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Destino: quando Walt Disney e Salvador Dalí sognarono insieme l’infinito

C’è un cortometraggio che racchiude in appena sei minuti e trentadue secondi tutta la potenza visionaria di due geni assoluti del Novecento: Destino. Un’opera breve ma intensa, nata dall’incontro quasi mitologico tra Walt Disney e Salvador Dalí. Una di quelle storie da raccontare sotto le stelle, magari accoccolati sul divano con una tazza di cioccolata calda e lo sguardo sognante: perché Destino non è solo un film, è un’esperienza onirica, un viaggio surreale nella mente e nel cuore di due artisti che, pur così diversi, seppero parlarsi attraverso l’unico linguaggio comune davvero universale: l’immaginazione.

La genesi di questo piccolo capolavoro risale addirittura al 1945, nel pieno fermento post-bellico. Dalí si trovava a Hollywood per collaborare con Alfred Hitchcock alla sequenza onirica di Io ti salverò, quando Walt Disney – incuriosito dal fascino fuori dal tempo del pittore catalano – gli propose un’idea ardita: realizzare insieme un cortometraggio animato. Dalí non si fece pregare. Tra i due nacque subito un’intesa profonda, alimentata dalla reciproca stima e da un’affinità quasi magica. In fondo, sebbene venissero da mondi apparentemente opposti – l’uno portavoce dell’immaginario popolare, l’altro icona dell’avanguardia surrealista – entrambi condividevano un sogno: creare arte che parlasse a tutti, adulti e bambini, sognatori e razionalisti.

Il titolo scelto, Destino, conteneva già in sé il senso dell’intera operazione. Una parola semplice, ma densa di significati: destino come fatalità, come attrazione ineluttabile, come unione scritta nelle stelle. E forse non è un caso che in quel titolo si celino tre “D”: Dalí, Disney, e naturalmente Destino.

Il progetto iniziale fu affidato a John Hench, fidato collaboratore di Walt, e in otto mesi vennero prodotti ventidue dipinti e 135 storyboard firmati dallo stesso Dalí. Non era un lavoro semplice: i bozzetti erano visionari, criptici, a tratti indecifrabili. Eppure quel materiale era puro fuoco creativo. Purtroppo, a causa delle difficoltà economiche dovute alla Seconda Guerra Mondiale e al fallimento commerciale di Fantasia, la Disney fu costretta a sospendere il progetto. Un piccolo test d’animazione di 18 secondi fu tutto ciò che ne rimase. Per decenni Destino restò sepolto negli archivi della compagnia, in attesa del suo momento.

Quel momento arrivò nel 1999, quando Roy E. Disney – nipote del fondatore e all’epoca impegnato nella realizzazione di Fantasia 2000 – riscoprì i materiali originali. Fu amore a prima vista. Roy comprese subito il potenziale di quella visione incompiuta e decise che Destino doveva rinascere. La lavorazione fu affidata agli studios Disney di Parigi, sotto la guida del produttore Baker Bloodworth e del regista Dominique Monfrey. Venticinque animatori si misero al lavoro per decifrare gli schizzi, le tavole, i simboli. Un’impresa quasi alchemica, che univa animazione tradizionale e computer grafica per dare nuova vita a un sogno rimasto in sospeso per oltre cinquant’anni.

Il risultato? Un cortometraggio struggente, poetico, ipnotico. Una storia d’amore tra Crono, il dio del tempo, e una giovane ballerina mortale. Due anime che si cercano tra spazi desertici e allucinati, popolati da torri falliche e fontane uterine, da orologi liquidi e figure mutevoli. Una danza sinuosa e sensuale che culmina nella rottura della statua di Crono, finalmente libero per un attimo. Ma come in ogni favola dal sapore agrodolce, anche questo momento è destinato a svanire: il tempo torna al suo trono, la ballerina si dissolve. Eppure, nel suo sguardo sereno, c’è la consapevolezza di aver vissuto fino in fondo il proprio Destino.

La colonna sonora originale, firmata da Armando Dominguez, accompagna con delicatezza la narrazione visiva. Ma nel tempo sono nate anche reinterpretazioni alternative: una su tutte quella celebre in cui le immagini di Destino sono accostate al brano Time dei Pink Floyd, in un connubio che rende il tutto ancora più lisergico.

La distribuzione ufficiale avvenne nel 2003, al Festival internazionale del film d’animazione di Annecy, dove il corto fu accolto da applausi scroscianti e ottenne importanti riconoscimenti. Da allora è stato esposto nei musei più prestigiosi del mondo – dal Philadelphia Museum of Art al Centre Pompidou di Parigi, dal Museo Reina Sofía di Madrid al Design Museum di Londra – diventando simbolo della commistione perfetta tra arte alta e cultura pop.

Ma la storia di Destino non si esaurisce nel suo prodotto finale. Dietro a quelle sei minuti di pura poesia si cela una vicenda umana incredibile. Dalí e Disney non erano semplicemente due nomi famosi: erano due uomini animati da una visione. E quella visione sopravvisse al tempo, alle crisi, persino alla morte. Quando nel 2003 il cortometraggio venne finalmente completato, sembrò che il tempo stesso si fosse piegato alla volontà di due sognatori instancabili.

Come disse una volta Walt Disney, “La tempesta è il prezzo dell’arcobaleno.” E Destino è esattamente questo: l’arcobaleno nato da una lunga tempesta creativa, da un’idea troppo grande per essere dimenticata, troppo potente per restare incompiuta.

Alla fine, tutto torna. I disegni volano via nel vento, Topolino guarda Walt e chiede se sia davvero finita. Ma la risposta non lascia spazio a dubbi: “Non può finire così… se è Destino.”

E voi, cari lettori di CorriereNerd.it, conoscevate questa storia affascinante? Avete mai visto il cortometraggio Destino o l’avete scoperto solo ora? Raccontateci nei commenti le vostre impressioni, condividete questo articolo con i vostri amici più cinefili e artisti e fatevi trasportare anche voi nel labirinto del tempo. Perché l’arte, quando è vera, non ha età. E soprattutto, non ha fine.


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