Ci sono libri che non si aprono: si scivolano addosso. Vertigine fa esattamente questo. Non ti chiede il permesso, non prepara il terreno, non addolcisce l’ingresso. Ti prende per le spalle e ti porta sull’orlo, quel punto preciso dove guardare giù diventa inevitabile e dove la domanda non è più se cadrai, ma cosa stai lasciando andare mentre resti in equilibrio. Il nuovo romanzo di Nicola Ruganti arriva in libreria il 16 febbraio con l’aria di chi non ha fretta di piacere a tutti. E fa bene. Perché questa è una storia che nasce dalla frizione, dalla memoria che non smette di bussare, da un Paese che continua a voltarsi dall’altra parte sperando che certe ferite si rimarginino da sole. Non succede. Non è mai successo.
La città di T. non è un espediente narrativo, è una maschera trasparente. Potrebbe essere ovunque e, proprio per questo, è tremendamente riconoscibile. Dentro le sue sezioni di partito, le assemblee stanche, le campagne elettorali che sanno già di compromesso, si muove Anna. Diciott’anni, una fame che non è solo politica ma esistenziale, quella fame che ti prende quando senti che il mondo adulto ti ha consegnato un’eredità rotta e pretende pure che tu dica grazie.
Anna entra nella militanza come si entra in una storia d’amore sbagliata: con entusiasmo, idealismo, una fiducia quasi commovente. La sorella Irene fa da ponte, Ernesto da catalizzatore, Paolo da controcampo emotivo. Quarantenne, militante disilluso, uno di quelli che hanno visto troppe volte la speranza trasformarsi in gestione dell’esistente. Tra Anna e Paolo non c’è solo uno scarto generazionale, c’è una frattura di senso. Lui crede ancora che da una campagna elettorale possa dipendere qualcosa. Lei vuole capire se vale la pena crederci davvero.
Ruganti intreccia le loro traiettorie private con una memoria collettiva che pesa come un macigno. Gli anni di piombo non sono citazione, sono eco. L’omicidio di Mario Amato, la lunga ombra della Strage di Bologna, le sentenze che arrivano tardi e non bastano mai. Tutto questo non resta sullo sfondo: entra nei dialoghi, nelle omissioni, nei silenzi imbarazzati di chi preferirebbe parlare d’altro. Qui la memoria non è nostalgia, è una materia instabile, viva, che interroga il presente senza chiedere il permesso.
La prefazione di Marco Damilano centra il punto quando parla di un potere locale feroce, anche quando si veste di buone intenzioni. La postfazione di Luigi Cancrini aggiunge un livello ulteriore, quasi clinico, al modo in cui i personaggi cercano di restare interi mentre tutto intorno chiede adattamento, compromesso, rimozione. E poi c’è la copertina, firmata da Andrea Bruno, che non illustra ma disturba, come dovrebbe fare ogni immagine onesta.
Vertigine non è un romanzo politico nel senso più rassicurante del termine. Non offre soluzioni, non indica strade ma mette il lettore davanti a una domanda scomoda: cosa resta della militanza quando il linguaggio si svuota e i riti sopravvivono a se stessi? Cosa succede quando l’amore, l’amicizia e gli ideali smettono di coincidere e iniziano a tirare in direzioni opposte?
Pubblicato da Bordeaux Edizioni, questo libro ha il coraggio raro di non cercare l’alibi della distanza. Non parla di un’epoca, parla da dentro una frattura che non abbiamo mai davvero ricomposto. E forse è proprio qui che nasce quella sensazione persistente, fastidiosa, necessaria, che resta addosso dopo l’ultima pagina. La stessa che ti accompagna quando ti rendi conto che il precipizio non è davanti a noi. È sotto. E siamo noi a decidere se continuare a fingere di non vederlo.
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