Cinquanta anni. Mezzo secolo. Non sembra vero, eppure è passato così tanto tempo da quando Robin Hood, il ventunesimo Classico Disney, faceva capolino per la prima volta sui grandi schermi, portando con sé un’ondata di freschezza, ironia e dolce anarchia nel panorama dell’animazione mondiale. Per me, nerd appassionato di film Disney fin da quando ero bambino, Robin Hood non è solo un cartone: è un pezzo di cuore, un amico d’infanzia che continua a sorridermi ogni volta che lo rivedo, con quello sguardo malandrino e l’arco sempre teso, pronto a lanciare una freccia contro le ingiustizie del mondo.
La genesi di questo film è tanto intricata quanto affascinante. Dietro le quinte si cela una storia che affonda le radici nel lontano 1937, quando Walt Disney, galvanizzato dal successo planetario di Biancaneve e i Sette Nani, cominciò a pensare a nuove storie da portare sullo schermo. Tra le idee che gli frullavano in testa c’era anche quella di Renart la Volpe, figura iconica della letteratura medievale francese, astuta e irriverente. Ma Walt, perfezionista com’era, non trovava la quadra: il rischio era che Renart risultasse troppo cinico per il pubblico dell’epoca, e così il progetto venne riposto in un cassetto.
Bisognerà aspettare gli anni Sessanta perché quell’antica scintilla torni ad accendersi, grazie a Ken Anderson, uno degli storici animatori Disney. Anderson ebbe l’intuizione geniale: perché non fondere la leggenda di Robin Hood con la figura di Renart, trasformando il fuorilegge di Sherwood in una volpe scattante, carismatica e irresistibile? L’idea piacque, e non poco. C’era solo un piccolo-grande dettaglio: Walt Disney non c’era più. Era morto nel 1966, lasciando la sua squadra orfana di quel leader visionario che per decenni aveva guidato ogni progetto con mano ferma e cuore appassionato. Robin Hood fu così il primo Classico Disney realizzato senza la supervisione diretta del Maestro, un film che, in un certo senso, segnava la fine di un’era e l’inizio di un nuovo capitolo.
E che capitolo! Nonostante i tagli di budget, le ristrettezze economiche e le famigerate sequenze “riciclate” da pellicole precedenti come Il Libro della Giungla e Gli Aristogatti — sì, se guardate bene, noterete movimenti, danze e perfino intere scene animate ripescate di peso — Robin Hood sprizza vitalità da ogni poro. È un film che funziona non perché è tecnicamente perfetto, ma perché ha anima. Una di quelle anime che ti fanno sorridere anche a distanza di decenni, come il fruscio caldo di un vinile suonato in salotto, che può avere qualche graffio ma suona meglio di qualsiasi file digitale.
Fin dall’apertura, quando il gallo menestrello Cantagallo ci accoglie con il suo fischiettio allegro, entriamo in una ballata che sa di fuochi accesi nella foresta, di storie sussurrate attorno a un falò, di risate leggere tra i rami di Sherwood. Robin, con la sua casacca verde e l’arco sempre a portata di mano, è l’eroe ideale: brillante, romantico senza essere melenso, sempre pronto a un gesto di generosità o a una battuta che sdrammatizza anche il momento più cupo. Al suo fianco c’è Little John, un orso bonario che sembra uscito da un raduno hippie, compagno fidato che unisce la saggezza alla forza, pronto a battersi per il popolo contro l’oppressione.
E poi ci sono loro: i bambini. Non solo comprimari, ma vere anime del villaggio, coniglietti, tartarughine e topolini che incarnano la dolcezza e il coraggio dei più piccoli. Ogni volta che li rivedo, penso a quanto la Disney di allora sapesse disegnare i bambini con uno sguardo autentico, senza cadere nello stucchevole o nel lezioso.
Il Principe Giovanni e lo Sceriffo di Nottingham sono, invece, delle chicche di comicità e cattiveria. Il primo, leone senza criniera e con un complesso d’inferiorità gigantesco, succhia il pollice come un bambino viziato e si circonda di cortigiani codardi; il secondo, lupo arrogante e ottuso, è una parodia del potere cieco, quello che esercita la forza solo per riempirsi le tasche. Guardandoli oggi, con un occhio da adulto, non posso fare a meno di cogliere la sottile satira sociale nascosta dietro le loro caricature: quella critica al potere che ride di sé stesso, ma che ti lascia anche un retrogusto amaro.
Una delle scene più struggenti resta, per me, quella sulle note di “Ogni città”, quando Cantagallo canta sotto la pioggia e il villaggio sprofonda nella miseria. È lì che il film smette di essere solo una commedia d’avventura e diventa qualcos’altro: una storia di resistenza, di speranza, di dignità. Ed è proprio grazie a quella malinconia, a quella piega cupa, che il finale può esplodere in tutta la sua gioia liberatoria, con la fuga rocambolesca dal castello e il ritorno del Re Riccardo.
Ma Robin Hood non è solo passato. È anche presente e futuro. Lo dimostra il remake annunciato da Disney nel 2020, un live action previsto per Disney+, che promette di riprendere l’iconico stile degli animali antropomorfi in chiave moderna. Alla regia ci sarà Carlos Lopez Estrada, già regista di Raya e l’Ultimo Drago, mentre la sceneggiatura è firmata da Kari Granlund, nota per il live action di Lilli e il Vagabondo. Sarà interessante vedere come la nuova generazione accoglierà questa versione: se saprà cogliere la leggerezza e la profondità del classico, o se si limiterà a replicare in digitale quello che una volta era disegnato a mano, con tutte le imperfezioni e il fascino artigianale del caso.
Perché, alla fine, Robin Hood del 1973 è questo: un film imperfetto, ma per questo straordinario. Una fiaba senza orpelli, diretta, onesta, che parla ai bambini di allora e a quelli di oggi. Un invito a credere che l’astuzia possa battere la forza bruta, che la risata sia un’arma potente e che, anche nei momenti più bui, ci sia sempre spazio per un po’ di coraggio e di amore.
A cinquant’anni dalla sua uscita, Robin Hood resta un classico da riscoprire, rivedere e, perché no, far conoscere a chi ancora non ha avuto la fortuna di incontrare quella volpe col cappello piumato. Perché certe storie non invecchiano mai. E allora vi invito: rivedetelo, commentatelo, raccontatelo sui social, fate girare questo anniversario come merita. Perché un film che ci ricorda che “rubare ai ricchi per dare ai poveri” può essere un atto d’amore e non solo di rivolta, merita di vivere ancora, ancora e ancora.
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