Mettiamola così: se hai visto il trailer di This Is Not a Test e non ti è partito almeno un micro-flashback adolescenziale misto a disagio esistenziale, forse lo stai guardando nel modo sbagliato. Oppure sei una persona emotivamente sanissima, nel qual caso ti invidio ma non mi fido. Perché questo non è il solito zombie movie con le budella a tempo di jump scare. È uno di quei trailer che ti guardano indietro, come se dicesse: “Ok, adesso smetti di fare il cinefilo distaccato e ricordati cosa voleva dire sentirsi fuori posto quando avevi diciassette anni”.
Tu lo sai. Io lo so. L’ambientazione liceale, negli horror, è una trappola emotiva potentissima. È un posto che dovrebbe essere neutro, quasi banale, e invece diventa immediatamente una gabbia. Corridoi che conosci a memoria, armadietti che hanno visto più drammi di un’intera stagione di Euphoria, aule che odorano di routine e di ansia repressa. Poi arriva l’apocalisse zombie e tutto questo quotidiano marcio si trasforma in un incubo dichiarato. Fine della metafora. O forse no.
Il trailer di This Is Not a Test, diretto e scritto da Adam MacDonald, parte con quella frase che sembra un annuncio scolastico ma suona come una sentenza: “Questo non è un test. Chiudete tutte le porte e coprite le finestre”. E tu, automaticamente, sei già dentro. Perché quante volte hai sentito frasi simili nella tua vita, anche senza zombie fuori? Allarmi, protocolli, emergenze emotive mascherate da normalità. Qui la differenza è che fuori davvero non respira più nessuno. O almeno, non nel modo giusto.
Sloane Price, interpretata da Olivia Holt, non è l’eroina che ti aspetti. E questa è la prima cosa che ti colpisce se conosci un minimo la storia dietro il film, visto che si tratta dell’adattamento del romanzo YA di Courtney Summers. Sloane non è “la ragazza forte”, non è “la leader riluttante”, non è nemmeno “la final girl” nel senso classico. È una che, all’inizio, non ha nessuna voglia di salvarsi. E questa cosa, nel trailer, passa come una lama sottile. Non viene spiegata, viene suggerita. Sguardi vuoti, frasi spezzate, quella sensazione di essere già stanchi prima ancora che inizi la fine del mondo.
Quando uno dei personaggi dice “Se vogliamo sopravvivere, dobbiamo fare cose che non avremmo voluto”, tu pensi subito: ok, classico horror. Poi però ti rendi conto che il film sembra più interessato a cosa significa voler sopravvivere, piuttosto che al come. Ed è lì che MacDonald gioca la sua partita sporca, quella che ti prende allo stomaco. Perché gli zombie sono quasi un contorno. Una pressione costante, sì, ma il vero assedio è interno. È mentale. È emotivo. È adolescenziale nel modo più crudele possibile.
C’è stato un momento, guardando il trailer, in cui ho pensato: “Questo è The Breakfast Club girato da qualcuno che non ha mai superato davvero il liceo”. E non lo dico come insulto. Anzi. È un complimento. Perché qui i ruoli non sono archetipi da manuale, ma persone incastrate in se stesse. Il trailer suggerisce dialoghi un po’ rigidi, forse persino goffi, ma quasi viene da pensare che sia voluto. Perché a diciassette anni parli così. Male. Troppo. A sproposito. Quando sei sotto stress, dici frasi che suonano finte anche a te stesso.
E poi c’è il tono. Quel tono anni ’90 che aleggia, anche se non viene mai sbandierato. Non è nostalgia da sticker, è un’atmosfera. Un mondo pre-smartphone, pre-social, dove essere chiusi in un edificio significa davvero essere isolati. Niente stories, niente messaggi, niente “tranquilli, siamo vivi”. Solo porte sbarrate, finestre coperte, e la consapevolezza che se qualcuno muore accanto a te… probabilmente non resterà morto a lungo.
Il cast è uno di quelli che, se sei uno che vive l’horror contemporaneo, ti fa annuire piano. Olivia Holt la conosci, magari per Totally Killer, magari per ruoli meno estremi, ma qui sembra voler scavare più a fondo. Froy Gutierrez ha quella faccia da “ragazzo normale che non dovrebbe essere qui”, Carson MacCormac è ormai una presenza fissa nel teen horror che prova a sporcarsi le mani, Luke MacFarlane porta con sé un’umanità strana, quasi dissonante, che in un contesto del genere può fare molto male, emotivamente parlando.
MacDonald, dal canto suo, non è nuovo a questo tipo di inquietudine. Pyewacket lo ricordiamo tutti come uno di quegli horror che ti fanno sentire in colpa per aver premuto play. Qui sembra riprendere quella sensibilità, ma la sposta in un contesto più corale, più rumoroso, più claustrofobico. E il trailer, pur nei suoi limiti, lascia intravedere un film che non ha paura di essere scomodo. Di non dare conforto. Di dirti che a volte il vero orrore non è essere morsi, ma rendersi conto che qualcuno accanto a te vuole vivere più di quanto tu abbia mai voluto farlo.
Il fatto che This Is Not a Test esca negli Stati Uniti il 20 febbraio 2026, mentre per l’Italia regna il silenzio cosmico, è quasi perfettamente in linea con il suo spirito. Un film che parla di isolamento, che arriva prima da altre parti, che ti costringe ad aspettare. O a cercarlo. O a parlarne. Perché è questo che fanno certi horror: non ti danno subito quello che vuoi, ma ti restano addosso come un pensiero molesto.
E ora dimmi tu. Guardando quel trailer, da che parte stai? Con chi si barrica e spera, o con chi guarda il mondo crollare e pensa che forse, in fondo, non è poi così sbagliato?
Io non ho ancora una risposta definitiva. E forse è proprio questo il punto.
Scopri di più da CorriereNerd.it
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.









Aggiungi un commento