Shu non entra in scena chiedendo permesso. Ti passa accanto come fanno i ragazzini che hanno già deciso di partire, anche se non sanno ancora dove. Un passo troppo lungo per le gambe, uno sguardo che si pianta dritto nel futuro, la sensazione netta che restare fermi sia peggio di sbagliare strada. In Blue Dragon questa inquietudine non è un dettaglio di scrittura, è la materia stessa del personaggio. Non l’eroe levigato, non il prescelto solenne. Un ragazzo che reagisce prima di pensare, che inciampa spesso, che quando vede qualcuno ferito non sa restare a guardare.
Dietro quella corsa perenne si sente il battito di due immaginari potentissimi che si sono incontrati come solo certe alchimie degli anni Duemila sapevano fare. Da una parte la sensibilità da narratore errante di Hironobu Sakaguchi, dall’altra la linea inconfondibile di Akira Toriyama, capace di rendere l’avventura qualcosa che puoi quasi toccare, come una pietra liscia trovata per terra e infilata in tasca. Shu nasce lì, in mezzo a questo incrocio, e se ne porta addosso tutte le contraddizioni.
Talta non è solo un villaggio. È quel tipo di luogo che nei ricordi diventa più grande di quanto fosse davvero. Case, sentieri, il nonno che fa da argine al mondo, il nome di Fushira che pesa come un’àncora emotiva. Il passato di Shu è fatto di assenze più che di racconti, genitori cancellati dalla violenza dei Land Sharks, una ferita che non viene mai spiegata fino in fondo ma che si sente in ogni scelta sbagliata. È come se la sua impulsività fosse una risposta continua a qualcosa che non può più essere aggiustato.
Poi arriva l’ombra. Non come rivelazione mistica, non come premio. Arriva quasi per errore, inghiottendo una luce che non promette nulla di buono. Il Blue Dragon non è un compagno rassicurante, è una presenza che pesa, che spaventa, che sfugge al controllo. Una creatura enorme, feroce, che brandisce una spada di energia come se fosse la naturale estensione di una rabbia troppo grande per restare umana. Shu lo guarda e non capisce. Ed è giusto così. Non tutti i poteri sono pensati per essere compresi subito.
Nel videogioco quella forza diventa linguaggio di combattimento, strategia, crescita. Ma è nell’anime che la cosa prende una piega più viscerale. All’inizio Shu sembra quasi un ragazzino in cerca di un mito, vaga per la città con gli amici, trascina Kluke in piani che lei liquida come perdite di tempo, va a caccia del Cavaliere Master come se fosse una leggenda urbana da smascherare. Incontra Jiro, riconosce in lui qualcosa di affine, resta colpito da Zola senza capire se per ammirazione o per bisogno di una guida. Tutto sembra ancora un gioco, finché smette di esserlo.
Le truppe di Nene arrivano a Talta come arrivano le verità scomode: senza preavviso. Cercano l’ombra, trovano ostaggi, mettono Shu con le spalle al muro. Lui reagisce come ha sempre fatto, lottando anche quando è evidente che non basterà. Viene sconfitto. Cade. E in quel momento l’ombra esplode, fuori controllo, più spaventosa che salvifica. Non è la classica scena dell’eroe che scopre se stesso. È il caos puro di una forza che non ha ancora un nome.
Dopo l’attacco, la scelta di andarsene pesa come un tradimento necessario. Restare significherebbe condannare Talta a nuovi assalti, partire vuol dire accettare che crescere a volte somiglia a scappare. Shu trema, esita, poi decide. Non perché sia pronto, ma perché non vede alternative. Zola e Jiro aprono la strada, Kluke lo segue, e in quel passo fuori dal villaggio c’è tutta la malinconia delle storie che sanno che non si torna mai davvero indietro.
Riguardare oggi Shu significa rivedere un certo modo di raccontare l’eroismo. Meno patinato, più sporco di emozioni sbagliate. Un protagonista che non vince perché è speciale, ma perché non smette di provarci anche quando il potere che porta addosso fa paura prima a lui che ai nemici. Il Blue Dragon non è solo un’arma, è una domanda continua: cosa succede quando la forza supera la maturità di chi la brandisce?
Forse è per questo che, a distanza di anni, Shu continua a tornare nei discorsi degli appassionati. Non come icona perfetta, ma come ricordo inquieto di un’epoca in cui i JRPG e gli anime osavano ancora mescolare ingenuità e ombre senza chiedere scusa. E mentre quella figura corre avanti, con il drago che ringhia alle sue spalle, viene naturale chiedersi se oggi sapremmo ancora raccontare un ragazzo così. O se, da qualche parte, stia solo aspettando che qualcuno abbia di nuovo il coraggio di seguirlo.
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