa. Una di quelle operazioni che fanno brillare gli occhi ai fan di lunga data.
Leon S. Kennedy. Jill Valentine. Chris Redfield. Claire Redfield. Rebecca Chambers.
Cinque nomi che per la community geek significano epoche diverse della saga. Personaggi che raramente si erano trovati tutti insieme nella stessa storia.
Prima però bisogna tornare indietro. Molto indietro.
Il racconto affonda le sue radici nel 1998, l’anno che per chi ama Resident Evil rappresenta una data quasi mitologica. L’anno dell’incidente di Raccoon City. L’anno in cui la Umbrella Corporation perde il controllo della propria creazione e il virus T trasforma una città intera in un incubo biologico.
Nel prologo del film assistiamo a una prospettiva diversa su quel disastro. Non quella dei sopravvissuti civili o dei protagonisti dei videogiochi, ma quella di una compagnia militare privata assunta proprio dalla Umbrella per evacuare dirigenti e funzionari mentre la situazione precipita nel caos.
L’Unità 6 viene inviata sul campo con una missione apparentemente semplice. Recuperare personale strategico e uscire dalla città.
Naturalmente le cose non vanno così.
Il virus si diffonde troppo rapidamente. I soldati cominciano a cadere uno dopo l’altro. I morsi degli zombi trasformano la squadra in una trappola vivente.
Due uomini rimangono in piedi tra i pochi superstiti: JJ e Dylan Blake.
Quello che accade tra loro diventa uno dei momenti più brutali del film. Il comando centrale ordina di mettere in quarantena i compagni infetti e poi eliminarli. JJ viene morso. Dylan capisce subito che l’unica opzione è premere il grilletto.
Una scelta che rimarrà incisa come una ferita aperta nella storia.
La narrazione poi compie un salto temporale fino al 2015. Il mondo è cambiato, ma la minaccia del bioterrorismo continua a infestare la geopolitica globale.
San Francisco diventa il nuovo teatro degli eventi.
Qui ritroviamo Leon S. Kennedy, ormai agente governativo della Divisione delle Operazioni di Sicurezza. Leon non è più il poliziotto inesperto che cercava di sopravvivere tra le strade di Raccoon City. L’esperienza accumulata negli anni lo ha trasformato in uno dei migliori specialisti nella lotta contro le minacce biologiche.
La sua nuova missione riguarda il dottor Antonio Taylor, ricercatore della DARPA accusato di aver venduto segreti tecnologici a potenze straniere. Un’operazione di intelligence apparentemente lineare che prende rapidamente una piega molto più complicata.
Durante il tentativo di intercettare Taylor entra infatti in scena Maria Gomez, personaggio già noto ai fan del film Resident Evil: Vendetta. La sua presenza riporta immediatamente alla superficie un conflitto irrisolto legato alla morte del padre Diego Gomez.
Intanto un’altra indagine si sviluppa parallelamente.
Rebecca Chambers, ormai consulente della BSAA, sta studiando una serie di morti misteriose. Dodici vittime, tutte infettate da una variante evoluta del virus T. Ogni corpo presenta un dettaglio inquietante: piccoli segni di puntura simili a quelli lasciati da aghi.
Rebecca decide di coinvolgere Chris Redfield, veterano della lotta al bioterrorismo e uno dei personaggi più iconici dell’intera saga.
Chris però ha un’altra preoccupazione. Jill Valentine.
La donna porta ancora addosso il trauma della manipolazione mentale subita anni prima da Albert Wesker. Un evento che ha segnato profondamente il suo equilibrio psicologico. Chris teme che tornare sul campo possa riaprire ferite ancora troppo fresche.
Jill, ovviamente, non accetta di rimanere fuori.
La storia comincia così a intrecciare tutte le sue linee narrative fino a portare i protagonisti verso una destinazione che da sola basta a evocare un certo tipo di atmosfera.
Alcatraz.
L’isola-prigione più famosa della storia americana diventa il nuovo laboratorio dell’orrore biologico. Corridoi sotterranei, celle abbandonate e passaggi claustrofobici si trasformano nel palcoscenico perfetto per una nuova evoluzione delle armi bio-organiche.
Qui emerge una delle idee più interessanti del film. Il virus non viene diffuso attraverso i metodi tradizionali, ma tramite minuscoli droni progettati per imitare il comportamento delle zanzare. Micro-macchine capaci di inoculare il patogeno direttamente nel sangue delle vittime.
Una trovata che aggiorna perfettamente la paranoia tecnologica tipica di Resident Evil.
Dietro tutto questo si nasconde proprio Dylan Blake, il soldato sopravvissuto alla missione di Raccoon City nel prologo. Il trauma vissuto anni prima ha trasformato la sua rabbia in qualcosa di molto più oscuro.
La sua alleanza con Maria Gomez nasce dalla stessa radice: vendetta.
Vendetta contro il sistema che ha creato i virus. Vendetta contro le organizzazioni che hanno manipolato e distrutto vite umane nel nome della ricerca biologica.
Il confronto finale riporta Resident Evil a uno dei suoi archetipi più classici. La trasformazione dell’essere umano in arma bio-organica.
Leon affronta Maria in uno scontro durissimo che mette alla prova ogni grammo della sua esperienza. Chris, Jill e Rebecca devono invece fermare Dylan mentre il suo corpo si fonde con una creatura mutante.
Il virus, come spesso accade nella saga, finisce per rivoltarsi contro chi pensava di controllarlo.
Dal punto di vista della timeline ufficiale di Capcom, Resident Evil: L’Isola della Morte si colloca nel 2015, quindi tra Resident Evil 6 e Resident Evil 7: Biohazard. Una posizione narrativa molto interessante perché rappresenta un momento di transizione nell’evoluzione della saga.
Chi ha seguito Resident Evil per oltre venticinque anni percepisce chiaramente questa fase di passaggio. L’epoca delle grandi crisi bioterroristiche globali sta lentamente lasciando spazio a qualcosa di più oscuro e intimo, che esploderà definitivamente con il settimo capitolo.
Guardare questo film oggi significa anche assistere a una sorta di incontro tra generazioni di protagonisti.
Leon che combatte ancora con la stessa determinazione.
Chris che continua a portare sulle spalle il peso di una guerra interminabile.
Jill che prova a ricostruire se stessa dopo gli eventi traumatici del passato.
Rebecca che resta l’anima scientifica della saga.
Claire che non smette di cercare di salvare vite.
E forse è proprio questa la sensazione più forte che Resident Evil: L’Isola della Morte riesce a trasmettere.
Non solo un film animato pensato per espandere la saga. Una specie di ritrovo tra vecchi compagni di viaggio.
Per chi vuole recuperarlo, la buona notizia è che Resident Evil: L’Isola della Morte è arrivato proprio in questi giorni in Italia in formato home video, con DVD, Blu-ray e 4K distribuiti da Eagle Pictures. Una pubblicazione che permette finalmente ai fan della saga di aggiungere questo capitolo alla propria collezione.
E qui entra in gioco la vera domanda per la community.
Dopo quasi tre decenni di virus T, laboratori segreti, città distrutte e sopravvissuti leggendari, Resident Evil riesce ancora a farci tornare in quel corridoio buio dove tutto è cominciato.
Forse la risposta sta proprio nel fatto che questa saga non appartiene solo ai videogiochi.
Appartiene a chi c’era.
E a questo punto sono davvero curioso di sapere una cosa: per voi Resident Evil: L’Isola della Morte rappresenta un omaggio riuscito alla storia della saga oppure sentite anche voi che il mondo di Resident Evil sta preparando qualcosa di completamente nuovo per il futuro?
Parliamone come sempre sui social di CorriereNerd.it. Perché certe discussioni, proprio come i virus di questa saga, non smettono mai davvero di diffondersi.
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