Ah, no. Non ditemi che è vero. Dopo 65 anni di onorato turpiloquio, di bestemmie laiche e di inni alla più sacra delle anatomie femminili, la luce si spegne. Il Vernacoliere ci ha dato il benservito. Già me li vedo gli scaffali delle edicole, tutti compiti e ordinati, senza più quell’unico, strafottente sputo di inchiostro che ti ricordava che la vita è una merda, ma almeno si può riderci sopra. La fine di un’era, amici miei, o, per dirla alla livornese, s’è finito ‘r mondo.
Il nostro faro di satira sgangherata e libertà espressiva, quel “giornalaccio” così profondamente toscano da far sembrare Dante un modesto contabile, sospende le pubblicazioni. E la motivazione? Un colpo di genio nella sua abissale tristezza: Mario Cardinali, il capitano di questa nave di matti, ci molla perché, a quasi novant’anni, è “un po’ stanchino”. Lo capiamo, eh. Portare il peso di tutta l’irriverenza italiana sulle spalle, mentre si scagliano strali contro papi, politicanti e, inevitabilmente, i pisani, è un lavoro sfiancante. Un lavoro che, diciamocelo, era l’ultima vera resistenza a questo mondo di perbenisti digitali e influencer con l’anima a bollettino postale.
La Topa Non È Reato: Fine di una Filosofia Libertaria
E adesso chi ce la spiega la vita, eh? Chi ci ricorda che il potere è ridicolo e che l’unica cosa sacra è la risata grassa? Il Vernacoliere non era mica una rivistina; era un esperimento sociale sotto forma di cartaccia. Un baluardo che ha campato per decenni vendendo solo la sua anima senza padroni: zero pubblicità, zero finanziamenti, solo il prezzo della copia in faccia al lettore. La loro unica fonte di reddito erano i lettori, quelli veri, che non si accontentavano della satira addomesticata e pettinata. Era la vera controinformazione, quella che ti diceva che la “Sovrimposta Governativa sulla Topa” era forse l’unica cosa di cui valeva la pena parlare in Italia.
E a proposito di “topa”, nel 1984 ci fu l’apice della gloria e della disperazione: la denuncia per offesa al pudore. Risultato? «La topa non è reato». Signori, quella non fu una sentenza; fu un manifesto filosofico inciso nella storia giudiziaria italiana. Lì dentro c’era tutta l’essenza del Vernacoliere: la battaglia contro i tabù, la difesa della spudoratezza come forma d’arte, la vittoria del linguaggio popolare sulla moralità ipocrita. Oggi, in un’epoca dove tutti si offendono per tutto, un verdetto così suonerebbe come un’eresia. Ecco perché ci mancherà: ci ricordava come eravamo coraggiosi quando eravamo volgari.
Il Tramonto del Vernacolo Contro l’Algoritmo Globalizzato
Ma la cosa più triste, la vera beffa, è che Cardinali ci lascia un testamento amaro, quasi un epitaffio per la nostra epoca: il mondo digitale. Se la fatica fisica è una scusa accettabile, l’altra motivazione è una pugnalata al cuore di ogni appassionato di carta stampata: “il nuovo totem dell’indottrinamento di massa”. Il giornale che ha combattuto il potere per 65 anni non si è arreso a Craxi, a Berlusconi o ai militari; si è arreso all’algoritmo.
Il Vernacoliere, nato dalle locandine sfacciate e urlate in faccia all’edicolante, non vuole morire di like e share. Rifiuta di diventare un contenuto virale, l’ennesimo post in un feed dove tutto è levigato, neutralizzato e buono per ogni palato. Lui ha sempre voluto essere cattivo, indigesto e autentico. Preferisce il silenzio, il vecchio, onesto silenzio della sospensione, piuttosto che l’agonia di una satira che deve piacere a tutti.
Quindi, addio, mio caro “Giornalaccio”. Addio alle vignette irriverenti, ai titoli in vernacolo che svelavano la verità con una menzogna, alle prese in giro dei “poveracci” che cercano di tirare avanti e dei potenti che non ce la faranno mai. Ora cosa ci resta? La satira fatta col bilancino, l’umorismo col permesso sindacale e la speranza, flebile, che un giorno Mario Cardinali si svegli e dica: “Sai che c’è? Ciondolare m’ha stancato. Si ricomincia a mandà ‘n culo tutti“. Fino ad allora, godetevi questo mondo grigio. Ce lo siamo meritato.
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