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Coccola il prossimo tuo come coccoleresti te stesso

Non ricordo il primo abbraccio che mi ha cambiato la giornata, ma ricordo perfettamente la sensazione. Quella specie di click interno, impercettibile eppure chiarissimo, come quando in un anime il personaggio smette di tremare e trova finalmente il suo equilibrio. Le coccole funzionano così. Non fanno rumore, non chiedono permesso, non promettono miracoli. Eppure spostano qualcosa. Dentro.

Nel mondo nerd abbiamo sempre avuto un rapporto strano con il contatto fisico. Cresciuti a colpi di mecha giganteschi, alieni malinconici e eroi solitari che salvano il pianeta senza mai chiedere un abbraccio, ci siamo abituati all’idea che la forza sia autonomia, che il controllo sia freddezza, che il sentimento vero si mostri solo nei momenti estremi. Poi però basta una mano sulla spalla, un corpo che si avvicina senza invadere, e crolla tutto. Anche l’armatura più lucida.

Negli ultimi anni la scienza ha smesso di girarci intorno e ha iniziato a dare numeri precisi a questa sensazione antica. L’ossitocina, quella molecola che i manuali chiamano ormone dell’amore ma che io preferisco pensare come un interruttore emotivo, aumenta in modo significativo durante il contatto fisico prolungato. Studi clinici condotti da centri come Humanitas Medical Care parlano di cali misurabili del cortisolo, riduzioni della pressione arteriosa e una frequenza cardiaca più regolare già dopo pochi minuti di contatto affettuoso. Non parliamo di poesia new age, ma di parametri vitali che cambiano davvero.

E mentre il corpo rallenta, la testa smette di urlare. L’amigdala, quella parte del cervello sempre pronta a gridare “pericolo!”, abbassa il volume. La corteccia prefrontale, quella che ci permette di capire gli altri, di non reagire a caso, di scegliere, prende il controllo. È come passare dalla modalità sopravvivenza alla modalità connessione. Un po’ come quando in un videogioco smetti di grindare e inizi finalmente a esplorare il mondo.

La cosa che mi colpisce ogni volta è quanto questo bisogno sia trasversale. Non riguarda solo chi si sente solo, fragile o in difficoltà. Riguarda tutti. Bambini, adulti, coppie stanche, persone che funzionano benissimo ma si sentono improvvisamente svuotate. Nei neonati il contatto fisico influenza lo sviluppo neurologico, migliora la risposta allo stress e persino la crescita. Nei reparti di terapia intensiva neonatale il contatto pelle a pelle ha mostrato miglioramenti nei parametri vitali dei prematuri. Dati, non suggestioni.

Negli adulti succede qualcosa di meno evidente ma altrettanto potente. Le coccole non risolvono i conflitti, non cancellano i problemi, non sistemano le bollette o le chat lasciate in sospeso. Però creano lo spazio emotivo in cui quei problemi diventano affrontabili. È una differenza sottile, ma decisiva. Senza contatto ci irrigidiamo. Con il contatto, anche solo per pochi minuti, torniamo abitabili.

Durante la pandemia qualcuno ha avuto il coraggio di dirlo ad alta voce. In Belgio è stata riconosciuta ufficialmente la figura del “knuffelcontact”, il compagno di coccole. Una scelta che ha fatto discutere, certo, ma che partiva da un dato semplice: l’isolamento prolungato stava facendo più danni della distanza fisica stessa. Consentire a una persona di avere un contatto umano stabile, regolato e consapevole, è stato un modo per proteggere la salute mentale tanto quanto quella fisica. Politica, sì. Ma anche una presa d’atto profondamente umana.

Altrove la risposta è arrivata in modo diverso. In Inghilterra le cuddle party sono diventate un fenomeno organizzato, regolato, basato sul consenso e sul rispetto dei confini. Eventi in cui le persone si incontrano non per sedurre, non per performare, ma per stare. E basta. In Italia l’idea ha preso una forma ancora più esplicita con spazi dedicati alle coccole professionali, luoghi dove il contatto è trattato come una pratica di benessere, con regole chiare, formazione specifica e attenzione maniacale alla sicurezza. A Roma, “La Coccoleria” ha fatto parlare di sé proprio perché ha messo al centro una verità scomoda: la solitudine non è una debolezza, è una condizione diffusa.

Lo so, a dirlo così sembra strano. Quasi imbarazzante. E infatti molti storcono il naso. Ma poi guardi i numeri. Aumenti di endorfine, miglioramento dell’umore, riduzione dell’ansia, rafforzamento delle difese immunitarie. Tutto questo senza pillole, senza app, senza notifiche. Solo pelle, presenza, ascolto silenzioso.

Nelle relazioni adulte le coccole diventano una lingua segreta. Non servono a convincere, non servono a spiegare, non servono nemmeno a rassicurare in modo esplicito. Servono a dire “sono qui” senza pronunciare una parola. E spesso funzionano meglio di qualsiasi discorso. L’ossitocina favorisce fiducia, cooperazione, empatia. Riduce la reattività emotiva, attenua gelosia e chiusure difensive. Non perché cancella le emozioni negative, ma perché le rende meno minacciose.

Mi capita spesso di pensare a quante storie, nei fumetti e nelle serie che amiamo, sarebbero finite diversamente se qualcuno avesse fatto un passo avanti invece di voltarsi. Se un eroe avesse accettato un abbraccio invece di isolarsi. Forse non avremmo avuto archi narrativi così drammatici, ma avremmo avuto personaggi più vivi. Più veri.

Le coccole non sono una soluzione universale. Non lo sono mai state. Ma sono una risorsa primaria, dimenticata, sottovalutata. Un gesto semplice che il corpo riconosce prima ancora che la mente lo analizzi. Un linguaggio antico che non ha bisogno di traduzioni.

E forse la domanda non è se ne abbiamo bisogno. Forse la domanda è quando abbiamo deciso di farne a meno. E cosa succederebbe, domani, se ricominciassimo a concedercele senza giustificarle troppo.


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