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Peter Jackson conferma Tintin 2: il sequel con Spielberg è finalmente in scrittura

Steven Spielberg e Peter Jackson che tornano a parlare davvero di Tintin nel 2026 ha lo stesso effetto di quelle opening degli anime anni Novanta che non sentivi da una vita e che, appena ripartono dopo anni dentro una playlist dimenticata, ti riportano addosso una quantità assurda di immagini, pomeriggi e ossessioni nerd. Perché il punto non è soltanto il ritorno de Le avventure di Tintin. Il punto è che certe promesse lasciate sospese per troppo tempo finiscono quasi per trasformarsi in leggende urbane da fandom, roba che continui a nominare nei forum, nei gruppi Telegram, nei thread Reddit, come Half-Life 3 o il remake impossibile di qualche JRPG culto. Tintin 2 era diventato esattamente questo: un fantasma popolare dell’immaginario geek.

E invece Peter Jackson, dal Festival di Cannes, ha deciso di riaprire quella porta rimasta socchiusa dal 2011. E lo ha fatto senza il classico linguaggio freddo da industria cinematografica, senza il comunicato prefabbricato che puzza di PR lontano chilometri. Ha raccontato di essere in hotel a scrivere scene, outline, idee da mandare a Fran Walsh in Nuova Zelanda. Una confessione quasi artigianale, da creativo che torna dentro un mondo che non aveva mai davvero abbandonato. Ed è impossibile non sentire una specie di scarica emotiva se sei cresciuto con Spielberg, Jackson, i fumetti di Hergé o semplicemente con quel tipo di avventura cinematografica che oggi sembra quasi sparita.

Perché diciamolo chiaramente: Le avventure di Tintin – Il segreto dell’Unicorno era uno di quei film usciti nel momento sbagliato della storia del cinema. Troppo moderno per chi voleva il cartoon classico, troppo animato per chi cercava il blockbuster live action tradizionale, troppo fedele allo spirito europeo di Hergé per il pubblico americano abituato ad altri ritmi. Eppure dentro quel film succedeva qualcosa di speciale. Spielberg prendeva la grammatica dell’avventura pura, quella che aveva praticamente inventato con Indiana Jones, e la infilava dentro la motion capture più fluida e cinematografica mai vista fino a quel momento. Ancora oggi alcune scene sembrano uscite da un laboratorio segreto dove qualcuno stava sperimentando il futuro del cinema mainstream senza fare troppo rumore.

L’inseguimento a Bagghar, ad esempio, continua a sembrare una cutscene impossibile di un videogame AAA che gira con hardware del 2035. La macchina da presa impazzisce, salta tra muri, esplosioni, gru, moto, falchi, acqua e vetri distrutti con una libertà che il cinema live action raramente può permettersi. Eppure non diventa mai caos senz’anima. Aveva il respiro dell’avventura classica ma anche quella fluidità quasi “digitale” che oggi vediamo nei migliori action anime o nei videogiochi cinematici tipo Uncharted, che infatti deve tantissimo proprio a Tintin, Spielberg e Indiana Jones.

La cosa assurda è che tanti spettatori più giovani hanno scoperto Tintin proprio grazie a quel film. Magari non avevano mai aperto un albo di Hergé, magari arrivavano da Naruto, One Piece, Doctor Stone o Attack on Titan, però riconoscevano immediatamente quel senso di viaggio continuo, di scoperta, di mistero geografico che appartiene tantissimo anche agli shonen d’avventura. Tintin, in fondo, funziona ancora oggi perché è costruito su una fame infantile di mondo che non invecchia mai davvero. Navi perdute, mappe segrete, città esotiche, codici, antichi tesori, inseguimenti improbabili… è la stessa adrenalina che ti faceva divorare Laputa di Miyazaki o certe saghe di Lupin III.

Per questo la notizia arrivata da Cannes ha colpito così tanto. Non è nostalgia vuota. Non è soltanto “oh guarda, torna un vecchio franchise”. Tintin rappresenta un tipo di blockbuster che Hollywood ha quasi dimenticato. Oggi il cinema mainstream sembra spesso bloccato tra universi condivisi, reboot, sequel infiniti e algoritmi che inseguono il binge watching. Tintin invece appartiene a quella categoria rarissima di storie che ti fanno venire voglia di partire, esplorare, cercare indizi. Ti ricordano perché da piccoli volevamo fare archeologi, pirati, reporter, esploratori spaziali o protagonisti di JRPG giganteschi.

E poi parliamo di Peter Jackson. Uno che durante la masterclass di Cannes è sembrato tutto tranne che un regista “istituzionale”. Più passavano i minuti, più emergeva il lato umano di uno dei cineasti che hanno ridefinito il fantasy moderno. Autoironico, quasi imbarazzato per il ritardo accumulato su Tintin 2, ancora capace di raccontare la paura provata durante le riprese de Il Signore degli Anelli come farebbe un fan qualsiasi davanti a una challenge impossibile. Questa cosa colpisce tantissimo perché spesso internet trasforma i grandi registi in statue immobili, in marchi. Jackson invece continua a sembrare un nerd gigantesco che non riesce a smettere di giocare con il cinema.

Il suo racconto sulla Terra di Mezzo, tra l’altro, dice tantissimo anche sul possibile futuro di Tintin. Jackson spiegava di non aver mai trattato Il Signore degli Anelli come fantasy puro, ma come storia reale, quasi storica. E forse è proprio questo il motivo per cui quei film funzionano ancora vent’anni dopo: non sembrano mai “mondi inventati”, sembrano luoghi vissuti. Se applicasse davvero quella sensibilità al sequel di Tintin potrebbe uscire qualcosa di incredibile, soprattutto oggi che la tecnologia motion capture è maturata in maniera spaventosa.

Fa quasi sorridere pensare che il primo Tintin arrivò prima della rivoluzione moderna delle performance digitali esplose definitivamente con Avatar: The Way of Water. Oggi Jackson potrebbe spingere quella tecnica ancora più avanti, magari rendendo il mondo di Hergé ancora più fisico, sporco, folle, esagerato. E sinceramente l’idea di vedere cosa potrebbe fare il creatore del Fosso di Helm con tempeste marine, pirati, civiltà perdute o misteri archeologici in stile Tintin fa partire immediatamente il cervello da fan.

Durante la masterclass si è parlato anche di AI e lì Jackson ha tirato fuori una riflessione interessantissima. Per lui l’intelligenza artificiale è semplicemente un altro effetto speciale. Nulla di mistico, nulla di apocalittico. Il problema resta sempre umano: consenso, utilizzo corretto delle immagini, rispetto del lavoro artistico. Una posizione molto diversa sia dal tecnofeticismo cieco sia dal panico totale che vediamo online ogni giorno. E forse questa mentalità spiega anche perché i suoi film abbiano sempre avuto un rapporto così organico con la tecnologia. Weta FX non nasceva per “sostituire” il cinema tradizionale ma per espandere ciò che era possibile raccontare.

La storia di Gollum, raccontata ancora una volta da Jackson a Cannes, rimane pazzesca anche vista oggi. Andy Serkis inizialmente doveva essere solo una voce, poi pian piano la troupe capì che serviva la sua presenza fisica sul set, la sua energia accanto agli attori. Da lì nacque praticamente una rivoluzione del performance capture moderno. E mentre lo ascolti raccontare queste cose capisci che Tintin 2 potrebbe essere anche questo: il ritorno di un cinema tecnologico che però parte ancora dagli esseri umani, dagli attori, dall’emozione.

Bellissimo pure il passaggio sulla paura. Jackson che va sul set alle sette del mattino convinto di non sapere come girare una scena gigantesca è probabilmente una delle confessioni più sincere che un regista del suo livello possa fare. Ed è stranamente rassicurante per chiunque lavori nella creatività, nei videogiochi, nell’illustrazione, nel montaggio video, nell’AI art, nella scrittura online. Anche chi ha costruito Minas Tirith si sente perso a volte.

E forse proprio questa fragilità rende la notizia di Tintin ancora più interessante. Non sembra un sequel nato per obbligo industriale. Sembra qualcosa che Jackson vuole davvero fare. Qualcosa che gli è rimasto addosso per anni.

Adesso ovviamente partono mille speculazioni da community nerd tossicamente felice. Quale fumetto adatteranno? Useranno Il tempio del sole? I sette cristalli? L’isola nera? Oppure mescoleranno più storie come aveva fatto Spielberg? Milù avrà ancora quel mix perfetto tra comic relief e compagno emotivo? Haddock resterà il vero MVP della saga? E soprattutto: quanto sarà “Peter Jackson” questo film?

Perché qui secondo me sta il vero hype. Il primo Tintin era molto Spielberg. Ritmo, avventura, leggerezza, spettacolo dinamico. Il secondo potrebbe avere un’identità completamente diversa. Più strana. Più ossessiva. Più epica. Più malinconica perfino. Jackson ha sempre avuto una capacità incredibile nel rendere gigantesche le emozioni dei suoi personaggi senza perdere il senso del meraviglioso. E Tintin potrebbe essere il posto perfetto per liberare di nuovo quella parte del suo cinema.

Intanto resta quasi poetico il fatto che tutto questo sia riemerso proprio a Cannes, durante una masterclass in cui Jackson parlava della permanenza dei film, del fatto che il cinema continui a vivere anche dopo la morte di chi lo realizza. Una frase che detta da lui pesa tantissimo, soprattutto per chi è cresciuto consumando DVD pieni di making of, extended edition infinite e commenti audio ascoltati come podcast notturni.

Per una generazione intera Peter Jackson non è soltanto un regista. È uno di quelli che ci ha fatto capire che dietro il cinema esistono workshop, concept art, modellini, artisti digitali, attori coperti di marker, storyboard giganteschi e persone che passano anni a costruire mondi immaginari come fossero reali. Quasi una versione fantasy delle vecchie redazioni manga raccontate da Bakuman.

Ed è difficile non pensare che proprio Tintin, oggi, possa tornare a ricordarci quanto il cinema d’avventura possa ancora essere libero, curioso, infantile nel senso più bello del termine. Non cinico. Non disperato. Non costruito soltanto per generare reaction social.

Magari ci vorranno ancora anni. Magari il progetto cambierà forma. Magari finirà di nuovo nel limbo produttivo. Hollywood ci ha abituati a tutto. Però stavolta qualcosa è diverso. Stavolta Peter Jackson non ha parlato di un’idea vaga. Ha parlato di pagine scritte davvero. Di scene. Di lavoro concreto.

E sinceramente, dopo quindici anni di silenzio, basta questo per far tornare quella sensazione che avevamo da ragazzini davanti alle mappe del tesoro, ai VHS consumati e ai videogiochi d’avventura pieni di mondi lontani da esplorare. Tintin forse non ha mai smesso davvero di viaggiare. Siamo stati noi ad aspettarlo troppo a lungo.

Note: AI-Generated Content

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