Tra le pieghe più strane del mio cervello da fan — quello che passa senza soluzione di continuità da una maratona di anime a una sessione di cosplay crafting alle tre di notte — esiste una versione alternativa della realtà in cui W.I.T.C.H. non ha mai davvero messo piede in Giappone… eppure, in qualche modo, ci è arrivata lo stesso, ma come fanno certe leggende urbane nei fandom: distorte, remixate, riscritte con un’estetica completamente diversa, quasi come se qualcuno avesse preso quell’immaginario europeo e lo avesse fatto passare attraverso un filtro shojo carico di emozioni e occhi lucidi. E io questa cosa la trovo pazzesca, nel senso più nerd possibile del termine, perché non è solo un adattamento, è proprio una specie di glitch narrativo, un corto circuito culturale: da una parte l’identità super europea delle Guardiane, dall’altra il linguaggio emotivo e visivo del manga giapponese, e in mezzo noi che leggiamo e ci chiediamo continuamente “ok, ma questa cosa perché funziona così bene anche quando non dovrebbe?”.
Tutto succede nei primi anni Duemila, quelli in cui io personalmente ero già completamente persa tra Sailor Moon, forum, fanart salvate male su hard disk e sogni di trasformazioni magiche davanti allo specchio, quando Haruko Iida prende l’universo di W.I.T.C.H. e lo rilegge per Kadokawa Shoten trasformandolo in un manga vero e proprio, pubblicato tra il 2003 e il 2004, e poi arrivato anche da noi qualche anno dopo grazie a Disney Manga, quasi come un segreto che qualcuno aveva deciso di condividere solo con chi era abbastanza curioso da cercarlo.
La prima volta che ho sfogliato quelle pagine ho avuto quella sensazione stranissima che si prova quando riconosci un cosplay fatto benissimo ma con un twist completamente personale: Will è sempre Will, ma sembra uscita da un’altra dimensione, più fragile, più emotiva, più… shojo. Heatherfield diventa meno “città americana random” e più spazio interiore, quasi sospeso, e l’incontro con Cornelia, Irma, Taranee e Hay Lin ha quell’energia da gruppo idol che si forma per destino, non per caso, come se qualcuno stesse già scrivendo la loro storia su un palco invisibile.
E poi arriva Halloween, e lì davvero mi sono sentita come quando in un JRPG parte la cutscene che cambia tutto: fuoco, caos, presagi, creature che sembrano uscite da un incubo che non dovrebbe appartenere a quel mondo così quotidiano. È il momento in cui la realtà si rompe e lascia entrare qualcosa di più grande, più pericoloso, più epico… e il manga lo sa benissimo, tanto che si prende il suo tempo, rallenta, insiste, quasi si innamora di quell’evento e lo trasforma nel cuore pulsante — ok no, non posso dire “cuore pulsante”, ma avete capito — del primo volume.
Quello che mi manda fuori di testa, però, è il modo in cui tutto questo viene raccontato, perché qui non siamo semplicemente davanti a una trasposizione: è come se la storia fosse stata riscritta con un’altra grammatica emotiva, una di quelle che ti fa soffermare su uno sguardo, su un silenzio, su un dettaglio minuscolo che però ti rimane addosso. Le relazioni cambiano tono, diventano più intime, più cariche di tensione, più “sentite” nel senso più puro dello shojo, e a un certo punto ti rendi conto che non stai più leggendo la stessa storia, stai leggendo una sua versione alternativa, una fanfiction ufficiale venuta da un’altra cultura.
E sì, poi arriva Nagar, questo cavallo sputafuoco legato a Elyon che sembra materializzarsi direttamente da un party di un JRPG fantasy, e lì ho sorriso tantissimo perché è esattamente quel tipo di aggiunta che potrebbe sembrare fuori posto ma invece riesce a espandere il mondo, a renderlo più strano, più ibrido, più libero.
Non tutto, ovviamente, è perfetto, anzi, ed è proprio questo il punto. Alcune tavole sono bellissime, delicate, quasi ipnotiche, con una fluidità che ti fa scorrere gli occhi senza accorgertene, mentre altre sembrano incompiute, piatte, come se mancasse qualcosa tra una linea e l’altra. Il chiaroscuro è un terreno scivoloso: a volte funziona, altre volte sparisce completamente, lasciando personaggi sospesi nel vuoto o inghiottiti da ombre troppo nette. Eppure, invece di rovinare tutto, questa discontinuità crea una specie di estetica imperfetta che, da fan abituata a vedere versioni beta di giochi mai usciti o scan di manga con qualità discutibile, finisce per diventare parte del fascino.
Scorrere la storia è facile, quasi naturale, come binge-watchare una serie che non ti impegna troppo ma riesce comunque a farti affezionare, e qua e là spuntano differenze rispetto all’originale che mi hanno fatto fermare un attimo, tipo certi equilibri tra Will, Taranee e Cornelia che cambiano leggermente direzione, diventano più sottili, più emotivi, più… giapponesi, se ha senso dirlo così.
E poi succede la cosa che fa più male di tutte: finisce. Due volumi. Stop. Come una serie anime cancellata dopo una stagione nonostante il potenziale enorme, come quei giochi che scopri tardi e che non avranno mai un sequel. E la sensazione è chiarissima, quasi fisica: questa storia doveva continuare. Si sente nelle scelte narrative, nei semi piantati qua e là, nella voglia evidente di andare oltre.
Forse non ha venduto abbastanza, forse era troppo ibrida per il mercato, forse è arrivata nel momento sbagliato… o forse semplicemente era una di quelle cose destinate a rimanere di nicchia, amate da pochi ma ricordate tantissimo.
E quindi mi ritrovo ancora oggi a pensarci mentre scrollo fanart, preparo un cosplay o perdo tempo su qualche gacha, con quella sensazione familiare di aver incrociato qualcosa di imperfetto ma autentico, qualcosa che non assomiglia davvero a nient’altro e che proprio per questo continua a tornarmi in mente, come una quest secondaria lasciata a metà.
E adesso lo chiedo a voi, community di CorriereNerd.it, senza filtri e senza nostalgia pilotata: se questo esperimento fosse andato avanti, se questo strano incontro tra magia italiana e anima shojo avesse avuto il tempo di evolversi… secondo voi oggi staremmo parlando di un cult dimenticato o di un piccolo capolavoro nascosto?
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