C’è una data che molti di noi non hanno dimenticato, anche se magari non la ricordano con precisione: dicembre 1991. Su Canale 5, in prima serata, andava in onda qualcosa di inaspettato. Un film per la TV, ma con l’ambizione e la potenza immaginifica di un fantasy epico. Una fiaba che non aveva paura di essere colossale, che metteva in scena cavalieri, incantesimi, streghe e un amore proibito, in un’epoca in cui il fantasy in Italia era quasi un genere clandestino. Quel film era Fantaghirò, diretto da Lamberto Bava, figlio del leggendario Mario Bava, e destinato a diventare una delle opere più amate e riconoscibili del piccolo schermo italiano.
Ora, più di trent’anni dopo, Fantaghirò torna in streaming su Disney+, dal 5 novembre, riportando con sé l’intera saga: dal primo capitolo del 1991 fino al quinto del 1996. È un ritorno che profuma di malinconia e meraviglia, un viaggio nella memoria collettiva di chi è cresciuto tra gli anni ’90 e i primi 2000. Per un’intera generazione, è come riscoprire una parte di sé: il profumo di inverno, la magia della televisione di Natale, il fascino di una principessa ribelle che ha riscritto, a modo suo, il mito del fantasy italiano.

Alla base di Fantaghirò c’è una storia antica, molto più antica della sua trasposizione televisiva. La fiaba originaria, “Fanta-Ghirò, persona bella”, nasce nella tradizione popolare toscana e viene raccolta per la prima volta nel 1880 dal folklorista Gherardo Nerucci. A seguirlo fu Vittorio Imbriani, che la inserì nella sua raccolta La novellaja fiorentina, e infine Italo Calvino, che la consacrò definitivamente nel suo monumentale lavoro Fiabe italiane. La storia parla di una principessa che, sfidando ogni convenzione, si traveste da uomo e parte per il fronte di guerra, dimostrando valore, astuzia e coraggio.
Lamberto Bava, figlio del maestro dell’horror Mario Bava, la trasforma in un racconto fantasy a tutto tondo, dove la fiaba popolare incontra l’epica cavalleresca, la magia e il melodramma romantico. Il risultato è qualcosa di unico: un’opera che mescola il gusto gotico e visionario tipico del cinema di genere italiano con la leggerezza e l’incanto del racconto per famiglie. Quando Fantaghirò arriva in TV nel dicembre del 1991, diviso in due serate consecutive, l’effetto è esplosivo. Il pubblico si innamora immediatamente di quella principessa che sfida il destino, interpretata da Alessandra Martines, e del suo tormentato amore per Romualdo, il principe nemico dal volto di Kim Rossi Stuart.
Il successo è tale da spingere Mediaset e Bava a trasformare quello che doveva essere un evento unico in una vera e propria saga. Tra il 1991 e il 1996 nascono cinque film, dieci puntate in tutto, trasmesse regolarmente durante il periodo natalizio. E ogni volta, lo share è da record: nel 1991 si arriva a un incredibile 27,5%, un dato che oggi farebbe invidia a qualsiasi serie di punta.
Un fantasy italiano, prima che “fantasy italiano” volesse dire qualcosa
Parlare oggi di Fantaghirò significa riconoscere il suo ruolo pionieristico. Prima della saga di Bava, in Italia non esisteva un vero immaginario fantasy visivo. Il cinema di genere era dominato dall’horror, dal thriller, dallo spaghetti western, o al massimo dal peplum eroico degli anni ’60. Fantaghirò invece prendeva il linguaggio del fantasy classico – con i suoi castelli, le spade, i draghi e le streghe – e lo portava nel mondo della televisione generalista, in prima serata, senza ironia né parodia.
Lamberto Bava costruì un universo coerente e riconoscibile, dove la magia non era soltanto un espediente narrativo, ma un’estensione del carattere dei personaggi. C’erano la Strega Bianca e la Strega Nera, incarnazioni del bene e del male ma mai del tutto statiche; c’era il mago Tarabas, interpretato da Nicholas Rogers, figura tormentata e ambigua, simbolo di una complessità psicologica allora rara nei racconti per ragazzi. E poi c’era lei, Fantaghirò, la principessa che sceglie di non essere salvata, ma di salvare gli altri.
In un periodo in cui la rappresentazione femminile nella fiction italiana era spesso legata a ruoli passivi o romantici, Fantaghirò rappresentava qualcosa di rivoluzionario: una donna che combatte, decide, sbaglia, ama e cambia. È un’eroina che incarna la libertà e l’identità in modo istintivo, quasi anarchico, e proprio per questo ha lasciato un segno profondo nell’immaginario di chi l’ha conosciuta da bambino.
Un’eredità magica che resiste al tempo
Con il passare degli anni, Fantaghirò ha attraversato i confini italiani e ha conquistato il pubblico internazionale. È stata trasmessa in oltre cinquanta paesi, diventando in molti di essi una tradizione natalizia al pari di Una poltrona per due. Persino all’estero, la serie veniva riconosciuta per la sua estetica particolare, un mix di artigianalità italiana e fascino fiabesco europeo.
La direzione artistica di Bava, pur con mezzi televisivi limitati rispetto ai grandi blockbuster hollywoodiani, riusciva a evocare un mondo coerente e immaginifico grazie all’uso sapiente delle scenografie, dei costumi e di un linguaggio visivo che oscillava tra il teatro e la pittura. Gli effetti speciali oggi possono apparire ingenui, ma è proprio quella loro imperfezione artigianale a renderli affascinanti: evocano un’epoca in cui la fantasia non aveva bisogno di CGI, ma soltanto di buona luce, velluti e nebbia artificiale.
Rivedere oggi la saga su Disney+ non è solo un’operazione nostalgia. È una riscoperta culturale. Fantaghirò non appartiene soltanto al passato televisivo, ma a un’idea di intrattenimento popolare capace di parlare a tutti, grandi e piccoli, maschi e femmine, con un linguaggio universale fatto di coraggio, amore e destino. È uno di quei rari esempi di fantasy italiano autentico, nato senza voler imitare Hollywood ma trovando una sua via poetica, europea, mediterranea.
Un ritorno a casa, tra fiaba e memoria
Il ritorno di Fantaghirò in streaming non è un semplice recupero d’archivio: è una porta temporale aperta su un’epoca in cui le storie avevano ancora il profumo delle fiabe raccontate la sera, davanti al televisore acceso. È un’occasione per riscoprire un classico che ha fatto sognare milioni di spettatori e che, a distanza di trent’anni, conserva intatto il suo potere evocativo.
Perché Fantaghirò non è solo una saga televisiva. È un simbolo. È la prova che anche in Italia, tra budget modesti e scenografie di cartapesta, si poteva costruire un mondo incantato, vivo e credibile. È un frammento di cultura pop che ha plasmato l’immaginario di un’intera generazione di nerd ante litteram, cresciuti a cavallo tra i VHS, le fiabe e i primi videogiochi fantasy.
Oggi, mentre Disney+ riporta in vita questa epopea cavalleresca e romantica, Fantaghirò ritorna al posto che le spetta: nel cuore di chi non ha mai smesso di credere nella magia, quella vera, che nasce dalle storie.
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