Trentacinque anni sono una strana unità di misura. Abbastanza lunghi da farti dire “ero piccola” o “non ero ancora nata”, abbastanza brevi da renderti conto che certe immagini non hanno perso nemmeno un granello di sale marino addosso. Il 9 novembre 1990 La Sirenetta, 28esimo classico di animazione della Disney ispirato all’omonima fiaba di Hans Christian Andersen, esordiva nei cinema italiani, quasi un anno dopo l’uscita americana (avvenuta il 14 novembre del 1989). La Sirenetta appartiene a quella categoria rara di film che non invecchiano: si stratificano. Ogni volta che tornano, portano con sé qualcosa di nuovo, perché siamo cambiati noi. Il primo ricordo non è una data, né un’uscita in sala. È una voce. Una voce che vibra nell’acqua, che non sembra provenire da una gola ma da un desiderio. Ancora oggi, quando parte quella melodia iniziale, il corpo lo riconosce prima della testa. È come se Atlantica fosse un posto dove siamo già stati, magari solo in sogno, magari da bambini, quando l’idea di voler essere altro non faceva paura ma dava forma alle giornate.
Riguardandola adesso, La Sirenetta non ha nulla della fiaba addomesticata. Sotto i colori saturi e i numeri musicali c’è una storia spigolosa, emotivamente rischiosa, perfino scomoda. Una ragazza che desidera uscire dal perimetro che le è stato assegnato. Un padre che governa con l’amore e con la paura, convinto che proteggere significhi proibire. Una villain che non è solo cattiva, ma ferita, teatrale, politica nel senso più carnale del termine. Non è un caso se Ursula rimane impressa più di tanti antagonisti successivi: incarna l’idea che il potere abbia sempre un prezzo e che spesso venga venduto come un favore.
Il mondo subacqueo di Ariel non è un eden. È bellissimo, sì, ma anche claustrofobico. Regole, divieti, confini invalicabili. Il mondo umano, invece, è rumoroso, incoerente, pericoloso. Eppure attrae. Non perché sia migliore, ma perché è ignoto. È questa tensione a rendere il film così vivo ancora oggi. Non l’amore romantico, non il principe, non il matrimonio finale. Il motore vero è la curiosità, quella fame di altrove che conosciamo bene anche da adulti, quando la chiamiamo con parole più rispettabili ma la sentiamo nello stesso punto dello stomaco.
Dal punto di vista creativo, il film nasce in un momento fragile per la Disney. I Walt Disney Animation Studios venivano da anni complicati, di tentativi riusciti a metà, di una magia che sembrava essersi assottigliata. Eppure proprio lì, in quella crepa, si infilano due autori che non hanno mai smesso di credere nel musical come linguaggio emotivo puro: Ron Clements e John Musker. La loro Sirenetta non guarda indietro, non imita l’epoca d’oro, la reinventa.
Il contributo di Howard Ashman e Alan Menken è il cuore emotivo dell’operazione. Quelle canzoni non servono a spiegare la trama, servono a renderla inevitabile. “Part of Your World” non racconta un sogno, lo costruisce davanti agli occhi. “Under the Sea” non è una parentesi allegra, è propaganda, è un manifesto politico cantato con il sorriso. E quando Ursula intona il suo numero, non sta semplicemente tramando: sta dichiarando una visione del mondo. Ma l’eccezionale colonna sonora non è l’unico fattore che ha consacrato La Sirenetta come uno dei preferiti di grandi e piccini in tutto il mondo. Dalla carismatica cattiva Ursula, iconica villain della casa di Topolino, alla caratterizzazione dei comprimari, il film presenta personaggi indimenticabili. Uno su tutti è il granchio Sebastian, compositore di corte del Re degli Abissi, che diventa il protagonista della prima curiosità su La Sirenetta. Sebastian è un amico leale e un saggio consigliere, nonostante le sue apparenze burbere. Con la sua voce inconfondibile, che assume tonalità acute e stridule quando è nervoso, il personaggio ha stabilito un record: è il primo personaggio Disney a parlare con accento giamaicano. Nella versione italiana, è doppiato dal cantante olandese Ronny Grant.
La protagonista ribelle Ariel, una sirenetta impulsiva e sognatrice nonché figlia prediletta del sovrano, ha un volto inconfondibile. Non tutti sanno che il team creativo si è ispirato a Alyssa Milano, allora 17enne e al tempo famosa per il ruolo di Samantha nella sit-com Casalingo Superpiù, per la caratterizzazione del personaggio. Utilizzando alcune foto di scena dell’attrice, hanno creato l’adorabile Ariel. Insolitamente, Ariel avrebbe dovuto avere i capelli biondi. Tuttavia, i produttori hanno optato per la caratteristica chioma rossa, in quanto si adattava meglio al verde della sua coda e per evitare che Ariel somigliasse troppo alla sirena interpretata da Daryl Hannah in Splash – Una sirena a Manhattan del 1984. Ma c’è un altro personaggio degno di menzione. La malvagia Ursula è basata sulla celebre drag queen Divine, un’icona queer scomparsa prematuramente un anno prima dell’uscita del film. E nonostante il suo aspetto, Ursula non è una piovra, bensì una Cecaelia: una creatura mitologica metà donna e metà medusa, con tentacoli al posto delle gambe.
Col tempo si è detto tutto del Rinascimento Disney, delle svolte produttive, delle innovazioni tecniche, del passaggio verso il digitale. Tutto vero, tutto importante. Ma il motivo per cui La Sirenetta ha acceso di nuovo qualcosa non sta nei numeri o nei premi. Sta nel fatto che per la prima volta dopo anni un film Disney parlava apertamente di desiderio. Non quello pulito, educato, approvato. Quello che ti mette nei guai, che ti fa sbagliare, che ti costa la voce.
Ariel non è un modello. È una ragazza testarda, impulsiva, spesso ingenua. Prende decisioni sbagliate, si fida della persona sbagliata, confonde l’amore con l’idea di libertà. Ed è proprio per questo che funziona. Non chiede di essere salvata. Chiede di poter scegliere, anche se scegliere significa rischiare di perdere tutto.
Rivedere oggi il film significa anche notare quanto fosse avanti nel raccontare il corpo, la trasformazione, il prezzo della mutazione. Il passaggio dalla coda alle gambe non è una magia indolore. È doloroso, destabilizzante, silenzioso. Una metafora potentissima, che negli anni è stata riletta da comunità diverse, da prospettive diverse, senza che il film perdesse la sua forza originaria. Anzi, aprendosi a nuove interpretazioni.
Poi c’è il tempo, che ha fatto il suo lavoro strano. Ha trasformato alcune scene in meme, altre in patrimonio emotivo condiviso. Ha portato a teatro la storia, l’ha riportata al cinema in forma diversa, l’ha fatta discutere, amare, criticare. Ma sotto tutto questo rumore resta quell’immagine iniziale: una ragazza che osserva un mondo proibito con gli occhi spalancati e le mani piene di oggetti che non sa ancora nominare.
Forse è per questo che La Sirenetta continua a tornare. Non per nostalgia, non solo. Torna perché ogni generazione riconosce in Ariel una domanda che non smette di fare: quanto siamo disposti a perdere pur di diventare ciò che sentiamo di essere? E soprattutto, chi ci sta davvero proteggendo quando ci viene chiesto di restare dove siamo?
La risposta non è mai definitiva. E va bene così. Anche perché, sotto la superficie calma, qualcosa continua a muoversi. E forse vale ancora la pena ascoltare quel canto, chiedendosi che cosa, oggi, saremmo pronti a dare in cambio della nostra voce.
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