Parlare di potere nell’universo di J.R.R. Tolkien significa accettare un invito scomodo: guardare dentro le crepe dell’animo umano, là dove il desiderio di controllo si traveste da necessità, dove la promessa di ordine nasconde il rischio della perdita di sé. Le sue storie non trattano il potere come una semplice forza da brandire o un trono da conquistare, ma come una tentazione sottile che chiama in causa responsabilità, rinuncia e scelta morale. Ed è proprio questa lucidità, sorprendentemente moderna, a rendere la sua opera una bussola ancora affidabile per orientarsi nel caos contemporaneo.
Quando il discorso scivola sull’Unico Anello, simbolo massimo del dominio nella Terra di Mezzo, si entra in una zona narrativa che rifiuta scorciatoie. L’Anello non è un’arma nel senso classico, non spara né colpisce: amplifica. Prende ciò che già vive nell’animo di chi lo indossa e lo porta all’estremo. In questo gesto narrativo c’è una delle intuizioni più potenti di Tolkien: il potere non crea il male, lo rende visibile. Boromir lo guarda come un mezzo per difendere i suoi, convinto di poterlo piegare al bene, e viene travolto. Galadriel lo contempla e lo rifiuta, consapevole che anche le intenzioni più pure possono generare tirannia. Frodo Baggins lo porta senza mai dominarlo davvero, accettando il peso senza illudersi di governarlo. Nessuno è immune, suggerisce Tolkien, e la vera forza si manifesta nel saper dire di no.
Accanto agli oggetti, le parole. Non è un caso che Tolkien fosse filologo: il linguaggio, nei suoi mondi, non comunica soltanto, crea. I nomi danno forma alla realtà, la Musica degli Ainur genera il mondo, gli incantesimi non sono fuochi d’artificio ma parole cariche di memoria. Persino l’Anello porta inciso un verso che è insieme legge, condanna e profezia. Il potere, qui, non urla: sussurra. Seduce con la promessa, con la logica apparentemente inevitabile, con l’idea che “non ci sia alternativa”.
Questa visione si intreccia con il concetto di sub-creazione, cardine del pensiero tolkieniano. L’uomo non è creatore assoluto, ma può creare all’interno del creato. È un dono immenso e limitato, e proprio per questo pericoloso se esercitato senza umiltà. Fëanor incarna la grandezza che scivola nell’ossessione: i Silmaril sono opere magnifiche, ma il legame possessivo lo conduce all’autodistruzione. Saruman parte come studioso e finisce come imitatore del Male, incapace di accettare i limiti della propria natura. Quando la creazione diventa possesso, il potere degenera.
A sorprendere, ancora oggi, è il rifiuto dell’eroe dominante. Niente campioni invincibili che salvano il mondo grazie a un’abilità superiore. I protagonisti decisivi sono piccoli, marginali, apparentemente irrilevanti: gli Hobbit. Tolkien ribalta la retorica del comando e suggerisce che non vince chi domina, ma chi resiste; non trionfa chi impone, ma chi porta il peso senza cedere. La distruzione dell’Anello non avviene per forza o strategia, bensì attraverso una concatenazione di misericordia, errore e destino. Anche il fallimento di Frodo fa parte del disegno, perché il potere assoluto non può essere sconfitto da un atto di volontà assoluta.
Perché continuare a parlare di Tolkien oggi? Perché la sua riflessione sul potere intercetta una nervatura scoperta del presente. In un’epoca in cui il controllo assume forme impersonali e pervasive, la sua intuizione appare quasi profetica. Sauron non ha un volto stabile: è un occhio, un sistema, una volontà che permea. Non serve un tiranno sul trono quando basta un meccanismo che riduce tutto a sorveglianza e previsione. La modernità del Male sta proprio nella sua invisibilità.
C’è poi l’esperienza personale dell’autore a dare spessore a tutto questo. Tolkien ha conosciuto le trincee della Prima Guerra Mondiale, ha visto la distruzione industriale divorare paesaggi e uomini, ha diffidato delle promesse di progresso disumanizzante. Da qui nasce una sensibilità ecologica ante litteram e un pacifismo concreto, mai retorico. La Terra di Mezzo canta l’amore per la natura e piange la sua violazione, ricordando che il dominio sulla materia ha sempre un costo spirituale.
Non stupisce che opere come Il Signore degli Anelli continuino a dialogare con generazioni diverse, né che molte saghe successive ne raccolgano l’eredità tematica. Il successo planetario del fantasy moderno deve molto a questa grammatica morale, capace di unire mito antico e inquietudini contemporanee. Tolkien non ha soltanto inventato mondi: ha offerto una lente per leggere il nostro.
Alla fine del viaggio resta una domanda sospesa, di quelle che non cercano risposte facili. In un tempo in cui il potere si maschera da efficienza, algoritmo o consenso istantaneo, siamo ancora capaci di riconoscerne il sussurro? La Terra di Mezzo non chiede di essere visitata per nostalgia, ma interrogata come uno specchio. E forse è proprio qui che la sua magia continua: nel ricordarci che la scelta, anche quando sembra piccola, può cambiare il destino di un mondo. Ora la parola passa a voi: quale personaggio tolkieniano incarna meglio, secondo voi, la resistenza al potere? Parliamone, come davanti a un fuoco che non smette di raccontare storie.
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