Capita raramente quel momento in cui un gioco non arriva semplicemente su una nuova piattaforma, ma sembra quasi “riaccendersi”, come se ogni uscita fosse un’altra linea temporale che si apre e ti dice ok, adesso tocca a te viverla davvero — ed è esattamente la sensazione che mi ha colpito quando ho visto Until Then sbarcare su Xbox Series X|S, come se questo viaggio emotivo già passato su PC, PlayStation e Switch stesse continuando a propagarsi, silenziosamente, tra le nostre vite digitali, infilando le sue radici dentro quel punto preciso dove nostalgia, ansia da notifica e voglia di connessione si mescolano senza chiedere il permesso.
Perché Until Then non è solo una visual novel, e già dirlo così suona riduttivo, quasi come definire un anime “un cartone giapponese” davanti a qualcuno che è cresciuto con le opening che ti rimangono in testa per anni. Qui dentro c’è quella roba strana, difficile da spiegare, che succede quando una storia smette di essere qualcosa che guardi e diventa qualcosa che senti addosso, tipo quando scrolli il telefono alle due di notte e all’improvviso ti rendi conto che stai cercando qualcosa che non sai nemmeno nominare.
Mark Borja è uno di noi, ma non nel modo banale, non nel solito “studente liceale con problemi quotidiani”. La sua routine fatta di scuola, amici, lezioni di piano e social media è costruita con una precisione quasi inquietante, perché ogni dettaglio sembra familiare al punto giusto, come se qualcuno avesse preso le nostre giornate e le avesse pixelate, trasformandole in qualcosa di osservabile, quasi tangibile. E poi succede quella cosa — quel glitch emotivo — in cui inizi a percepire che qualcosa non torna, che sotto la superficie c’è un’altra storia che si muove, più silenziosa, più disturbante.
Ed è lì che Until Then cambia pelle.
Quel mondo in pixel art, così apparentemente innocente, diventa una specie di specchio distorto dove ogni colore racconta più di quanto dovrebbe, ogni animazione sembra nascondere un frammento di verità. Non è la pixel art nostalgica da retro gaming fine a sé stessa, è più vicina a certi momenti sospesi degli anime slice of life che all’improvviso scivolano nel soprannaturale, tipo quando una scena quotidiana si incrina e capisci che stai entrando in qualcosa di molto più grande, qualcosa che non puoi più controllare.
La cosa che mi ha colpito davvero, però, è il modo in cui il gioco usa l’interattività senza mai farla sembrare un “gioco” nel senso classico. I mini-game, le interazioni, le scelte… tutto sembra costruito per farti sentire dentro una realtà che reagisce a te in modo organico, non come un sistema di regole, ma come un mondo vivo che si piega leggermente a ogni tuo gesto. È un approccio che mi ricorda un sacco certe esperienze narrative moderne, dove il gameplay non è più separato dalla storia ma diventa la storia stessa, e ogni input è una specie di dialogo silenzioso tra te e il gioco.
E poi c’è la musica. Non quella che ti accorgi di ascoltare, ma quella che ti rimane addosso anche quando spegni tutto, come se fosse parte del ritmo delle tue giornate. Una colonna sonora che non accompagna soltanto, ma costruisce atmosfera, tensione, memoria. È il tipo di sound design che ti fa venire voglia di fermarti, restare in una scena qualche secondo in più, anche senza motivo.
Quello che mi manda completamente fuori giri, però, è il modo in cui Until Then gioca con il tempo. Non nel senso classico dei loop o dei viaggi temporali espliciti, ma in quella sensazione più sottile, quasi esistenziale, che il tempo stia scivolando via mentre cerchi di capire cosa sta succedendo. E lì entra in gioco il titolo stesso, che smette di essere solo un nome e diventa una promessa sospesa, qualcosa che stai inseguendo mentre tutto cambia sotto i tuoi piedi.
Il fatto che sia in arrivo anche il DLC Afterimages aggiunge un altro strato di curiosità, perché se già la storia base ti lascia con quella sensazione di incompletezza voluta, di mistero che non si chiude mai del tutto, sapere che ci sarà un’espansione fa pensare a un mondo narrativo che continua a evolversi, come una serie anime che non hai ancora finito ma che sai già ti distruggerà emotivamente.
Dietro tutto questo, tra l’altro, c’è un mix creativo che adoro: da una parte Maximum Entertainment, che continua a spingere su esperienze indie e AA con una certa identità, dall’altra Polychroma Games, uno studio che sembra avere chiarissimo un punto fondamentale che spesso ci dimentichiamo, cioè che i videogiochi non sono solo intrattenimento ma linguaggio, un modo per raccontare storie che non funzionerebbero da nessun’altra parte.
E forse è proprio questo il motivo per cui Until Then funziona così tanto bene oggi, in un momento in cui siamo costantemente connessi ma allo stesso tempo sempre un po’ distaccati, sempre un po’ fuori fase rispetto a quello che stiamo vivendo. Questo gioco prende quella sensazione e la trasforma in qualcosa di concreto, qualcosa che puoi esplorare, toccare, scegliere… anche se alla fine non sei mai davvero sicuro di aver capito tutto.
Xbox Series X|S diventa solo l’ultima porta aperta su questo universo, ma la verità è che Until Then non appartiene a una piattaforma specifica, appartiene a quel tipo di esperienza che ti rimane addosso anche dopo, quando torni alla tua routine, riapri Instagram, controlli le notifiche e per un attimo ti chiedi se tutto sia davvero esattamente come sembra.
E magari non lo è.
E magari è proprio lì che inizia la parte più interessante.
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