Chiunque sia cresciuto tra cartoni giapponesi pomeridiani, modellini di auto impossibili e fantasie di velocità ha dentro di sé un ricordo preciso: una macchina bianca con una gigantesca M rossa sul cofano che sfreccia tra curve assurde e acrobazie degne di un fumetto. Quel ricordo ha un nome preciso, Mach 5, e appartiene a uno degli anime più iconici della televisione anni Sessanta: Superauto Mach 5.
Entrare in sala per vedere Speed Racer dei fratelli Wachowski significa fare qualcosa di molto particolare: non assistere semplicemente a un adattamento cinematografico, ma attraversare un portale psichedelico dove il linguaggio dell’anime, quello del fumetto e quello del cinema digitale si fondono fino a diventare quasi irriconoscibili.
E sì, appena uscita dalla sala ho avuto la sensazione molto chiara di aver assistito a qualcosa di profondamente anomalo.
Un film che non chiede il permesso alla realtà
Chi conosce il cinema dei Wachowski sa bene che la parola “normalità” non fa parte del loro vocabolario creativo. Dopo aver ridefinito l’immaginario fantascientifico con Matrix, la coppia di registi torna dietro la macchina da presa con un progetto che, sulla carta, sembra quasi impossibile: trasformare un anime degli anni Sessanta in un blockbuster contemporaneo senza tradirne lo spirito.
La risposta è sorprendente.
Speed Racer non tenta mai di sembrare realistico. Non ci prova neanche per un secondo.
Il film sceglie invece una strada completamente diversa: diventare un universo visivo iper-stilizzato, una dimensione dove colori, scenografie e movimenti di macchina ricordano molto più una tavola illustrata che una ripresa cinematografica tradizionale.
Curve impossibili che sembrano disegnate da un bambino geniale, città futuristiche che sembrano galleggiare dentro un videogame, gare automobilistiche che ricordano più una danza coreografica che una competizione sportiva.
Il risultato è quasi ipnotico.
Guardando Speed Racer si ha la sensazione di trovarsi dentro un cartone animato che ha deciso di prendere vita.
Speed Racer, un pilota nato per correre
Al centro della storia troviamo Speed, interpretato da Emile Hirsch, un ragazzo cresciuto praticamente dentro un’officina. La velocità non è solo una passione per lui: è una forma di identità, qualcosa che scorre nel sangue come un destino scritto prima ancora di nascere.
La famiglia Racer vive e respira motori.
Il padre gestisce l’officina con una dedizione quasi romantica, la madre osserva tutto con uno sguardo amorevole ma incredibilmente forte, mentre il piccolo Spritle porta nel film quell’energia infantile che ricorda quanto l’immaginario di Speed Racer nasca da una tradizione di avventura pop e cartoonistica.
Ma dietro questa superficie colorata si nasconde anche un’ombra.
Il fratello maggiore di Speed, Rex, era una leggenda delle corse. Un pilota straordinario la cui morte misteriosa ha lasciato una cicatrice profonda nella famiglia e soprattutto nella mente di Speed.
Correre diventa allora qualcosa di più di una competizione.
Diventa una promessa.
Una corsa contro un sistema corrotto
La trama si muove tra gare spettacolari, intrighi economici e grandi corporation pronte a manipolare ogni competizione pur di controllare il business delle corse.
Speed si ritrova improvvisamente davanti a una scelta difficile: restare fedele ai valori della sua famiglia oppure accettare il compromesso con un sistema che trasforma lo sport in uno spettacolo manipolato.
Il cuore emotivo della storia pulsa proprio qui.
Il film racconta una ribellione romantica contro il cinismo del potere, un tema sorprendentemente serio nascosto sotto un’estetica quasi da caramella psichedelica.
E mentre le macchine si inseguono tra acrobazie impossibili, emerge lentamente una domanda molto semplice: correre significa vincere, oppure significa restare fedeli a sé stessi?
Un trip visivo che sembra un fumetto animato
Parlare di Speed Racer senza parlare della sua estetica sarebbe praticamente impossibile.
I Wachowski costruiscono un film che sembra letteralmente dipinto. I colori sono saturi fino all’estremo, i paesaggi sembrano usciti da un sogno digitale e il montaggio gioca continuamente con sovrapposizioni, dissolvenze e transizioni che ricordano il linguaggio dei manga.
Le gare automobilistiche diventano veri e propri balletti di velocità.
Le auto saltano, si avvitano, ruotano, si lanciano su piste che sfidano la gravità. Tutto appare volutamente artificiale, e proprio per questo incredibilmente coerente con lo spirito dell’anime originale.
Il cinema blockbuster raramente osa spingersi così lontano nella stilizzazione.
Speed Racer invece lo fa senza alcuna paura.
Un cast che abbraccia il tono da favola pop
Il film funziona anche grazie a un cast che sembra perfettamente consapevole del tono quasi fiabesco della storia.
Emile Hirsch interpreta Speed con una sincerità disarmante, evitando qualsiasi ironia distaccata e abbracciando completamente l’idealismo del personaggio.
Christina Ricci porta in scena una Trixie sorprendentemente energica, mentre John Goodman e Susan Sarandon incarnano i genitori Racer con un equilibrio perfetto tra calore familiare e forza morale.
La loro presenza dona alla storia un senso di autenticità emotiva che impedisce al film di diventare solo un esercizio estetico.
In mezzo a tutto questo, la colonna sonora di Michael Giacchino accompagna l’avventura con un ritmo travolgente, mescolando adrenalina e nostalgia in modo quasi irresistibile.
Il vero segreto di Speed Racer
Dietro la velocità, i colori e le acrobazie impossibili, Speed Racer nasconde qualcosa di molto semplice e molto raro nel cinema contemporaneo: una fiducia quasi ingenua nell’eroismo.
Speed corre perché ama correre.
Non per fama, non per denaro, non per potere.
Corre perché la velocità è la lingua con cui parla al mondo.
E in un’epoca cinematografica sempre più cinica, vedere un personaggio così puro ha qualcosa di sorprendentemente liberatorio.
Un film destinato a dividere
Uscendo dalla sala ho avuto la sensazione molto chiara che Speed Racer non sarà un film facile per tutti.
La sua estetica è radicale. Il suo linguaggio visivo rompe molte regole del cinema tradizionale. Alcuni spettatori probabilmente lo troveranno eccessivo, persino caotico.
Altri invece – soprattutto chi ama anime, fumetti e cultura pop giapponese – potrebbero riconoscere in questo film qualcosa di raro: un blockbuster che non ha paura di sembrare un gigantesco cartoon in live action.
Ed è proprio questo che lo rende così affascinante.
La domanda per la community nerd
Personalmente sono uscita dalla sala con una sensazione strana e bellissima, quella che capita ogni tanto dopo aver visto un film che non assomiglia davvero a nessun altro.
Un esperimento visivo?
Un omaggio all’anime?
Un folle trip pop costruito dai Wachowski?
Forse tutte queste cose insieme.
Adesso però la domanda passa a voi, nerd della nostra community: Speed Racer è destinato a diventare un cult oppure resterà uno dei blockbuster più strani mai arrivati al cinema?
Parliamone nei commenti.
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