Se c’è un anime che merita di essere riscoperto con gli occhi lucidi di una fan girl innamorata delle atmosfere CLAMP, quello è senza dubbio Tsubasa: Reservoir Chronicle. Non stiamo parlando solo di un adattamento, ma di un vero e proprio esperimento narrativo che ha provato a intrecciare mondi, personaggi e ricordi in un mosaico che profuma di reverse isekai, quando ancora la parola “multiverso” non era sulla bocca di tutti. Prima che la Marvel cavalcasse l’onda, CLAMP aveva già creato il suo universo condiviso e lo aveva catapultato nel cuore degli spettatori con un mix di avventura, dramma e romanticismo che sapeva di magia.
L’anime, intitolato Tsubasa Chronicle, venne affidato allo studio Bee Train, lo stesso che ci aveva regalato serie come Noir e Hack//Sign. Due stagioni, andate in onda tra il 2005 e il 2006 su NHK, per un totale di 52 episodi, con una regia firmata da Kōichi Mashimo e una colonna sonora che portava la firma inconfondibile di Yuki Kajiura. Ed è proprio qui che già si avverte la prima scintilla di fascino: se il tratto di CLAMP si perdeva a volte in adattamenti discutibili, la musica riusciva a regalare a ogni scena un’intensità capace di trasportarti altrove. “Blaze”, la sigla d’apertura, resta ancora oggi una di quelle canzoni che ti fanno sentire il cuore battere all’unisono con la storia.
Ma Tsubasa non si è fermato alla TV. Nel 2005, tra le due stagioni, arrivò il film The Princess in the Birdcage Kingdom, prodotto da Production I.G., un vero e proprio intermezzo cinematografico che dava respiro alla trama principale. Poi, come se non bastasse, ci furono gli OVA: Tokyo Revelations e Spring Thunder Chronicles, entrambi sempre targati Production I.G., che finalmente alzavano il livello tecnico e narrativo dopo le tante critiche alla serie televisiva. Gli OVA, pubblicati tra il 2007 e il 2009, osavano di più, addentrandosi in archi narrativi più oscuri e maturi, con animazioni curate e un tono molto più fedele all’intensità del manga. Per chi aveva trovato l’anime televisivo lento e annacquato, quegli episodi furono una vera e propria rinascita.
E qui bisogna essere oneste: Tsubasa Chronicle è un anime che divide. Da un lato, la forza emotiva della relazione tra Syaoran e Sakura resta la bussola del viaggio, una storia d’amore e sacrificio che ancora oggi riesce a far vibrare le corde più sensibili di chi guarda. Dall’altro, la realizzazione tecnica non sempre è stata all’altezza della visione delle CLAMP: animazioni rigide, character design semplificati e una regia che spesso si rifugiava in primi piani statici o in lunghi fermi immagine, quasi a voler riempire episodi con il minimo sforzo. Non sono poche le voci che hanno definito la trasposizione televisiva “snervante”, al punto che, dopo un inizio promettente, lo spettatore rischiava di abbandonare la serie. Eppure, anche con tutti i suoi difetti, c’è qualcosa di irresistibile in questo viaggio episodico tra mondi dalle regole sempre nuove, un qualcosa che ti fa restare incollata fino alla fine.
Il vero gioiello, però, sono le musiche. Kajiura riesce a dare a Tsubasa una dignità che va oltre la qualità visiva: brani come A Song of Storm and Fire o Hear Our Prayer sono entrati di diritto nell’olimpo delle OST più amate dagli appassionati di anime. È quella colonna sonora a trasformare le scene più statiche in momenti epici, a spingere i personaggi oltre i limiti dell’animazione, regalando a chi guarda l’emozione di un viaggio che non si ferma mai.
Guardando indietro, viene spontaneo pensare che Tsubasa: Reservoir Chronicle sia arrivato in Occidente “troppo presto”. Nel 2005 il concetto di universi condivisi non era ancora mainstream, e forse per questo la serie non ha avuto l’impatto che meritava. Ma oggi, in un mondo dove multiversi e crossover sono diventati pane quotidiano per nerd e non solo, recuperare Tsubasa significa riscoprire un’opera che aveva già intuito tutto e che ha osato prima degli altri.
Nonostante i suoi difetti, l’anime rimane una tappa obbligata per chiunque ami CLAMP, per chi voglia vivere un’avventura che è insieme viaggio e riflessione, un percorso costellato di piume che non sono solo ricordi di Sakura, ma frammenti di emozioni di chi guarda. Perché, alla fine, anche se la trasposizione non è perfetta, l’essenza di Tsubasa resta intatta: l’idea che ogni mondo sia una nuova porta da aprire, e che dietro a quella porta ci sia sempre qualcosa di prezioso da scoprire.
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