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La serie tv dimenticata di Death Valley

Negli anni ’90 nacque un modo nuovo di raccontare la realtà televisiva: troupe che seguivano pattuglie di polizia, infermieri del pronto soccorso o vigili del fuoco, mostrando la quotidianità senza filtri e montata come documentario in presa diretta. Programmi come COPS, Airport Security e 911 divennero icone di un realismo crudo, a volte drammatico, a volte surreale. Da quel linguaggio nacque una corrente narrativa che, qualche anno dopo, sarebbe esplosa nel cinema e nella serialità: il mockumentary, ovvero la fiction girata come un falso documentario. È da quella matrice che prende vita Death Valley, serie del 2010 che mescola la satira dei reality con l’estetica found footage, portando il genere poliziesco in territori dominati da zombie, vampiri e lupi mannari.

Una Los Angeles infestata… ma sotto controllo della legge

Prodotta e trasmessa da MTV nel 2010, Death Valley è ambientata nella soleggiata San Fernando Valley, quartiere apparentemente tranquillo di Los Angeles. Solo che, dietro le palme e i drive-in, la città pullula di non morti. Per questo il dipartimento di polizia ha istituito una divisione speciale: l’Undead Task Force (U.T.F.), un reparto che si occupa dei crimini sovrannaturali. È proprio seguendo il loro lavoro che una troupe televisiva documenta le folli giornate di servizio del Capitano Frank Dashell (interpretato da Bryan Callen) e dei suoi agenti: Joe Stubecker, Carla Rinaldi e John “John-John” Johnson.

Ogni episodio è girato come se fosse un vero reportage: telecamere a spalla, montaggio serrato, interviste dirette e un realismo volutamente sporco. Ma il tono è tutt’altro che cupo: Death Valley è un mix di horror e commedia, che strizza l’occhio a Supernatural e a Buffy l’ammazzavampiri, ma con un’ironia più irriverente e politicamente scorretta.

Quando il soprannaturale diventa burocrazia

Il fascino della serie sta proprio nel contrasto tra l’assurdità del paranormale e la routine di un distretto di polizia. Gli agenti della U.T.F. trattano i casi di possessione demoniaca e licantropia come normali infrazioni al codice penale: i vampiri vengono arrestati, gli zombie schedati, e ogni mostro ha diritto alla sua lettura dei diritti — “ha il diritto di rimanere morto” recita una delle battute cult della serie.

Il tono documentaristico esalta questo paradosso: tutto è girato come un reality crime, ma l’assurdo diventa normalità. Gli agenti utilizzano croci, paletti, acqua benedetta e pistole taser come dotazione standard; le pattuglie sono equipaggiate con aste di cattura per non farsi mordere dagli zombie; e tra un’irruzione e l’altra trovano pure il tempo di fare educazione civica nelle scuole, spiegando ai bambini come riconoscere un vampiro sospetto.

Un piccolo gioiello dimenticato

Nonostante l’idea brillante e il ritmo serrato, Death Valley durò una sola stagione di 12 episodi. Forse era troppo avanti per il suo tempo: nel 2010 MTV stava virando verso i reality puri, e l’ibrido tra horror, commedia e satira sociale non trovò il pubblico che meritava. Eppure chi l’ha vista ne conserva un ricordo vivissimo — quella sensazione di trovarsi di fronte a una serie che, pur giocando con i cliché del genere, riusciva a dire qualcosa di serio.

Dietro le risate, infatti, Death Valley riflette sul lavoro della polizia, sul peso della burocrazia, sulla scarsità di mezzi e sulla spettacolarizzazione dei media. Gli agenti della U.T.F. non combattono solo contro zombie e vampiri, ma anche contro la lentezza dell’amministrazione, i tagli di bilancio e la manipolazione dell’informazione. È una critica mascherata da sitcom, un ritratto esilarante e amaro della società americana post-9/11, dove il mostro non è sempre quello con le zanne.

Tra REC e Paranormal Activity: l’eredità del found footage

La serie nasce sulla scia del successo di REC e Paranormal Activity, pellicole che avevano riportato in auge l’estetica del “film trovato”, trasformando il punto di vista della videocamera in strumento di terrore. Ma Death Valley compie un passo ulteriore: applica quella grammatica visiva al linguaggio della televisione di intrattenimento, fondendo due mondi apparentemente inconciliabili — il reality show e l’horror.

Il risultato è un prodotto ibrido e intelligentemente autoironico, dove il trucco prostetico da B-movie incontra la messa in scena da reportage. Ogni inquadratura traballa, ogni scena sembra improvvisata, eppure dietro c’è una scrittura calibrata al millimetro, che alterna umorismo nero, tensione e satira sociale.

Una serie da riscoprire

Rivedere oggi Death Valley significa riscoprire un piccolo cult dimenticato, che anticipava molte delle dinamiche narrative della serialità contemporanea — dal finto documentario alla contaminazione dei generi. È un esempio di come anche un network pop come MTV potesse, all’epoca, sperimentare linguaggi fuori dagli schemi e proporre qualcosa di autenticamente innovativo.

Chi ama What We Do in the Shadows o Ash vs Evil Dead troverà in Death Valley un predecessore spirituale, con la stessa voglia di ridere dell’orrore e sbeffeggiare l’assurdità della vita (e della morte) moderna.

Peccato che la U.T.F. non abbia avuto una seconda stagione: il suo mondo di sirene lampeggianti e morsi di zombie meritava di tornare in servizio. Forse, chissà, in un futuro revival o remake, potremmo rivedere quegli agenti ciondolanti tra il duty e il duty-free, ancora pronti a ricordarci che anche nell’apocalisse… serve compilare il rapporto in triplice copia.

 


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Marco Giovanni Lupani

Marco Giovanni Lupani

grande appassionato di cinema di fantascienza, fantasy, horror e Trash. Interessato anche ai fumetti di ogni genere dai comics ai manga a quelli d'autore. Cosplayer della vecchia guardia dagli anni 90
intrigato da ogni cosa che possa stimolare la sua curiosità

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