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X-Men ’97 Stagione 2: Marvel Animation riapre il multiverso mutante e ci ricorda perché gli X-Men fanno ancora così male al cuore

Basta quel tema musicale, quella scarica elettrica che parte dalle prime note e ti attraversa come un colpo di raggio ottico sparato dritto nei ricordi, per ritrovarsi di nuovo lì: seduta sul tappeto davanti alla TV, magari con una merendina dimenticata a metà, gli occhi incollati a Wolverine che entra in scena come se avesse appena litigato con il mondo intero, Tempesta che sembra una dea scesa da un poster fantasy anni Novanta, Ciclope rigido come il capogilda che pretende ordine durante un raid impossibile, Jean Grey già avvolta da quell’aura tragica che ogni fan Marvel impara a riconoscere prima ancora di capirla davvero. X-Men ’97 non è mai stata soltanto una serie animata revival, e la seconda stagione lo conferma con una forza quasi spudorata: Marvel Animation ha preso uno dei simboli più potenti della cultura pop mutante, lo ha rimesso in piedi senza imbalsamarlo nella nostalgia e ora sembra pronta a spingerlo dentro una nuova fase ancora più ambiziosa, più dolorosa, più grande, più vicina a quel casino meraviglioso che sono sempre stati i fumetti degli X-Men.

La seconda stagione di X-Men ’97 arriva su Disney+ con il peso enorme di una prima annata che aveva fatto tremare il fandom, non perché fosse “carina per chi ricordava la serie vecchia”, ma perché aveva dimostrato una cosa che molti di noi ripetevano da anni nei commenti, nei gruppi Facebook, alle fiere, tra una stampa variant e un cosplay di Rogue improvvisato con giacca bomber e ciocca bianca: gli X-Men funzionano davvero quando vengono trattati come personaggi pieni di ferite, ideologia, desiderio, paura e contraddizioni, non come action figure colorate da lanciare contro il villain di turno. La prima stagione aveva già trasformato il ritorno della serie animata cult degli anni Novanta in qualcosa di più profondo, quasi una dichiarazione d’intenti sul futuro dei mutanti Marvel, e i nuovi episodi sembrano voler alzare ulteriormente la posta, pescando a piene mani dalle grandi saghe dei fumetti senza limitarsi a copiarle come una fan art troppo fedele, ma rimescolandole con l’istinto di chi conosce davvero quella mitologia e sa quanto possa diventare devastante se portata sullo schermo con coraggio.

Il punto di partenza è già una promessa di caos temporale, di quelli che negli X-Men non sono mai soltanto un espediente narrativo ma una specie di maledizione genetica della famiglia Summers e dintorni. Dopo gli eventi durissimi del finale precedente, la squadra è spezzata, dispersa, trascinata in epoche diverse come se qualcuno avesse preso la timeline mutante e l’avesse lanciata contro un muro con la stessa delicatezza di Juggernaut. Ciclope, Jean Grey, Wolverine, Tempesta e Morph finiscono in un futuro lontano dove Nathan Summers, ormai Cable, non è più soltanto il figlio perduto, il bambino sacrificato alla logica crudele del destino, ma una presenza concreta, adulta, armata, segnata da tutto ciò che gli è stato tolto. Da fan, questa roba non si guarda con distacco. Si sente nello stomaco, perché la famiglia Summers è sempre stata una telenovela cosmica travestita da saga supereroistica, una di quelle linee narrative in cui amore, clonazione, viaggi nel tempo, infezioni techno-organiche e trauma familiare stanno nello stesso pacchetto come se fosse normale, e X-Men ’97 riesce nella magia più difficile: rendere comprensibile quel groviglio senza sterilizzarlo.

La cosa bellissima è che la serie non sembra avere paura della complessità. Anzi, la abbraccia come farebbe una cosplayer davanti a un costume impossibile di Psylocke o Magik, consapevole che ci saranno notti insonni, colla a caldo, foam tagliato male e crisi esistenziali, ma anche la soddisfazione immensa di vedere finalmente prendere forma qualcosa che si ama da sempre. Gli sceneggiatori non trattano il pubblico come se dovesse essere accompagnato per mano dentro ogni riferimento, e questo per me è uno degli aspetti più preziosi della nuova stagione. Chi conosce Chris Claremont, Louise Simonson, Fabian Nicieza e tutta quella genealogia di drammi mutanti riconosce subito gli echi, le citazioni, le ombre di storie iconiche come L’Era di Apocalisse e I Dodici, ma chi arriva da spettatore nuovo non resta fuori dalla porta, perché la serie lavora sempre sulle emozioni prima ancora che sull’enciclopedia Marvel. La continuity c’è, certo, ed è densa come un forum di teorie dopo un trailer del Comic-Con, ma sotto resta una domanda semplicissima e tremenda: cosa sei disposto a perdere pur di salvare il futuro?

Il secondo episodio cambia passo e lo fa con una sicurezza quasi arrogante, portandoci verso una formazione che profuma fortissimo di X-Force. Cable prende il comando, Jubilee continua il suo percorso di crescita, Sunspot brilla in modo sempre più interessante, Psylocke entra in scena con quella presenza tagliente che ogni fan aspettava, Arcangelo porta addosso tutto il peso della trasformazione e del dolore, e per un attimo sembra di stare davanti a una run a fumetti trasformata in animazione con la libertà visiva di un boss fight da videogioco action. La violenza è più intensa di quanto ci si aspetterebbe da una produzione Disney, ma non è gratuita: serve a far capire che il mondo senza gli X-Men non diventa più semplice, diventa più sporco, più feroce, più facile da manipolare. Jubilee, soprattutto, è una delle sorprese più belle di questo ritorno. Chi la ricordava solo come la ragazzina dei fuochi d’artificio della serie originale deve aggiornare il file mentale, perché qui non è più un accessorio luminoso accanto agli adulti, ma una mutante chiamata a scegliere, sbagliare, crescere, prendersi spazio. È il tipo di evoluzione che ti fa sorridere con orgoglio, come quando rivedi una compagna di party che all’inizio curavi sempre in battaglia e poi un giorno si presenta con build perfetta e ti salva il raid.

X-Factor aggiunge un altro livello al quadro, e l’arrivo di Polaris, Havok, Uomo Multiplo e Strong Guy spalanca una porta che i fan dei fumetti riconoscono subito. L’universo mutante di X-Men ’97 si allarga senza perdere identità, e questa è una differenza enorme rispetto a tante produzioni che confondono espansione con accumulo. Qui ogni nuova presenza sembra ricordarci che i mutanti non sono una squadra, ma un intero ecosistema narrativo, un popolo, una ferita politica, una famiglia frammentata in mille gruppi, ideologie e tentativi disperati di sopravvivenza. Gli Avengers possono riunirsi attorno a una minaccia cosmica e brillare come un poster da blockbuster, ma gli X-Men ti restano addosso perché parlano di appartenenza, persecuzione, identità, corpo, paura dello sguardo altrui, famiglia scelta. Sono supereroi, sì, ma sono anche quella sensazione di entrare in una stanza e capire di essere “troppo” o “diversa” prima ancora che qualcuno apra bocca.

Il terzo episodio rallenta, e si sente, ma non lo considererei un vero passo falso. È più un respiro trattenuto prima di un arco narrativo più grande, una di quelle puntate che al primo giro sembrano meno esplosive e poi, rivedendole a stagione conclusa, diventano il tassello che regge tutto. Xavier, Magneto, Rogue, Bestia e Nightcrawler vengono trascinati addirittura nel 3000 a.C., dove incontrano il giovane En Sabah Nur prima che diventi Apocalypse, e qui la serie cambia registro con un gusto quasi mitologico. Apocalypse non è mai stato soltanto “il cattivo grosso e potentissimo”. Apocalypse è un’idea brutale, la selezione naturale trasformata in religione, la convinzione che la sopravvivenza appartenga solo ai più forti e che la compassione sia una debolezza da estirpare. Vederlo prima della leggenda, prima dell’armatura, prima del nome che fa tremare intere generazioni di mutanti, rende tutto più inquietante, perché gli X-Men migliori sono sempre quelli che ti obbligano a guardare il mostro prima che diventi mostro.

Magneto davanti a En Sabah Nur è una scintilla narrativa di quelle che fanno vibrare il cervello da lettrice Marvel. Erik Lehnsherr ha sempre vissuto sul confine tra vittima, rivoluzionario, profeta e tiranno, e metterlo accanto alla figura destinata a diventare Apocalypse significa creare un cortocircuito filosofico pazzesco. Xavier continua a credere nella possibilità di convivenza, Magneto conosce troppo bene il prezzo dell’ingenuità, Apocalypse porta quella logica fino alla sua estremizzazione più spaventosa. Non è solo una questione di poteri, di pugni, di raggi e metallo piegato come carta stagnola: è uno scontro tra visioni del mondo. Ed è qui che X-Men ’97 fa meglio di tantissimo cinema supereroistico recente, perché non ha bisogno di fingere profondità con monologhi solenni; la profondità è già dentro i personaggi, basta lasciarli parlare, ferirsi, contraddirsi.

Il richiamo a Rama-Tut aggiunge un ulteriore sapore da Marvel cosmica e temporale, quello strato nerd che farà impazzire chi ama smontare le puntate fotogramma per fotogramma, ma la serie evita di diventare prigioniera dell’ossessione per i collegamenti. Non serve trasformare tutto in una caccia al riferimento per godersi X-Men ’97, anche se è impossibile negare quanto sia divertente vedere la community già in modalità investigazione totale, tra ipotesi sui Cavalieri dell’Apocalisse, teorie sulle timeline, speculazioni sul ruolo di Cable e discussioni infinite su quanto la serie stia realmente adattando L’Era di Apocalisse o I Dodici. È il fandom nella sua forma più bella e caotica: gente che urla in caps lock, screenshot zoomati male, thread lunghissimi, commenti nostalgici, nuove generazioni che scoprono saghe vecchie di decenni e fan storici pronti a consigliare albi come se stessero passando una reliquia sacra.

Dal punto di vista visivo, Marvel Animation sembra aver capito perfettamente quale equilibrio serviva. Lo stile conserva quel DNA anni Novanta che ci fa sentire subito a casa, ma la regia, la fluidità delle scene d’azione e la costruzione dei combattimenti appartengono a una sensibilità molto più moderna. Wolverine è finalmente ruvido, pericoloso, animale nel modo giusto; Tempesta continua a occupare lo schermo con una regalità che farebbe inginocchiare metà delle divinità fantasy viste negli anime; Magneto resta magnetico in ogni senso possibile, e sì, il gioco di parole è inevitabile; Ciclope, spesso maltrattato dagli adattamenti live action, qui torna a essere un leader vero, severo, vulnerabile, spezzato eppure ancora in piedi. Persino i comprimari ricevono attenzione, movimenti, espressioni, piccoli gesti che restituiscono la sensazione di un universo abitato, non di un fondale messo lì per far esplodere qualcosa.

Qualche limite esiste, perché l’amore da fan non dovrebbe mai trasformarsi in cieca venerazione. La colonna sonora a volte si appoggia un po’ troppo al tema storico, come se avesse paura di allontanarsi davvero da quella melodia iconica, e il doppiaggio italiano alterna momenti molto convincenti ad altri meno incisivi, soprattutto nei personaggi secondari. Però sono ombre leggere rispetto alla compattezza emotiva e narrativa dell’insieme. La serie resta solida, appassionata, consapevole della propria eredità e soprattutto viva. Non sembra il prodotto costruito da un algoritmo per spremere nostalgia, ma il lavoro di persone che sanno perché Rogue è amata, perché Magneto divide ancora le discussioni, perché Jean Grey non può essere ridotta alla “ragazza della Fenice”, perché Tempesta merita sempre di essere trattata come una delle figure più potenti e affascinanti dell’intera Marvel.

La vera grandezza di X-Men ’97 Stagione 2, almeno da questi primi episodi, sta proprio nella capacità di fare pace con una cosa che Hollywood ha spesso dimenticato: gli X-Men non sono forti perché hanno costumi riconoscibili o poteri spettacolari, ma perché rappresentano una promessa fragile. La promessa che anche chi viene temuto, escluso, inseguito, frainteso, può trovare una casa. Non una casa perfetta, perché la scuola di Xavier è sempre stata anche un campo minato di segreti, fallimenti educativi e drammi familiari, ma comunque un luogo dove l’essere diversi non è una condanna da nascondere. Per questo la serie parla ancora al presente, forse più di quanto facesse negli anni Novanta. Viviamo dentro community digitali che ci salvano e ci divorano, dentro identità continuamente osservate, giudicate, performate, e i mutanti restano una metafora potentissima perché raccontano il bisogno disperato di essere visti senza essere trasformati in bersagli.

Marvel Animation, con questa seconda stagione, sembra aver consegnato ai fan degli X-Men il regalo migliore possibile: non un museo della nostalgia, non una copia lucidata della serie classica, ma una prosecuzione capace di rispettare ciò che è stato e allo stesso tempo rischiare, sporcarsi, spingere in avanti i personaggi. In un momento in cui il futuro dei mutanti nel Marvel Cinematic Universe continua a essere una delle grandi domande sospese del fandom, X-Men ’97 sta facendo qualcosa di quasi più importante: sta ricordando a tutti quanto questi personaggi siano necessari. Non utili, non spendibili, non strategici. Necessari.

Se il resto della stagione manterrà questa intensità, potremmo trovarci davanti a uno degli adattamenti Marvel più riusciti di sempre, non solo per chi ha consumato gli albi fino a rovinarne le costine, ma anche per chi magari ha scoperto i mutanti da poco e si sta accorgendo ora che dietro artigli, raggi ottici e fulmini c’è un mondo intero di dolore, rabbia, amore e resistenza. Io, intanto, sono già nella fase pericolosa in cui vorrei recuperare fumetti, rivedere la serie originale, progettare un nuovo cosplay di Rogue e discutere per ore se Magneto abbia torto, ragione o quella forma terribile di ragione che fa paura proprio perché nasce da una ferita vera. E voi, community di CorriereNerd.it, da che parte siete dopo questi primi episodi? Team Xavier, Team Magneto, Team Cable con ansia da timeline, o semplicemente Team “Marvel, stavolta non rovinare tutto perché i mutanti ce li meritiamo davvero”?

Note: AI-Generated Content

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