Ci sono date che restano incise nella memoria collettiva come marchi di fuoco. Per noi figli degli anni ’70 e ’80, una di quelle è il 4 aprile 1978. Quella sera, sulle frequenze di Rai 2, qualcosa di mai visto prima piombò nei salotti italiani: Atlas UFO Robot, meglio conosciuto come Goldrake. Era un anime giapponese, un robot gigante, un principe fuggiasco che combatteva per la pace. Ma, soprattutto, era l’inizio di una rivoluzione culturale che avrebbe cambiato per sempre il nostro rapporto con l’animazione.
E ora, quasi cinquant’anni dopo, Goldrake torna a casa. Non sotto forma di reboot, non come un’operazione nostalgica a metà, ma con la potenza autentica dei suoi 74 episodi originali, restaurati e scintillanti, pronti a far vibrare i nostri cuori. Dal prossimo 8 settembre 2025, l’eroe di Go Nagai tornerà a solcare i cieli di Rai 2, ogni mattina alle 8:00, con possibilità di recuperare le puntate anche su RaiPlay. Un ritorno che profuma di rituale sacro, una chiamata alle armi per vecchi e nuovi fan.
L’epopea di Actarus: un eroe diverso da tutti gli altri
Quando in Giappone, nel 1975, UFO Robot Grendizer fece il suo debutto, nessuno poteva immaginare che tre anni dopo avrebbe spaccato in due l’Italia. A differenza degli eroi rassicuranti dei cartoni europei come Heidi o Vicky il Vichingo, Actarus era un principe tormentato, un rifugiato interstellare in cerca di pace. Con il suo Goldrake, lottava non per la gloria, ma per difendere la Terra da un impero tirannico. E in questo stava la sua magia: dietro l’armatura e le armi spaziali, c’era un cuore spezzato, fragile eppure invincibile.
Actarus non era un eroe invulnerabile, ma uno specchio delle nostre paure e dei nostri sogni. È per questo che intere generazioni lo hanno amato: perché ci ha insegnato che si può essere forti anche nel dolore, che il sacrificio ha un valore e che la diversità può essere un dono.
Il mito italiano di Goldrake
In Italia, Goldrake non fu accolto senza polemiche. C’era chi lo considerava troppo violento, chi lo accusava di “rovinare i bambini”. Ma quei dibattiti non fecero che amplificare il fenomeno. Milioni di ragazzi rimasero incollati alla TV, e nacque un amore che avrebbe aperto la strada ad altri colossi come Mazinga, Jeeg Robot d’Acciaio, Ken il Guerriero e decine di altri titoli che oggi fanno parte della nostra cultura.
Il suo impatto si misurò anche nella musica. La sigla “Si trasforma in un razzo missile…”, firmata da Vince Tempera e Luigi Albertelli, divenne un tormentone nazionale, scalando le classifiche e vendendo milioni di copie. Ancora oggi basta intonarne poche note per scatenare cori improvvisati tra sconosciuti. È una colonna sonora che non appartiene solo a un cartone, ma a un’epoca intera.
Un ritorno che è anche un riconoscimento culturale
La scelta della Rai di riproporre Goldrake in versione restaurata non è solo un’operazione nostalgica, ma un atto di riconoscimento culturale. Significa ammettere che questo anime non è stato un semplice “cartone”, ma un tassello fondamentale della nostra identità collettiva.
Oggi viviamo in un mondo in cui i remake e i reboot sono all’ordine del giorno. Lo stesso Grendizer U, recente reinterpretazione moderna dell’opera, ha diviso i fan tra entusiasmo e scetticismo. Ma la trasmissione dell’originale è un modo per ricordarci da dove tutto è cominciato, per far incontrare i fan di ieri con quelli di oggi.
E per i più giovani sarà l’occasione perfetta per scoprire Goldrake come lo abbiamo conosciuto noi: con immagini più nitide, colori restaurati, ma la stessa intensità drammatica di allora.
Una leggenda che continua a ispirare
Goldrake non è mai stato solo un robot gigante. È stato un simbolo generazionale, un eroe che parlava di pace, giustizia e resilienza in un linguaggio nuovo e travolgente. E il fatto che, nel 2025, il suo ritorno sia ancora una notizia da prima pagina ci dice tutto: i miti non muoiono, si trasformano, come razzi missile pronti a volare ancora una volta.
Dall’8 settembre, ogni mattina, torneremo a sentire quel grido che ci fa ancora tremare il cuore: “Alabarda spaziale!”. Un grido che non è mai stato così attuale, perché appartiene a chiunque creda che le storie possano cambiare il mondo.











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