Alcune serie finiscono e ti lasciano addosso la sensazione di aver visto una bella storia. Altre, molto più rare, si infilano nella testa come una canzone ascoltata per sbaglio alle tre del mattino e continuano a tornare fuori nei momenti più improbabili. Widow’s Bay appartiene decisamente alla seconda categoria. Ho appena terminato l’ultimo episodio di stagione e da diverse ore continuo a ripensare a quell’isola battuta dal vento, alle sue leggende assurde, ai suoi abitanti eccentrici e soprattutto a quella sensazione costante che qualcosa non fosse mai davvero al posto giusto.
La cosa più sorprendente è che Apple TV+ sia riuscita a produrre una serie capace di evocare apertamente il fantasma di Twin Peaks senza limitarsi a copiarne la superficie. Per anni ogni volta che una nuova produzione provava a vendersi come “la nuova Twin Peaks” il risultato era quasi sempre lo stesso: qualche cittadina misteriosa, qualche personaggio strano, due o tre sogni inquietanti e tanta nostalgia mal gestita. Widow’s Bay invece sembra aver capito cosa rendeva davvero speciale il capolavoro di David Lynch. Non il mistero in sé. Non i simboli. Non le tende rosse. Piuttosto quella sensazione di vivere in un luogo che sembra esistere contemporaneamente nel nostro mondo e in un altro che non riusciamo mai a vedere completamente.
Widow’s Bay è un’isola immaginaria del New England separata dal resto del mondo non solo geograficamente ma quasi culturalmente. Una di quelle ambientazioni che sembrano nate per ospitare storie di fantasmi, leggende marinare, sparizioni inspiegabili e vecchi segreti custoditi sotto strati di nebbia e silenzio. Eppure il vero protagonista della serie non è la maledizione, né il soprannaturale. È il tentativo disperato di modernizzare qualcosa che forse non vuole essere salvato.
Tom Loftis, interpretato da uno straordinario Matthew Rhys, è il sindaco dell’isola. Vorrebbe trasformare Widow’s Bay in una destinazione turistica, attirare visitatori, creare opportunità economiche, costruire un futuro diverso per sé e per suo figlio. Ha la mentalità di chi crede che ogni problema possa essere risolto con pragmatismo, investimenti e una buona campagna di comunicazione.
Il problema è che la sua città sembra essere uscita da un romanzo horror che non ha alcuna intenzione di rispettare le regole del mondo reale.
La parte che ho amato di più è probabilmente proprio questa collisione continua tra razionalità e folklore. Da appassionato di anime e manga mi ha ricordato tantissimo quelle opere dove il soprannaturale invade lentamente la quotidianità senza mai esplodere completamente. Un po’ come accadeva in certe pagine di Mushishi, oppure nelle atmosfere sospese di Higurashi, dove il confine tra paranoia, leggenda e realtà diventa sempre più sottile episodio dopo episodio.
Widow’s Bay gioca continuamente con questa ambiguità. Ti mostra qualcosa di assurdo e poi ti suggerisce una spiegazione logica. Subito dopo distrugge quella spiegazione e ne propone un’altra ancora più inquietante. È una serie che ama destabilizzare lo spettatore ma non lo fa attraverso jump scare o mostri che saltano fuori dal buio. Lo fa manipolando la percezione stessa della realtà.
Gran parte del merito va alla scrittura di Katie Dippold, che riesce nell’impresa quasi impossibile di bilanciare horror, commedia e dramma senza far collassare tutto sotto il peso delle proprie ambizioni. In molte produzioni contemporanee il mix horror comedy diventa una scusa per non approfondire nessuno dei due aspetti. Qui invece la comicità nasce dai personaggi e dalle loro reazioni, mentre l’orrore emerge dal contesto, dalle storie tramandate da generazioni e dalla consapevolezza che forse gli abitanti dell’isola non sono mai stati davvero superstiziosi.
Forse avevano semplicemente ragione.
Matthew Rhys offre una delle interpretazioni più affascinanti della sua carriera recente. Chi lo ha amato in The Americans conosce già la sua capacità di trasmettere tensione emotiva senza bisogno di grandi monologhi. Qui lavora quasi sempre per sottrazione. Il suo Tom Loftis è un uomo che cerca disperatamente di mantenere il controllo mentre il mondo attorno a lui si sgretola pezzo dopo pezzo.
Osservarlo è come guardare uno sviluppatore software che cerca di correggere un bug gigantesco senza rendersi conto che il problema non è nel codice ma nel sistema operativo stesso. Ogni soluzione genera nuovi problemi. Ogni risposta apre domande ancora più inquietanti.
Accanto a lui brilla un cast semplicemente perfetto. Kate O’Flynn riesce a dare una profondità sorprendente a Patricia, mentre Stephen Root conferma ancora una volta di appartenere a quella rarissima categoria di attori capaci di risultare contemporaneamente rassicuranti e terrificanti. Ogni scena in cui compare sembra alterare leggermente la gravità dell’intera serie.
Poi c’è l’atmosfera. Mamma mia, l’atmosfera. Hiro Murai dirige molti momenti come se stesse costruendo un sogno lucido. Alcune sequenze sembrano provenire da una dimensione parallela dove il tempo si muove con regole proprie. Le strade vuote dell’isola, il mare sempre presente sullo sfondo, le case consumate dalla salsedine, le tempeste che sembrano avere una volontà autonoma. Tutto contribuisce a creare una delle ambientazioni più memorabili viste in streaming negli ultimi anni.
Capisco perfettamente perché Guillermo del Toro sia rimasto folgorato dalla serie. Anzi, a essere sincero, mentre guardavo gli episodi continuavo a pensare che Widow’s Bay sembri costruita esattamente sulle coordinate narrative che hanno sempre affascinato Del Toro. Comunità isolate. Miti antichi. Creature che forse sono metafore e forse no. Luoghi che custodiscono ricordi più vecchi dei loro abitanti. Un orrore che nasce dalla storia stessa del territorio.
Molte produzioni moderne investono milioni di dollari in effetti speciali sempre più sofisticati ma dimenticano che la paura più efficace nasce dall’immaginazione dello spettatore. Widow’s Bay sembra averlo capito perfettamente. Non corre mai. Non urla. Non cerca di impressionare. Ti invita semplicemente a restare abbastanza a lungo da accorgerti che qualcosa non va. E a quel punto è già troppo tardi.
Guardando il finale di stagione ho avuto la stessa sensazione che provavo anni fa dopo certi episodi di Lost o dopo aver terminato alcune saghe manga particolarmente ossessive. Quella specie di vuoto strano che compare quando realizzi che non stai pensando tanto agli eventi quanto al mondo stesso che hai appena lasciato.
Widow’s Bay non è soltanto una serie horror. Non è soltanto una commedia nera. Non è soltanto un mistery ambientato su un’isola maledetta. È uno di quei racconti che sembrano vivere di vita propria, popolati da personaggi imperfetti che continuano a esistere anche fuori dall’inquadratura.
Forse tra qualche anno parleremo di questa serie come oggi parliamo di Twin Peaks, di The Leftovers o di Dark. Forse no. Ma una cosa mi sembra abbastanza chiara dopo aver visto quest’ultima puntata: Apple TV+ ha trovato qualcosa di raro. Una produzione che non assomiglia davvero a nessun’altra e che riesce a essere contemporaneamente nostalgica e nuova, familiare e aliena.
Adesso la vera domanda è un’altra.
Dopo tutto quello che abbiamo scoperto, dopo tutti i segreti emersi dalle nebbie di Widow’s Bay, siete davvero sicuri che la maledizione sia il problema più grande dell’isola? Perché più ci penso e più mi viene il sospetto che il vero orrore sia nascosto altrove. E ho la sensazione che molti di voi, arrivati al finale, stiano pensando esattamente la stessa cosa.
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