Esattamente vent’anni fa arrivava nei cinema italiani Un tipo imprevedibile (Happy Gilmore), e per me – nerd appassionata di cinema, serie tv, fumetti e videogiochi – è impossibile non ricordare l’ondata di risate e affetto che questo film ha saputo suscitare nel cuore di tanti. Certo, all’epoca ero una ragazzina affamata di qualsiasi prodotto pop che mi facesse evadere, ma rivedendolo oggi, con occhi forse un po’ più allenati e un pizzico di nostalgia, capisco perfettamente perché sia diventato un cult irrinunciabile per chi ama le commedie sportive sopra le righe.
Adam Sandler, nel ruolo di Happy Gilmore, è semplicemente scatenato. E non potrebbe essere altrimenti: Sandler, con il suo umorismo fracassone e spesso volutamente esagerato, riesce a trasformare una premessa già di per sé assurda in un’esperienza cinematografica esilarante. Happy è un uomo rozzo, senza filtri, che ha passato la vita sognando di sfondare nell’hockey su ghiaccio, ma che si ritrova invece catapultato nel mondo dorato e rigido del golf. La sua arma segreta? Un tiro potentissimo, ereditato dal padre, che sbaraglia le leggi della fisica e stupisce persino i più scettici.
Quello che mi ha sempre colpito di questo film, diretto da Dennis Dugan, è come riesca a prendere un genere tendenzialmente serio e disciplinato come quello sportivo e ribaltarlo, infilandoci dentro caos, follia e un’irriverenza che sa tanto di ribellione nerd contro le regole prestabilite. Happy entra in campo con la delicatezza di un carro armato, senza alcuna intenzione di imparare le buone maniere del golf o di diventare un professionista esemplare. Il suo unico scopo è raccogliere abbastanza soldi per evitare che la nonna perda la casa, un dettaglio che rende il tutto ancora più comico e surreale: chi altri, se non Adam Sandler, poteva trasformare una crisi immobiliare in un pretesto per far esplodere gag e scene indimenticabili?
E qui entra in scena Chubbs Peterson, l’ex campione di golf (interpretato da Carl Weathers) che vede in Happy una promessa tutta da forgiare. La loro relazione è uno dei cuori pulsanti del film, tra mentorship e comicità slapstick. Ricordo ancora quanto ho riso la prima volta che ho visto la scena del coccodrillo: Happy che recupera la mano perduta di Chubbs (con tanto di testa del rettile vendicativo) è una delle trovate più assurde ma anche più affettuosamente simboliche dell’intero film. È quel mix di umorismo demenziale e piccoli momenti di cuore che mi fa tornare sempre con piacere su queste pellicole anni Novanta, dove tutto era un po’ meno levigato e più genuinamente scatenato.
Ovviamente, un buon film sportivo non sarebbe tale senza un villain degno di questo nome, e qui Shooter McGavin (Christopher McDonald) è semplicemente perfetto. Shooter è arrogante, egocentrico, l’incarnazione di tutto ciò che Happy non è: elegante, impostato, vanitoso. E proprio per questo il loro scontro funziona: è Davide contro Golia, ma con mazze da golf e battute al vetriolo. Shooter non ce l’ha solo con le abilità di Happy, ma soprattutto con la sua capacità di catalizzare il pubblico, trasformando un torneo di golf in uno spettacolo da baraccone. E noi spettatori nerd, abituati a tifare per gli outsider, non possiamo che adorare questo scontro di stili.
Il climax del film, ovviamente, è il torneo finale. Happy arriva a quel momento non solo più forte come giocatore, ma anche più maturo, pur senza perdere la sua natura caotica e istintiva. La morte di Chubbs è un colpo duro, ma diventa anche la spinta emotiva per migliorarsi, per imparare finalmente il temuto gioco corto e affrontare Shooter non solo con la forza bruta, ma anche con un pizzico di strategia. E quando, tra incidenti assurdi e sabotaggi (chi non ricorda la golf car lanciata addosso a Happy?), il nostro improbabile eroe si ritrova acciaccato ma determinato, il tifo da parte del pubblico – e degli spettatori a casa – diventa inevitabile.
Il finale è puro Sandler: risate, romanticismo goffo e un senso di soddisfazione collettiva. Happy non solo salva la casa della nonna, ma conquista anche Virginia, la sua dolce metà e spalla emotiva, e lo fa senza mai snaturarsi. È questo, forse, il messaggio più potente del film: che anche chi è fuori dagli schemi, chi rifiuta di adattarsi, chi ride in faccia alle convenzioni, può trovare il proprio posto e persino trionfare.
Un tipo imprevedibile è, a tutti gli effetti, una pellicola anarchica e adorabile. Sì, la trama segue uno schema piuttosto classico – l’underdog che riesce a vincere grazie al talento e al cuore – ma il modo in cui Sandler e Dugan la confezionano la rende unica. Le gag sono spesso demenziali, ma non gratuite; il ritmo è frenetico ma mai sfiancante; e il cast di supporto funziona come un orologio ben oliato, con comprimari che regalano momenti memorabili senza mai oscurare il protagonista.
A distanza di vent’anni, rivedere questo film è come aprire un vecchio album di figurine geek: c’è un pizzico di nostalgia, certo, ma anche la conferma che certe storie, pur con i loro difetti e le loro ingenuità, hanno un cuore talmente grande da resistere al tempo. Per me, come per tanti nerd cresciuti negli anni Novanta e Duemila, Happy Gilmore non è solo un film, è un piccolo rito di passaggio, una celebrazione dell’umorismo senza filtri, della perseveranza e della gioia di essere, semplicemente, se stessi.
E voi? Lo ricordate ancora? Avete mai provato a imitare il tiro devastante di Happy al campo pratica o in un videogame? Raccontatemi le vostre scene preferite o condividete l’articolo sui social: sono curiosissima di sapere se anche voi, come me, avete un posto speciale nel cuore per questo piccolo, folle capolavoro della commedia sportiva!
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