C’era una volta, in un’epoca in cui la fantascienza televisiva era dominata da utopie levigate e scenari rassicuranti, una serie che osò cambiare le regole del gioco. Il suo nome era Babylon 5, e come una stazione spaziale sospesa nel vuoto, divenne un faro per chi cercava una narrativa adulta, ambiziosa e profondamente umana. Frutto della mente poliedrica di J. Michael Straczynski e arricchita dalle evocative colonne sonore di Christopher Franke (ex Tangerine Dream), Babylon 5 ha segnato un prima e un dopo nel panorama delle serie TV di fantascienza. Eppure, nonostante i suoi meriti straordinari, in Italia ha vissuto un destino tormentato, quasi quanto quello dei suoi protagonisti.
La serie debuttò con il pilot The Gathering nel febbraio del 1993, per poi proseguire con cinque stagioni dense e interconnesse, andate in onda negli Stati Uniti tra il 1994 e il 1998. In Italia, però, la programmazione fu tutt’altro che lineare: la RAI trasmise l’episodio pilota e parte della seconda stagione nel 1999, mentre le stagioni successive giunsero a singhiozzo e in orari improbabili. Un vero peccato, perché Babylon 5 non è una di quelle serie che si possono seguire “quando capita”: il suo cuore pulsante è un arco narrativo coerente, pensato e scritto per dipanarsi in cinque anni, ogni stagione parte integrante di un grande affresco epico.
Ma cosa rende Babylon 5 così diversa, così importante? Per rispondere, dobbiamo salire a bordo della stazione lunga otto chilometri che dà il nome alla serie, un crocevia galattico dove si incrociano razze, ideologie, religioni, sogni e incubi. Costruita dopo una devastante guerra tra la Terra e i Mimbari, Babylon 5 rappresenta un ultimo, disperato tentativo di mantenere la pace attraverso la diplomazia. È un esperimento fragile, continuamente minacciato da intrighi politici, tradimenti, conflitti interni e pressioni esterne. Ma è anche un palcoscenico perfetto per esplorare tematiche profonde, scomode e spesso tabù per la TV dell’epoca.
E poi c’è l’aspetto tecnico, che non va sottovalutato. Babylon 5 fu una delle prime serie a fare uso estensivo dell’animazione al computer per le sue spettacolari sequenze spaziali, un’innovazione che anticipò l’abbandono delle classiche miniature e degli animatronics. E proprio come la sua tecnica, anche la struttura narrativa rivoluzionava i paradigmi dell’epoca: niente episodi “usa e getta”, ma una trama orizzontale a lungo termine dove ogni minimo dettaglio poteva acquisire importanza a distanza di stagioni. Un’impostazione che ha ispirato molte delle grandi serie successive, da Battlestar Galactica a The Expanse.
La grande forza di Babylon 5, però, risiede nei suoi personaggi. Dimenticate gli archetipi del “buono puro” o del “cattivo assoluto”. Qui tutto è sfumato, grigio, umano. Prendiamo Londo Mollari, ambasciatore dei decadenti Centauri: tragico, ambizioso, grottesco e commovente, è un personaggio che attraversa un’evoluzione straziante, oscillando tra gloria e dannazione. O G’Kar, suo rivale Narn, che da guerrigliero assetato di vendetta si trasforma in figura spirituale e simbolo di resistenza. Ogni figura è soggetta al cambiamento, segnata dagli eventi, trasformata dal tempo. Nessuno rimane uguale a se stesso, proprio come nella vita reale.
Questo realismo emozionale si riflette anche nei rapporti interpersonali, che includono tensioni politiche, legami amorosi, crisi spirituali e dilemmi morali. In particolare, i Mimbari rappresentano un popolo alieno dal profondo misticismo, il cui pensiero religioso permea ogni decisione, ogni gesto. Non si tratta solo di folklore esotico: Babylon 5 prende sul serio la fede, così come prende sul serio la filosofia, l’etica, la politica.
Le tematiche affrontate sono tante e articolate. Si parla di ordine e caos, incarnati dalle due misteriose razze antiche, i Vorlon e le Ombre, che influenzano le specie più giovani con visioni opposte dell’evoluzione: controllo e obbedienza da un lato, conflitto e sopravvivenza del più forte dall’altro. Ma si esplora anche il destino, attraverso visioni e profezie che sembrano inevitabili, e il libero arbitrio, che diventa un atto di resistenza eroica.
C’è poi la questione dell’inclusione e dell’emarginazione, evidente nell’arco narrativo dei telepati, discriminati e sfruttati per le loro capacità. E si parla di dipendenze, propaganda, verità manipolate, trasformazione della storia in mito. Non c’è aspetto dell’esistenza umana, anche il più oscuro o controverso, che la serie non osi affrontare.
In tutto questo, Straczynski riesce a mantenere un approccio imparziale. Non ci sono verità preconfezionate, risposte rassicuranti, morali finali. Ogni spettatore è chiamato a riflettere, a interrogarsi, a scegliere da che parte stare. Ed è proprio questa libertà di pensiero che rende Babylon 5 un’opera rivoluzionaria, ancora oggi attuale.
Certo, il suo destino editoriale in Italia è stato sfortunato, ma l’eredità di Babylon 5 vive ancora oggi. Su canali come Jimmy, nel 2007, è stato fatto un tentativo di ridare dignità alla serie, ricreando un doppiaggio coerente. E per chi mastica l’inglese, ci sono DVD e collezioni estere che permettono di recuperare l’intera epopea. E chissà che, con il recente fermento di revival e reboot, anche Babylon 5 non trovi nuova linfa per tornare a brillare nel panorama sci-fi contemporaneo.
Insomma, Babylon 5 non è solo una serie TV: è un’esperienza, un viaggio filosofico e politico, una riflessione sul futuro e sull’animo umano. È la prova che la fantascienza può essere molto più di astronavi e laser: può parlare di noi, dei nostri limiti, dei nostri sogni e delle nostre contraddizioni.
E voi, ricordate Babylon 5? L’avete seguita nella sua travagliata messa in onda italiana o scoperta più tardi, magari in lingua originale? Qual è il personaggio che vi ha lasciato il segno? Raccontatecelo nei commenti e condividete questo articolo con gli altri appassionati di fantascienza: la discussione è appena iniziata… e la stazione è sempre aperta.
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