Sessantacinque anni sulle spalle di un personaggio a fumetti non sono soltanto un anniversario, sono una specie di prova del fuoco superata albo dopo albo, generazione dopo generazione, edicola dopo edicola, lettore dopo lettore. Zagor arriva al 2026 con quella forza rara dei miti popolari che non hanno bisogno di essere lucidati troppo per continuare a parlare. Basta una maglia rossa, il simbolo dell’Uccello del Tuono sul petto, una scure alzata tra gli alberi di Darkwood e quella posa impossibile, metà eroe western e metà creatura leggendaria, per far scattare qualcosa nella memoria collettiva del fumetto italiano. Giugno, per chi ama davvero la storia della nona arte nostrana, non può che avere il sapore di Darkwood: lo Spirito con la Scure debuttava infatti nel giugno 1961 in formato striscia, nato dalla fantasia narrativa di Guido Nolitta, pseudonimo di Sergio Bonelli, e dalla matita di Gallieno Ferri, destinata a imprimere nel nostro immaginario una delle silhouette più riconoscibili di sempre. Soltanto qualche anno più tardi, nell’estate del 1965, Zagor sarebbe entrato in quella dimensione editoriale che molti lettori avrebbero poi identificato con il classico formato Bonelli, sulle pagine della Collana Zenith, ma il richiamo era già partito, e non si sarebbe più spento.
Per chi è cresciuto tra fumetti lasciati sul tavolo della cucina, cartoni animati registrati male, sale giochi rumorose, primi forum pieni di avatar sgranati e discussioni infinite su chi fosse più forte tra questo o quell’eroe, Zagor occupa un posto particolare. Non è semplicemente “un personaggio vecchio”, come direbbe qualcuno con troppa fretta e poca memoria. È uno di quei pilastri che stavano lì prima che noi arrivassimo, e che continuiamo a ritrovare anche dopo aver attraversato manga, comics americani, graphic novel d’autore, serie TV in streaming, videogiochi narrativi e universi condivisi costruiti con precisione industriale. Zagor appartiene a una stagione del fumetto popolare italiano in cui l’avventura non aveva bisogno di spiegarsi con troppe categorie, perché sapeva già essere tutto insieme: western, horror, fantasy, fantascienza, mistero, commedia, racconto morale, viaggio esotico, favola nera e scontro tra civiltà. Detta così sembra una follia da pitch contemporaneo, uno di quei progetti che oggi verrebbero confezionati con mille slide e altrettante parole inglesi. In realtà era semplicemente Zagor, e funzionava perché alla base non c’era il calcolo, ma una fame genuina di racconto.
Patrick Wilding, prima di diventare Za-Gor-Te-Nay, non nasce come icona già pronta. Nasce da una ferita. Figlio di un ufficiale militare ritiratosi a vivere da pioniere nei boschi del Nord-Est americano, assiste alla morte dei genitori per mano di una banda di Abenaki guidata da Salomon Kinsky. È un’origine dura, quasi brutale nella sua semplicità archetipica, ma la grandezza della mitologia zagoriana sta nel non fermarsi al trauma come giustificazione comoda. Il giovane Patrick viene raccolto e cresciuto da Wandering Fitzy, filosofo vagabondo, figura laterale e preziosissima, uno di quei maestri imperfetti che nei fumetti d’avventura contano più di qualunque accademia. Fitzy gli insegna a sopravvivere, a muoversi, a combattere, ma soprattutto lo accompagna lungo un percorso che inizialmente sembra dominato dalla vendetta. Patrick vuole colpire chi gli ha distrutto la vita, vuole dare un volto al proprio dolore e chiudere i conti. Poi arriva la scoperta che cambia tutto: suo padre non era innocente come lui credeva, perché aveva avuto un ruolo nel massacro di indiani. La vendetta, una volta compiuta, non libera davvero. Anzi, apre una voragine. Da lì nasce Zagor.
Questa è una delle ragioni per cui il personaggio, a sessantacinque anni dalla sua nascita editoriale, resta ancora sorprendentemente moderno. Zagor non è un eroe puro perché lo proclama una didascalia, non è un giustiziere infallibile generato da un destino limpido. È un uomo che ha conosciuto l’errore, il lutto, l’inganno della prospettiva unica. Prima ancora di diventare leggenda, capisce che il bene e il male non si lasciano dividere con un colpo secco di scure. Per un fumetto nato nel 1961, dentro un’Italia molto diversa da quella di oggi, questa intuizione ha qualcosa di potente. Patrick Wilding sceglie di trasformarsi in Zagor non per cancellare il proprio passato, ma per rispondere a esso. Diventa lo Spirito con la Scure perché comprende che la violenza della frontiera non può essere governata soltanto da altra violenza, e che per difendere i deboli bisogna prima smettere di guardare il mondo con gli occhi accecati dal rancore.
Darkwood, in tutto questo, non è un semplice scenario. Sarebbe troppo poco, quasi offensivo. Darkwood è una geografia emotiva, una foresta mitica dove l’America immaginata dal fumetto italiano si mescola con i fantasmi del western classico, dei romanzi d’avventura, dei film pomeridiani, delle leggende native, dei racconti ascoltati da bambini e delle paure che ogni generazione proietta nel buio tra gli alberi. La capanna di Zagor, nascosta su un isolotto circondato da sabbie mobili, è una base segreta prima ancora che il nostro lessico nerd imparasse ad abusare di certe formule. È il rifugio dell’eroe, ma anche il punto da cui parte un’idea precisa di equilibrio. Da lì Zagor si muove tra tribù native, soldati, trapper, cercatori d’oro, banditi, mercanti, scienziati folli, avventurieri e creature che sembrano provenire da altri generi narrativi. Darkwood contiene tutto perché è, prima di ogni altra cosa, uno spazio di immaginazione totale.
Il costume di Zagor è una lezione di immediatezza visiva. Gallieno Ferri gli regala un’immagine che non invecchia perché non nasce dalla moda. La maglia rossa, il simbolo sul petto, i pantaloni scuri, gli stivaletti con le frange, la scure di pietra: elementi semplici, quasi primitivi, ma combinati con un istinto grafico micidiale. Zagor si riconosce anche da lontano, anche in silhouette, anche in una copertina vista distrattamente. Ferri non disegna soltanto un protagonista atletico e carismatico; costruisce un’icona. Le sue copertine hanno educato lo sguardo di generazioni di lettori, con quella capacità di promettere avventura in una singola immagine, mettendo Zagor davanti a mostri, guerrieri, misteri, tempeste, rovine, volti deformati dalla paura o dalla follia. Prima ancora di aprire l’albo, sapevi che da qualche parte, tra quelle pagine, ti aspettava un viaggio.
Il nome Za-Gor-Te-Nay, tradotto come “Lo Spirito con la Scure”, porta con sé un suono che sembra inventato apposta per rimanere inciso. Ha una forza fonetica quasi rituale, e allo stesso tempo quella meravigliosa artigianalità del fumetto popolare, dove una buona intuizione deve essere efficace subito, senza troppe spiegazioni. Zagor non è soltanto un nome: è un grido, un richiamo, una promessa. Funziona sulla copertina, nella didascalia, nella bocca dei personaggi che lo temono o lo invocano. La “Z” iniziale sembra già un segno grafico, un lampo, una fenditura nella pagina. Forse anche per questo il personaggio è entrato così profondamente nell’immaginario: perché tutto, in lui, è costruito per essere ricordato, ma senza perdere quella ruvidità da mito nato tra redazione, tavolo da disegno e istinto narrativo.
Accanto a Zagor, naturalmente, c’è Cico. E qui bisogna fermarsi un momento, perché Cico non è una semplice spalla comica da liquidare con due righe affettuose. Cico è parte integrante del miracolo zagoriano. Piccolo, grassottello, affamato, fifone, spaccone quando non dovrebbe, disastroso con una naturalezza quasi poetica, Cico porta dentro la serie una quantità enorme di umanità. Dove Zagor tende verso la leggenda, Cico cade, scappa, borbotta, mente male, si lascia sedurre da un pasto gratis, si infila nei guai, poi ogni tanto sorprende tutti con una risorsa inattesa. Il suo rapporto con Zagor è una delle grandi coppie del fumetto italiano, perché funziona su una dinamica perfetta: l’eroe e l’uomo comune, il mito e la pancia, la missione e la sopravvivenza quotidiana, il coraggio e la paura che tutti conosciamo benissimo. Senza Cico, Zagor rischierebbe di diventare troppo solenne. Con Cico, invece, respira. Ride. Si sporca. Diventa più nostro.
La serie ha sempre avuto una qualità che oggi, nel linguaggio contemporaneo, definiremmo ibrida, ma che in realtà appartiene al DNA più sano del fumetto d’avventura. Zagor può affrontare banditi e trafficanti, poi trovarsi davanti a Hellingen, incarnazione dello scienziato folle e della minaccia tecnologica fuori controllo. Può scontrarsi con vampiri, streghe, lupi mannari, druidi, thugs, creature aliene, vichinghi, misteri archeologici, popoli lontani, sette oscure e criminali senza scrupoli. Sembra troppo, e invece nella grammatica di Zagor tutto trova posto. La foresta di Darkwood diventa un magnete narrativo capace di attirare suggestioni diversissime, e la cosa più sorprendente è che l’identità della serie non si spezza. Anzi, si rafforza. Perché al centro rimane sempre lui, lo Spirito con la Scure, con il suo equilibrio difficile tra forza fisica, teatralità mitica e senso profondo della giustizia.
Da lettori abituati a parlare di continuity, multiversi, reboot e canoni ufficiali, dovremmo riconoscere a Zagor una libertà che molti universi moderni si sognano. Il fumetto italiano, attraverso questo personaggio, ha sperimentato un modo di fare serialità popolare che non aveva paura di cambiare tono, di contaminare generi, di passare dal comico al tragico, dal western classico al fantastico più spinto, dall’episodio di frontiera alla minaccia quasi cosmica. E lo ha fatto mantenendo un contatto diretto con il pubblico. Zagor non nasce per essere decifrato da un’élite; nasce per essere letto, amato, discusso, prestato, collezionato, recuperato. È un fumetto popolare nel senso più alto del termine, cioè un racconto capace di attraversare classi, età, abitudini e stagioni della vita.
Anche il rapporto con la Storia è parte del suo fascino. Le avventure di Zagor si muovono in un Ottocento americano spesso riconoscibile, tra echi delle guerre Seminole, tensioni legate alla presidenza di Andrew Jackson, incontri con figure realmente esistite e riferimenti che permettono di collocare idealmente molte vicende tra la fine degli anni Venti e l’inizio degli anni Quaranta del XIX secolo. Poi, certo, arrivano gli anacronismi, le libertà narrative, le armi fuori tempo, le invenzioni spettacolari. Ma il punto non è fare le pulci alla precisione storica come se stessimo correggendo una tesi universitaria. Zagor usa la Storia come materia viva, la piega all’avventura, la attraversa con lo sguardo di un fumetto che vuole emozionare prima ancora che ricostruire. E proprio in questo scarto, in questa libertà a volte spericolata, sta una parte del suo fascino.
Sergio Bonelli, attraverso Guido Nolitta, riesce a dare a Zagor una voce particolare, diversa da quella di altri eroi bonelliani. Non è l’ironia malinconica di Dylan Dog, non è la solidità quasi mitologica di Tex, non è l’inquietudine moderna di Nathan Never. Zagor sta in una zona tutta sua, più istintiva e favolosa, ma non per questo meno profonda. È un eroe che spesso deve recitare il ruolo dello spirito per ottenere rispetto, soprattutto presso le tribù native, e questa dimensione teatrale è interessantissima. Zagor costruisce il proprio mito consapevolmente, ma lo fa per un fine pacificatore. Usa la paura, l’apparizione, l’acrobazia, il grido, la leggenda, però non per imporsi come tiranno. Li usa per fermare guerre, proteggere innocenti, ristabilire un equilibrio fragile. In un’epoca in cui tante figure eroiche vengono decostruite fino a perdere qualsiasi slancio, Zagor resta affascinante perché è già complesso senza bisogno di diventare cinico.
Sessantacinque anni di Zagor significano anche sessantacinque anni di lettori. Questa è forse la parte più bella da raccontare. Un personaggio così longevo non vive solo sulle tavole, ma nel modo in cui le persone lo portano con sé. Chi lo ha scoperto da bambino magari lo ha ritrovato adulto, con uno sguardo diverso. Chi lo ha ereditato da un genitore lo ha letto prima come passatempo e poi come frammento di famiglia. Chi è arrivato tardi, dopo aver divorato manga e serie americane, può rimanere sorpreso dalla sua energia narrativa, da quel modo diretto, generoso, a volte ingenuo e proprio per questo sincero di mettere in scena l’avventura. Zagor è uno di quei fumetti che possono sembrare lontani fino al momento in cui li apri. Poi ti accorgi che il ritmo della pagina, il bianco e nero, le espressioni, le corse nella foresta, i dialoghi accesi, l’odore di pericolo e mistero parlano ancora una lingua comprensibile.
Il fumetto italiano deve molto a personaggi come Zagor perché attraverso di loro ha costruito una relazione quotidiana con il pubblico. Non il grande evento annuale, non l’uscita da tappeto rosso, non la saga annunciata con mesi di anticipo come un blockbuster planetario, ma una fedeltà più concreta, più domestica. L’albo che arriva, la copertina che chiama, la storia che continua, l’eroe che torna. Questa ripetizione non è povertà creativa, è rito. E i riti, nella cultura pop, contano tantissimo. Chi lo sa, lo sa. Il lettore di fumetti seriali conosce quella strana consolazione di ritrovare un personaggio e insieme scoprire una nuova minaccia, un nuovo viaggio, un nuovo volto. Zagor è rimasto dentro questo patto per decenni, rinnovandolo senza tradire il nucleo originario.
Oggi, mentre il linguaggio nerd è diventato mainstream e tutto sembra dover passare attraverso l’adattamento, la piattaforma, il trailer, la reaction e il dibattito social, Zagor conserva una qualità quasi resistente: è fumetto prima di tutto. Tavola, vignetta, ritmo, segno, dialogo, copertina, serialità. Non ha bisogno di essere giustificato da un altro medium per esistere. Certo, il personaggio ha avuto e continua ad avere un valore pop che va oltre la pagina, tra omaggi, citazioni e affetto trasversale, ma la sua casa resta lì, nel fumetto. E questa cosa, nel 2026, ha un peso. Perché celebrare Zagor che compie 65 anni significa anche ricordare che il fumetto non è soltanto serbatoio di idee per il cinema o per le serie TV. È un linguaggio pieno, autonomo, capace di generare mondi con una potenza che nessun budget può sostituire.
Zagor parla ancora perché porta in sé una tensione che non smette di riguardarci. Da una parte il desiderio di giustizia, dall’altra la consapevolezza che la giustizia non è mai facile. Da una parte la forza del mito, dall’altra la fragilità dell’uomo che lo indossa. Da una parte l’avventura libera, colorata, esagerata, dall’altra un dolore originario che non viene mai completamente cancellato. Patrick Wilding diventa Zagor per trasformare una ferita privata in una missione collettiva, e forse è proprio questo passaggio a renderlo così duraturo. Non si limita a vendicare i propri morti. Decide di impedire, per quanto possibile, che altri innocenti vengano travolti dalla stessa spirale di odio.
La sua attualità sta anche lì, nella scelta di difendere i deboli senza fermarsi all’appartenenza, al colore della pelle, alla bandiera, alla tribù. Zagor nasce in un contesto narrativo legato alla frontiera americana, con tutte le stratificazioni e le contraddizioni del caso, ma il suo impulso morale resta limpido: mettersi tra l’oppressore e l’oppresso. Per un personaggio nato nel fumetto popolare degli anni Sessanta, non è poco. Anzi, è uno dei motivi per cui oggi può essere riletto con interesse, non come reperto immobile ma come figura capace di aprire conversazioni. Naturalmente ogni mito va guardato anche attraverso il tempo che lo ha prodotto, con le sue ingenuità e i suoi limiti, ma liquidarlo sarebbe un errore pigro. Zagor merita di essere discusso, non archiviato.
La parola nostalgia, con lui, va maneggiata con attenzione. Perché è facile cadere nella trappola del “si stava meglio”, della posa da veterano che guarda i lettori giovani dall’alto di pile di albi ingiallite. Ma Zagor non chiede questo. Non chiede di essere difeso come un oggetto fragile. Chiede di essere letto. Riletto. Rimesso in circolo. Raccontato a chi non lo conosce senza trasformarlo in compito per casa. La nostalgia può essere una porta, certo, ma non deve diventare un cancello chiuso. Se un ragazzo o una ragazza oggi si avvicina a Zagor dopo anni di anime, videogiochi e supereroi cinematografici, non ha bisogno di sentirsi dire che arriva tardi. Arriva adesso, ed è l’unico momento che conta.
A me piace pensare a Zagor come a uno di quei personaggi che continuano a camminare nella foresta anche quando non li stiamo guardando. Ogni tanto il fumetto italiano sembra dimenticarsi quanto siano forti le proprie radici popolari, quasi intimidito da modelli esterni più rumorosi, più industriali, più presenti nell’immaginario globale. Poi torna Zagor, con la sua scure, il suo grido, Cico che gli corre dietro combinando guai, Darkwood che si apre tra paludi e sentieri, e ti ricorda che abbiamo avuto anche noi eroi capaci di costruire mitologie immense con carta, inchiostro e mestiere. Non copie minori di qualcun altro, ma creature nostre, nate da un modo italiano di sognare l’avventura, di reinventare l’America, di trasformare il western in una favola morale piena di mostri, risate e malinconia.
Sessantacinque anni non rendono Zagor più distante. Semmai lo rendono più interessante. Perché un personaggio che attraversa così tanto tempo cambia insieme ai suoi lettori, anche quando resta fedele alla propria immagine. Oggi possiamo guardarlo con gli occhi del bambino che cercava l’azione, dell’adolescente che amava i mostri e le copertine minacciose, dell’adulto che coglie le zone d’ombra, del nerd contemporaneo che riconosce nella contaminazione dei generi una forma precoce di modernità. Tutte queste letture convivono. Ed è questa, forse, la vera misura di un’icona.
Zagor compie 65 anni e Darkwood non sembra affatto una foresta lontana. Somiglia piuttosto a uno di quei luoghi dell’immaginario dove torniamo quando abbiamo bisogno di ricordare perché ci siamo innamorati dei fumetti: per l’avventura, certo, per i mostri, per i colpi di scena, per gli amici improbabili e i nemici memorabili, ma anche per quella sensazione più profonda che una storia, se raccontata con passione, possa accompagnarti attraverso le età della vita senza perdere del tutto il suo incanto. Lo Spirito con la Scure è ancora lì, tra gli alberi, con la sua leggenda addosso e una domanda aperta per chiunque abbia voglia di seguirlo ancora: qual è il vostro Zagor, quello che vi è rimasto dentro davvero, quello che vi ha fatto capire che Darkwood non era solo una foresta disegnata ma un pezzo di immaginario condiviso? Raccontatecelo sui social di CorriereNerd.it, perché certe avventure continuano proprio quando qualcuno decide di parlarne con altri lettori.
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Questo articolo sembra scritto da un IA rincoglionita, ma lo avete mai letto un albo di Zagor?
Grazie dell’appunto: ci ha spronato a redigere un articolo (spero) migliore approfondendo meglio il personaggio Bonelli. Se vuole siamo a sua disposizione per ulteriori integrazioni