Svelare il logo ufficiale del 55° anniversario di Lupin III non è solo una notizia celebrativa, è una vera e propria scossa emotiva per chi, come noi, è cresciuto con la giacca verde, le fughe impossibili e quella sensazione costante di libertà anarchica che solo Lupin sa trasmettere. Cinquantacinque anni dopo la prima messa in onda della mitica Parte 1 nel 1971, l’anime tratto dal manga di Monkey Punch continua a dimostrare una cosa semplicissima e potentissima allo stesso tempo: Lupin non invecchia, siamo noi a crescere con lui. Il nuovo logo celebrativo arriva come un sigillo temporale che collega generazioni diverse di fan, dagli spettatori giapponesi che nel 1971 sintonizzarono la TV su Yomiuri fino a chi in Italia lo ha scoperto tra una replica pomeridiana e una sigla improbabile. Guardarlo significa ripensare a quando tutto è iniziato, a quel momento storico in cui un manga già amatissimo in Giappone venne trasformato in una serie animata che avrebbe cambiato per sempre il modo di intendere l’animazione televisiva.
La nascita dell’anime di Lupin III non fu affatto scontata. Monkey Punch, che aveva creato il personaggio nel 1967, guardava con grande diffidenza ai cartoni animati giapponesi dell’epoca, temendo che non fossero in grado di restituire la complessità, l’ironia adulta e la carica trasgressiva delle sue storie. E aveva anche delle buone ragioni: il manga era irriverente, veloce, pieno di situazioni troppo brevi e troppo taglienti per una trasposizione televisiva fedele. Proprio per questo, quando la Tokyo Movie Shinsha riuscì finalmente a convincerlo, la strada scelta non fu quella dell’adattamento letterale, ma della reinvenzione.
Lupin cambiò volto, letteralmente. Il character design venne ammorbidito, reso più umano, più elastico, più animabile. Le storie persero parte della loro crudezza originaria per aprirsi a un pubblico più ampio, senza però rinunciare a un’impostazione adulta che, per l’epoca, era qualcosa di quasi rivoluzionario. Ed è qui che nasce il Lupin con la giacca verde, quello che per molti di noi è il vero archetipo del personaggio.
I primi episodi della serie portano addosso un’atmosfera più cupa, più sporca, quasi cinematografica, con una tensione narrativa che strizza l’occhio al noir e allo spy drama. Poi arriva la svolta, quella che ancora oggi divide, affascina e fa discutere. Con l’ingresso creativo del trio formato da Hayao Miyazaki, Isao Takahata e Yasuo Ōtsuka, la serie cambia pelle. La violenza e l’erotismo più espliciti vengono messi da parte per lasciare spazio a un Lupin geniale, ironico, scanzonato, sempre in bilico tra la risata e la malinconia. È un cambio di tono netto, ma non una perdita di identità: è l’inizio della leggenda.
Questa dualità rende la Parte 1 un oggetto unico, quasi anomalo, anche per la sua durata sorprendentemente breve. Ventitré episodi soltanto, il minimo sindacale per una serie anime, eppure sufficienti a costruire un mito che ancora oggi regge il confronto con produzioni modernissime. All’epoca, paradossalmente, il pubblico non se ne accorse subito. Durante la prima messa in onda il successo fu tiepido, lontano da quello che Lupin avrebbe conquistato negli anni successivi. Solo con le repliche e con la maturazione dello sguardo collettivo, la serie venne rivalutata fino a essere votata come uno dei migliori programmi mai trasmessi dalla televisione giapponese.
Ed è proprio questa riscoperta continua a spiegare perché Lupin III Parte 1 venga riproposto ancora oggi, studiato, analizzato, amato. Non è solo nostalgia, è riconoscimento culturale. È la consapevolezza che quelle storie di ladri gentiluomini, inseguimenti impossibili e colpi di genio narrativo hanno aperto una strada nuova per l’animazione destinata a un pubblico adulto.
La trama resta un manifesto di archetipi perfetti. Arsenio Lupin III, nipote del celebre ladro gentiluomo, è un criminale internazionale che ruba per il gusto della sfida più che per il bottino. Al suo fianco c’è Daisuke Jigen, pistolero dalla mira sovrumana, fedele fino all’ultimo proiettile. Fujiko Mine è l’incognita costante, seducente, manipolatrice, irresistibile, capace di far deragliare qualsiasi piano con un sorriso. Goemon Ishikawa XIII entra in scena come antagonista e diventa alleato, brandendo la Zantetsuken con una velocità che sfida la logica. E poi c’è lui, l’ispettore Zenigata, ossessionato da Lupin, eternamente sconfitto ma mai domo, simbolo di una caccia che non può e forse non deve mai finire.
Dietro le quinte, la produzione della serie è una storia altrettanto affascinante. L’idea dell’adattamento animato nasce grazie a Gisaburō Sugii e arriva sulle scrivanie della Tokyo Movie Shinsha grazie a Yutaka Fujioka. Per attirare finanziamenti viene realizzato un film pilota, un esperimento che coinvolge nomi destinati a diventare leggende dell’animazione. Yasuo Ōtsuka, in particolare, imprime alla serie una cura maniacale per armi, veicoli e dettagli tecnici, portando in animazione un realismo che fino a quel momento era raro vedere.
Il passaggio di testimone alla regia, con l’uscita di Masaaki Ōsumi e l’ingresso non ufficialmente accreditato di Miyazaki e Takahata, segna un punto di svolta creativo. L’obiettivo dichiarato è eliminare una certa apatia percepita nella serie e restituire ai personaggi una spinta vitale più ottimista. Lupin diventa più leggero, Jigen più amichevole, Fujiko meno oggettificata. Il risultato è una serie che porta dentro di sé due anime diverse, talvolta visivamente discordanti, ma proprio per questo incredibilmente affascinanti.
Anche l’edizione italiana contribuisce a costruire il mito. Il primo doppiaggio del 1979, pur con limiti evidenti e traduzioni discutibili, ha un sapore grezzo e artigianale che molti fan ricordano con affetto. Il ridoppiaggio del 1987, più fedele ma anche più censurato, segna l’ingresso definitivo di Lupin nel palinsesto nazionale, mescolando episodi e stagioni in modo caotico ma memorabile. Le sigle, spesso scollegate dal contenuto della serie, diventano esse stesse parte del folklore lupiniano, amate e odiate con la stessa intensità.
Arrivare oggi al 55° anniversario significa guardare indietro e rendersi conto che Lupin III Parte 1 non è solo una serie d’epoca. È un laboratorio creativo, un ponte tra manga e anime, tra intrattenimento pop e sperimentazione autoriale. Il logo celebrativo non è solo un marchio grafico, ma un promemoria potente: Lupin continua a scappare, a reinventarsi, a sorprenderci. E noi continuiamo a inseguirlo, non per arrestarlo, ma per il puro piacere di non smettere mai di essere fan.
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