Ci sono nomi che sembrano evocare un richiamo arcano, sussurrati come formule proibite in qualche angolo dimenticato della rete. Uno di questi è Uketsu. Per molti potrebbe non significare nulla. Ma per chi ha passato notti insonni a divorare creepypasta, a perdersi nei meandri più disturbanti dei forum giapponesi, a esplorare i labirinti narrativi dei videogiochi horror o ad amare quei manga che ti lasciano addosso un senso di disagio sottile e persistente, Uketsu è già una presenza quasi mitologica. Un nome sussurrato, mai davvero urlato. Un simbolo.
Uketsu si presenta come un’ombra. Totalmente vestito di nero, il volto coperto da una maschera di cartapesta bianca che sembra scolpita da un artigiano dell’incubo. Essenziale, quasi infantile, ma profondamente inquietante. Due occhi e una bocca appena accennati: vuoti, immobili, privi di vita. Nei pochi video disponibili online, la sua voce è robotica, disumanizzata, come se fosse passata attraverso decine di filtri digitali. E forse è davvero così. Perché Uketsu non vuole essere riconosciuto. Non vuole essere una persona. Uketsu è un simbolo, un’entità, una narrazione vivente. Non si mostra. Non si svela. Si insinua. Ti raggiunge attraverso la rete, strisciando tra le righe di un post dimenticato, insinuandosi nei feed delle tue notti insonni.
E forse è proprio questo a renderlo così irresistibile per chi ama le storie che stanno al confine tra ciò che è reale e ciò che potrebbe esserlo. Uketsu incarna lo spirito delle leggende digitali: quelle nate nei thread oscuri di 2channel, nelle discussioni criptiche di Reddit, nei racconti narrati con la freddezza algida del web. È la voce che non si può ignorare. È il narratore che non ha volto ma ha mille volti, ognuno riflesso nei nostri incubi più personali.
Il suo viaggio comincia circa sei anni fa, su YouTube. Nessun annuncio roboante, nessuna promozione. Solo video brevi, minimali, accompagnati da un’estetica cupa e disturbante. Racconti che sembrano cronache di eventi accaduti davvero, ma che scivolano pian piano verso il territorio dell’assurdo e del terrore psicologico. Le sue storie parlano di solitudine, alienazione, senso di colpa, del peso insopportabile del giudizio sociale. Temi forti, affrontati però con una delicatezza chirurgica. Non c’è moralismo. Non c’è predica. C’è solo la narrazione, pura, distillata, avvolgente. E chi guarda non può far altro che restare incollato allo schermo.
In breve tempo, Uketsu diventa un fenomeno virale. Milioni di visualizzazioni. Discussioni accese tra fan, teorie cospirazioniste, analisi maniacali di ogni inquadratura. Ma il web non gli basta. Dalla rete, Uketsu esce e conquista la carta. Il suo primo libro viene pubblicato in Giappone e diventa un caso editoriale. Viene tradotto in decine di lingue, tra cui anche l’italiano. E non finisce qui: arriva anche un film, ispirato a uno dei suoi racconti più celebri. Una pellicola che respira la stessa aria malsana delle sue storie. Oscura, disturbante, ipnotica.
Cosa rende Uketsu così diverso da tutti gli altri autori che si sono avventurati nel territorio dell’horror contemporaneo? Probabilmente il fatto che lui non si limiti a raccontare una storia. Ti ci butta dentro. Leggere Uketsu è come aprire un portale e finire dall’altra parte dello specchio. I suoi racconti non sono mai lineari. Sono esperienze immersive, giochi mentali che si nutrono della partecipazione del lettore. Ogni parola, ogni immagine, ogni silenzio è parte di un puzzle più grande. Un enigma che spesso non ha soluzione. Eppure ti costringe a cercarla. Sei dentro una detective story dell’anima, ma il colpevole, alla fine, potresti essere tu stesso.
Uketsu è un autore fusion nel senso più puro e moderno del termine. Le sue storie non appartengono a un solo mondo, ma li inglobano tutti. C’è la narrazione tradizionale della letteratura giapponese, la frammentazione visiva dei manga, la psicologia spietata dei videogiochi narrativi, l’estetica cinematografica dell’horror indipendente. È un crocevia di influenze che si mescolano con naturalezza, creando qualcosa di completamente nuovo. Qualcosa che parla soprattutto alle nuove generazioni, cresciute tra YouTube, TikTok, light novel e streaming. Ma anche chi è più “vecchia scuola” – come me, che ho passato la mia adolescenza leggendo Lovecraft con la torcia sotto le coperte – non può che sentire un brivido familiare tra le sue righe.
La forza di Uketsu sta anche nella sua autenticità. Non ha paura di guardare il mondo per quello che è. Anzi, lo fa con uno sguardo chirurgico, impietoso. Parla di depressione, bullismo, isolamento, abusi, disperazione. Ma non lo fa con pietismo. Lo fa con la freddezza di chi sa che il vero orrore non ha bisogno di mostri o fantasmi. Il vero orrore, spesso, siamo noi. O il mondo che ci circonda. Ed è proprio per questo che i suoi racconti sono così potenti: ti costringono a guardarti dentro, anche quando non vorresti.
Eppure, nonostante questa cupezza, Uketsu ha anche una missione molto chiara. Vuole rendere l’arte accessibile. Vuole che la lettura torni a essere una forma di intrattenimento, ma anche di riflessione, alla portata di tutti. I suoi testi sono brevi, spesso frammentati, intensi. Perfetti per un pubblico abituato a contenuti rapidi e visivi. Eppure, pur nella loro brevità, riescono a toccare corde profonde. Non sono mai banali. Mai scontati. Anzi: più li rileggi, più ti accorgi di quanto siano stratificati.
Uketsu, oggi, è molto più di un autore horror. È un ponte tra mondi. È una voce nata dalla rete che è riuscita ad arrivare ovunque, senza mai snaturarsi. Senza mai perdere quell’alone di mistero che lo ha reso così magnetico fin dall’inizio. E forse è proprio questo il suo segreto: non sapere chi sia davvero ti costringe a concentrarti su ciò che conta. Le storie. Le parole. Le emozioni.
Se non lo conosci, questo è il momento giusto per farlo. Ma preparati: leggere Uketsu non è un passatempo. È un viaggio. È un’esperienza. È un salto nell’oscurità.
E una volta entrato, potresti non voler più uscire.
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