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L’uomo fiammifero

L’uomo Fiammifero è una favola cinematografica nostrana, realizzata con pochi soldi e con tanta buona volontà. E’ un film tenero e gradevole. Per bambini, certo, ma anche per ragazzi e per adulti sensibili, ancora capaci di ricordarsi fanciulli. E’ prima di tutto l’elogio della creatività infantile, l’omaggio a quell’età in cui la fantasia può impennarsi, se incontra un animo vivace che non ha paura di cavalcarla, sopra le montagne più alte senza provare mai fatica. La storia delicata che l’esordiente Marco Chiarini ci propone è capace di costruire con coraggio, tenacia e idee deliziose, un piccolo film magico e sospeso, semplice e artigianale nel senso più nobile del termine. Leggero, piacevole, animato da personaggi fantastici che abitano nella mente di un ragazzino sensibile e già attaccato duramente dalla vita.
 

Simone, aiutato da compagni immaginari come lo Zio disco, che parla solo attraverso il giradischi, o come Mani grandi, che può far rivivere i ricordi alle persone. O come Giulio Buio o sua sorella Dina Lampa, che quando si emoziona prima si illumina e poi scompare, oppure ancora come il “fincheriano” Ocram, che fa tutto al contrario, che scrive con la gomma e cancella con la penna, che è nato vecchio ma ringiovanisce col passar del tempo. Personaggi immaginari, gli amici del protagonista, ma anche reali come la piccola Lorenza, l’amica speciale dagli occhi grandi e chiari che giunge come un regalo graditissimo dalla città a rendere ancora più speciali le giornate di Simone, e a fargli capire per la prima volta quanto è bello quando il cuore batte forte e ti fa sentir tanto felice.
 

Con L’uomo fiammifero piombiamo sorprendentemente (ma senza sentire il peso di un’ambizione eccessiva) in una pigra e luminosa campagna estiva abruzzese dalle atmosfere burtoniane. Buona la fotografia di un film che ci trasporta nel bel mezzo di un’estate lontana, quella del 1982. Campi coltivati, una bicicletta bianca, gli animali, le balle di grano appena mietuto, i casolari aperti, disordinati, senza inferiate nè recinti. Aria di libertà, anche se c’è stato un dolore enorme: la scomparsa della prima cosa bella, per usare una definizione cinematografica attuale, la perdita di una mamma giovane e affettuosa. Ma a quell’evento terribile sopravvivono le magiche risorse di un bambino scapigliato e comunque incantato, che vive lo stesso a briglie sciolte la propria meravigliosa e fugace stagione. Simone elabora in maniera particolarissima e commovente il lutto più terribile, e quell’Uomo fiammifero immaginato e raccontato da una tenera madre (efficaci i momenti visionari in cui il ragazzo ricorda la donna) domina il suo sogno ad occhi aperti, alimentando silenziosamente la speranza di un abbraccio impossibile, la fiducia nella ricomposizione, intimamente desiderata, di un’armonia tragicamente spezzata dalla natura. Il bel bambino, sensibile negli occhi e nei comportamenti, si lega alla speranza che l’Uomo fiammifero, essere magico dalle lunghissime gambe, gigante magrissimo con un cappello in testa a forma di cilindro, capace di accendere ogni sera tutte le stelle del cielo, e di esaudire ogni desiderio umano, possa passare dalle sue parti, un giorno, ad esaudire anche i bisogni della sua vita e della sua età. Ma in quell’intervallo di tempo e d’attesa, riempita d’avventure e stratagemmi continui, il sogno dell’uomo fiammifero già restituisce al protagonista tutta la bellezza e l’incantesimo dell’infanzia.

Edoardo Zaccagnini

da http://www.close-up.it

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