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Tomb Raider: La Leggenda di Lara Croft – Due stagioni animate tra nostalgia, maturità e un addio che fa discutere

Pronunciare il nome Lara Croft oggi provoca una strana miscela di emozioni. Nostalgia pura, certo, ma anche una leggera stanchezza esistenziale da fan di lungo corso che ne ha viste tante, forse troppe. Perché Lara non è solo un personaggio: è un’abitudine emotiva, una costante generazionale, una presenza che attraversa decenni di joystick, pixel, reboot e promesse di rinascita. Ed è proprio con questo spirito, un po’ innamorato e un po’ disilluso, che vale la pena tornare a parlare delle due stagioni di Tomb Raider: La Leggenda di Lara Croft, la serie animata che ha avuto il compito ingrato di riportare in scena un’icona e che, ironia della sorte, si è conclusa proprio quando sembrava aver trovato davvero la sua voce.

L’arrivo della prima stagione, nell’ottobre 2024 su Netflix, aveva acceso una fiammella di entusiasmo difficile da ammettere ad alta voce. Dopo anni di adattamenti altalenanti, Lara tornava in una forma che sembrava finalmente sensata: animata, seriale, pensata per respirare con calma, lontana dalle compressioni del cinema e dalle semplificazioni più pigre. Ambientata dopo la trilogia videoludica Survivor, quella iniziata nel 2013 e conclusa con Shadow of the Tomb Raider nel 2018, la serie decideva di non ripartire da zero, ma di andare avanti. Una scelta che profumava di rispetto e, allo stesso tempo, di rischio.

Questa Lara non era più l’archeologa invincibile dei primi anni Duemila, né la sopravvissuta spaesata del reboot iniziale. Era una donna già spezzata e ricostruita, ancora appesantita dal senso di colpa per la morte di Conrad Roth, ancora incapace di concedersi una vita che non fosse fuga e sfida. La narrazione prendeva il via sei mesi dopo Shadow of the Tomb Raider e la mostrava isolata, lontana da Jonah e Zip, in una solitudine che non aveva nulla di eroico. Ed è qui che la serie faceva la sua prima mossa intelligente: smettere di mitizzare Lara e iniziare a renderla scomoda, emotivamente faticosa, a tratti perfino irritante. Finalmente.

Il furto dell’antico artefatto cinese da Croft Manor diventava il pretesto narrativo per rimettere Lara in movimento, ma il vero motore della stagione era interno. Ogni tomba esplorata, ogni enigma risolto, ogni combattimento aveva il sapore di una fuga da se stessa. L’animazione, curata da Powerhouse Animation Studios, funzionava proprio perché non cercava di stupire a tutti i costi, ma di sostenere il tono della storia. Le ambientazioni erano evocative, i combattimenti fluidi, ma mai fini a se stessi. Sembrava quasi di rivedere i livelli dei giochi prendere vita, con quella sensazione familiare di pericolo costante e di meraviglia trattenuta.

Determinante, inutile girarci intorno, era la prova vocale di Hayley Atwell. La sua Lara parlava con una voce stanca, a volte ironica, a volte ruvida, sempre credibile. Non c’era bisogno di monologhi eccessivi per capire che questa versione del personaggio portava addosso il peso delle scelte fatte. E funzionava proprio perché non cercava di piacere. Era una Lara che sbagliava, che feriva, che si chiudeva. Una Lara che, per una volta, sembrava scritta pensando a chi è cresciuto insieme a lei.

La prima stagione si chiudeva lasciando la sensazione di un potenziale enorme ancora tutto da esplorare. Ed è forse per questo che l’annuncio della seconda stagione, arrivata l’11 dicembre 2025, è stato accolto con una strana miscela di sollievo e diffidenza. Perché chi segue il mondo delle serie lo sa: quando una produzione Netflix arriva alla seconda stagione, non è mai una garanzia di futuro, ma spesso l’anticamera di una fine annunciata.

La seconda stagione, infatti, alzava subito la posta. Il ritorno di Sam Nishimura riportava in scena uno dei legami emotivi più importanti della Lara Survivor e apriva la strada a una trama decisamente più ambiziosa. Le Maschere Orisha, artefatti legati alla cultura Yoruba e dotati del potere di controllare la natura, diventavano il fulcro di una storia che mescolava mitologia, biotecnologia e apocalisse imminente. L’antagonista Mila, CEO di una multinazionale pronta a “resettare” il mondo, incarnava una minaccia meno archeologica e più contemporanea, quasi fastidiosamente plausibile.

Il viaggio di Lara si faceva globale, dal Sud America a New Orleans, passando per Brasile e Cuba, e la serie mostrava chiaramente la volontà di allargare il suo universo narrativo. Non più solo tombe e rovine, ma culture, divinità, simboli che raramente trovano spazio in produzioni occidentali di questo tipo. C’era ambizione, c’era curiosità, c’era anche il desiderio evidente di dire qualcosa di più grande. Eppure, qualcosa iniziava a scricchiolare.

Lara, ormai più consapevole e meno tormentata, lasciava spesso il centro della scena ad altri personaggi. Eshu, in particolare, diventava una figura sorprendentemente centrale, ben scritta, intensa, forse troppo. Una scelta interessante sulla carta, ma che finiva per spostare l’asse emotivo della storia proprio quando ci si sarebbe aspettati il contrario. Il risultato era una stagione solida, visivamente potente, ma meno intima. Più spettacolo, meno introspezione. Più mondo, meno Lara.

Questo non significa che la seconda stagione non funzioni. Al contrario, è un prodotto curato, coerente, capace di regalare momenti memorabili e sequenze d’azione di grande impatto. Ma è anche il momento in cui si percepisce chiaramente che la serie sta correndo contro il tempo. Otto episodi non bastano per chiudere davvero tutti i fili narrativi aperti, e il finale lascia quella sensazione amara che ogni fan conosce fin troppo bene: non una conclusione naturale, ma una chiusura forzata.

La decisione di fermarsi alla seconda stagione pesa. Pesa perché questa incarnazione animata di Tomb Raider non era un semplice esperimento, ma un ponte narrativo tra videogiochi, animazione e futuro del franchise. Pesa perché aveva finalmente trovato un equilibrio raro tra azione e crescita personale. Pesa perché, in un panorama saturo di adattamenti senz’anima, era riuscita a distinguersi senza urlare.

E allora resta quella stanchezza affettuosa da fan veterani. Quella sensazione di aver visto qualcosa di buono nascere e spegnersi troppo in fretta. Con la consapevolezza che Lara continuerà a vivere altrove, nella serie live-action in arrivo con Sophie Turner, nei nuovi capitoli videoludici, nelle infinite reincarnazioni che il mercato continuerà a proporre.

Ma questa Lara animata, così imperfetta e umana, meritava più tempo. Meritava di sbagliare ancora, di crescere, di annoiarci magari, ma di farlo insieme a noi. Perché, alla fine, seguire Lara Croft non è mai stato solo questione di avventura. È sempre stato un modo per misurare il nostro rapporto con il cambiamento, con il passato, con le versioni di noi stessi che lasciamo indietro.

E tu, che tipo di fan sei diventato guardando La Leggenda di Lara Croft? Ti ha convinto questa Lara più adulta o senti la mancanza di quella più iconica e larger-than-life? Raccontiamocelo nei commenti, perché se c’è una cosa che non è mai cambiata davvero, è il bisogno di condividere questo viaggio insieme.

Note: AI-Generated Content

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Viola Moretti

Vivo tra anime stagionali, comeback K-pop, videogiochi, cosplay iniziati con grande anticipo e terminati misteriosamente la notte prima della convention. Mi interessa tutto ciò che nasce dall’incontro tra creatività, fandom e identità digitale: le idol che diventano personaggi narrativi, le ship che dividono intere community, gli avatar che sembrano conoscerci meglio di alcuni amici e quelle canzoni che l’algoritmo continua a proporci finché non diventano parte della nostra personalità. Scrivo seguendo emozioni, connessioni e piccoli segnali che spesso sfuggono al primo sguardo. Qualcuno sostiene che io sia sempre online; diciamo soltanto che raramente risulto davvero disconnessa.

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