Un rilascio improvviso, quasi buttato lì come succede a certi drop di contenuti che sembrano destinati a sparire nella timeline dopo due scroll, e invece quello che è successo con Wonder Man su Disney+ è una di quelle cose che ti fanno venire voglia di scrivere alle tre di notte nel gruppo Telegram perché senti che sta cambiando qualcosa davvero, non solo dentro il Marvel Studios ma proprio nel modo in cui noi fan viviamo queste storie tra binge watching, meme e teorie che diventano più importanti delle puntate stesse.
Ricordo perfettamente quella sensazione un po’ sospetta, tipo quando un gioco esce senza marketing e pensi “ok, qui qualcuno ha mollato il colpo”, e invece poi ti ritrovi incollata allo schermo perché improvvisamente tutto funziona, i dialoghi girano, i personaggi respirano, e soprattutto quella cosa rara che ormai riconosci subito: un’identità. Wonder Man non sembrava voler competere con le serie-evento piene di cameo e worldbuilding forzato, non cercava di gridarti addosso “hey, guarda quanto sono importante per il MCU”, e forse proprio per questo ha iniziato a farsi notare da chi di solito le produzioni Marvel le guarda di sfuggita mentre grindano su un live service.
E poi ci sono loro, Yahya Abdul-Mateen II e Ben Kingsley, che sembrano usciti da due universi completamente diversi e invece creano una dinamica che ha qualcosa di stranamente familiae, come quelle coppie improbabili negli anime slice of life dove il genio e il caos finiscono per completarsi senza che nessuno dei due lo ammetta davvero. Yahya porta addosso quella dualità perfetta tra aspirazione e fragilità, mentre Kingsley continua a fare di Trevor Slattery una specie di glitch narrativo diventato improvvisamente essenziale, un meme che si è evoluto fino a diventare personaggio, e non succede spesso nel MCU che qualcosa nato come battuta regga così bene il peso emotivo.
Dietro le quinte, la voce di Andrew Guest suona quasi come una promessa fatta direttamente a chi si è affezionato proprio a quella stranezza, a quel modo di stare fuori dagli schemi che ormai riconosci dopo pochi minuti di episodio, e l’idea che la seconda stagione non tradirà questo tono è una di quelle notizie che ti fanno tirare un sospiro di sollievo, perché lo sappiamo come va a finire quando qualcosa funziona: arriva sempre il rischio di normalizzarlo, di renderlo più “Marvel standard”, più sicuro, più prevedibile.
Qui invece sembra che nessuno abbia voglia di trasformare Simon Williams in un altro pezzo di un puzzle gigantesco, niente ingresso spettacolare negli Avengers, niente battaglie urbane con auto lanciate come se fossimo tornati a una boss fight di fine livello, ma una storia che resta incollata alle persone prima ancora che ai poteri, ed è una scelta che, detta tra noi, mi ricorda molto di più certe narrazioni coreane o giapponesi dove l’identità del personaggio conta più della scala dello scontro.
Il finale della prima stagione continua a girarmi in testa come una cutscene che non hai voglia di skippare anche dopo averla vista mille volte, perché quel momento in cui Simon smette di recitare e inizia a esistere davvero è qualcosa che va oltre il supereroe, è una roba quasi meta, quasi dolorosa se pensi a quanto oggi tutto ruoti attorno alla performance, ai social, all’immagine pubblica, e allora l’idea di un attore che rischia di perdere tutto proprio diventando autentico assume un peso che nel MCU non si vede così spesso.
E qui entra in gioco anche quel retrogusto da teoria che non vuoi ammettere ma che ti porti dietro comunque, perché se davvero Simon Williams fosse uno dei primi veri segnali dell’arrivo dei mutanti in questa fase dell’universo Marvel, allora Wonder Man potrebbe passare dall’essere una serie “diversa” a diventare uno snodo silenzioso ma fondamentale, uno di quei momenti che ricolleghi anni dopo dicendo “ok, era lì che stava iniziando tutto”.
Mi ha fatto sorridere leggere le parole di Yahya quando parlava con Kevin Feige, quella storia del “ho un solo colpo Marvel da sparare” sembra uscita da una run limitata a cui vuoi dedicare tutte le risorse perché sai che non avrai una seconda possibilità, ed è esattamente quella mentalità che poi senti nella performance, perché non è solo supereroismo, è anche vulnerabilità, fallimento, crescita, tutte cose che rendono un personaggio memorabile molto più di qualsiasi scena in CGI.
Eppure, lo dico da fan che si è fatta maratone assurde tra cosplay e gaming notturno, una piccola parte di me vuole comunque vedere Simon in costume, vuole quel momento in cui il lato umano e quello “super” smettono di essere separati e diventano la stessa cosa, non per forza in una battaglia gigantesca ma anche solo in una scena intima, in cui il potere è più una responsabilità emotiva che una dimostrazione di forza.
Forse è proprio questo il punto che continua a ronzarmi in testa: Wonder Man non sembra voler essere quello che ci aspettiamo, e proprio per questo riesce a rimanere addosso più di altre serie tecnicamente più “importanti”, perché parla di identità, di percezione, di quello spazio strano tra chi sei davvero e chi il mondo vuole che tu sia, e in un’epoca dove tutti recitiamo qualcosa online, quella storia diventa improvvisamente molto più personale di quanto vorremmo ammettere.
E quindi sì, la seconda stagione è una conferma, ma è anche una specie di prova, perché adesso non si tratta più di sorprendere, si tratta di evolvere senza perdere quella scintilla che ha fatto dire a tanti “ok, questa cosa è diversa”, e non è affatto scontato riuscirci.
Resta quella curiosità che ti accompagna come una quest secondaria che sai già diventerà principale, quella domanda che non smette di tornare mentre scorri TikTok o monti un cosplay: fino a dove può spingersi davvero Simon Williams senza smettere di essere umano?
E forse la cosa più interessante è proprio questa… non sapere ancora la risposta, e avere voglia di scoprirla insieme.
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