Salve, benvenuti, o bentornati su questi lidi.
Per chi ha prestato attenzione, avrà notato che molti dei miei articoli, circa metà,trattano di opere ‘vecchie’ o poco conosciute. Per questo, qualcuno potrebbe tacciarmi di essere ‘un nostalgico’, ma vediamo di fare chiarezza: sì, è vero, ho trattato opere di nicchia che hanno qualche decade sulle spalle, e che spesso sono uscite prima che io nascessi. Ma non fraintendetemi, se l’ho fatto e perché nutrivo un interesse storico-archeologico verso quelle opere, e mi faceva piacere farle conoscere.
E poi, stiamo tralasciando il fatto che il mio interesse si estende anche ad opere recenti, che ho trattato nell’altra metà degli articoli. Perché vi sto rifilando questo mia autoanalisi? Perché, per come lo intendo io, ‘un nostalgico’ è sì una persona interessata al passato, come me, ma per cui questo ha più valore o importanza del presente, come sosteneva Pasolini. E non so voi, ma io trovo questo modo di pensare… alquanto soffocante, ai limiti del tossico, perché il presente non è privo di potenzialità artistiche, parafrasando invece Umberto Eco (si è capito che sono uno studente di lettere?).
Ed è proprio in virtù di ciò, e di questa nostalgia che diventa tossica, che oggi vi propongo una riflessione sul manga di 20th Century Boys.
Questo perché, nel nostro paese, la discussione su Naoki Urasawa e le sue opere tende ad essere colorata dalle opinioni di un certo influencer tosco-livornese, ma senza andare poi ad approfondire, limitandosi semplicemente ad un’invito alla lettura.
Quello che invece nessuno mai dice è che l’incipit della serie, ovvero ‘un gruppo di amici d’infanzia si riunisce per affrontare una setta religiosa/organizzazione criminale, che vuole dominare il mondo mettendo in atto il piano che loro avevano ideato da bambini’ diventa poi inesatto. Perché sì,funziona quando siamo nella prima parte, tra la fine degli anni’90 e l’inizio dei 2000, coincidendo con l’effettiva serializzazione; ma arrivati all’inizio del terzo volume (il mio riferimento è la ultimate deluxe edition che potete ammirare in calce) la storia, oltre ad avere una narrazione non lineare, diventa anche un racconto generazionale e, almeno per me, è qui che inizia ad ingranare.
Ma, come devo continuare a ricordarmi, non siamo qui per discutere la storia nella sua interezza (anche perché ci sarebbe molto di cui parlare) ma di un suo aspetto specifico che ho notato nella mia prima lettura, appunto quest’idea di nostalgia tossica. E questa tossicità inizia in maniera sibillina, con i nostri eroi che notano come il loro quartiere sia cambiato, perché il periodo per cui viene provata nostalgia è quello di fine anni ’60- inizio ’70, che coincide grossomodo anche con la serializzazione di Rocky Joe; (e benché vengano più volte citate Shonen Magazine e Shonen Sunday, Jump, e Shueisha tutta, vengono ignorate) ma in questa rilettura ho notato anche che la nostalgia si lega a doppio filo al concetto di amicizia, e che tende ad essere di due tipi: positiva e negativa.
Nella prima casistica, ascrivibile ai buoni, la nostalgia è ricordo, dei confusi momenti dell’infanzia e di coloro che non ci sono più, e fa da forza trainante, spronando ad andare avanti. In particolare, ne sono un ottimo esempio le figure femminili della serie: Yukiji è una madre apprensiva che pensa a sopravvivere e a cosa verrà dopo; Kiriko cerca di rimediare all’errore commesso; mentre Kanna si aggrappa al ricordo dello ‘zio Kenji’, tanto da elevarlo a martire (e forse a quel punto la storia funzionava meglio se era davvero morto), ed è grazie a lei se si riaccende il fuoco della rivolta.
Nella seconda casistica, invece, la nostalgia è usata come strumento di sottomissione e di dominio, servendosi di bugie per distorcere la realtà e conquistare consensi; e questo perché l’ideologia dell’Amico nasce da un grave bisogno di attenzioni, che matura poi in un sentimento di vendetta e misantropia.
Tuttavia, a ribadire la netta distinzione fra le due, vi è il fatto che dei punti d’incontro fra generazioni sono possibili.
Ed esempio di ciò e il personaggio della povera Kyoko Koizumi, che, avendo fatto tardi a lezione, perché era andata ad un concerto del suo gruppo preferito, sceglie a caso un argomento per la sua ricerca di storia, finendo sì invischiata in qualcosa di più grande di lei, ma sviluppando anche un rapporto nonno-nipote con Yoshitsune, e soprattutto innescando il motivo per cui state leggendo questo sproloquio fin troppo lungo.
Già, perché tutto e partito dai capitoli nella ‘casa-museo dell’Amico’, a fine volume 5/inizio volume 6, per un totale di circa 14 capitoli, e che si concentrano sulla figura di Kiyoshi Sada, detto Sadakiyo; ovvero colui che l’Amico ha trasformato, sostanzialmente, in una sua controfigura, tramite un rapporto di sottomissione mascherato da amicizia, e rendendolo, citando le sue stesse parole, “un essere inesistente”. Ma, proprio grazie all’incontro con Koizumi, questa controfigura deciderà di tornare a pensare con la propria testa, diventando il primo a farlo, ma non l’ultimo, perché piano piano, con il progredire della storia, gran parte dei seguaci dell’amico decidono di tradirlo, dimostrando così la fragilità del loro legame.
Ma potrei citare anche la dinamica fra occho/shogun e kakuta, in cui il citare ‘la grande fuga’, nel momento dell’evasione, e fatto per darsi coraggio, e non per imporre la propria forza, come invece viene fatto dall’Amico nel discorso sul decidere la forma del ‘robot’.
Infine, un altro tema cruciale che voglio evidenziare e quello della memoria, perché questa è fondamentale per riuscire a prevedere e fermare i piani dell’Amico, ma si tratta di ricordare eventi avvenuti decenni prima. Va da se che ai nostri protagonisti viene richiesto un grande sforzo nel ripensare a quei fatti, perché questo aver dimenticato, col necessario dover ricordare, caratterizza la prima parte, e si collega anche ai soprannomi.
Un soprannome può essere tossico? Bè, considerato che il non ricordarsi il suo nome permette al primo amico (non svelerò chi è, ma il fatto che c’è ne sia un secondo crea solo problemi) di fregare il gruppo della base segreta direi di sì.
Quindi, in conclusione, qual è la morale di questa storia?
Per come la vedo io, il provare nostalgia di per sé non e sbagliato, il problema arriva quando, invece di usarla come benzina per riuscire ad edificare qualcosa, diventa una cappa opprimente, che ti incatena ad essa e t’impedisce di andare avanti, o di guardare al futuro.
E voi cosa ne pensate?
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