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The World Is Dancing: quando l’anime riscopre la nascita del Nō e il senso profondo della danza

Arriva un momento, leggendo certe storie, in cui smetti di chiederti “di cosa parla” e inizi a domandarti “perché mi sta guardando così da vicino”. The World Is Dancing fa questo effetto. Lo faceva già sulla carta, tra le pagine pubblicate da Kodansha, e ora promette di farlo anche in movimento, con un adattamento televisivo che porterà l’opera di Kazuto Mihara sullo schermo durante l’estate. Non è una notizia da consumare in fretta. È una di quelle che restano addosso. Perché qui non si parla solo di un nuovo anime annunciato, ma di una storia che affonda le mani nella polvere del Giappone medievale, nel teatro, nel gesto rituale, in quella domanda infantile e gigantesca che prima o poi attraversa chiunque ami l’arte: perché danziamo? Perché raccontiamo storie con il corpo, prima ancora che con le parole?

La vicenda segue Oniyasha, un ragazzo nato nel XIV secolo in una famiglia di artisti del sarugaku, in un Giappone spaccato dal conflitto tra le Corti del Nord e del Sud. È un bambino inquieto, introverso, attraversato da una malinconia che non ha ancora un nome. Osserva gli adulti muoversi, recitare, danzare, e non capisce. Poi, un giorno, vede una danza che sente “giusta”. Non bella, non perfetta. Giusta. Da lì qualcosa si incrina e allo stesso tempo si ricompone. Quel ragazzo diventerà Zeami, la figura che avrebbe dato forma al teatro Nō così come lo conosciamo oggi.

Trasformare una materia del genere in animazione è un atto di coraggio, oltre che di sensibilità. Alla regia troviamo Toshimasa Kuroyanagi, uno che ha dimostrato più volte di saper raccontare l’interiorità senza bisogno di spiegazioni ridondanti. Il character design è affidato a Keigo Sasaki, capace di dare ai volti una fragilità viva, imperfetta, che qui sarà fondamentale. E poi c’è la calligrafia, curata da Satoshi Nemoto, che non è un dettaglio ornamentale ma parte integrante del respiro dell’opera. In una storia così, anche un titolo scritto male può rompere l’incantesimo.

La voce di Oniyasha sarà quella di Yumiri Hanamori. Una scelta che dice molto, perché Hanamori ha sempre avuto la capacità di rendere l’ambiguità emotiva, le crepe sottili, i silenzi che pesano più dei dialoghi. Qui servirà tutto questo. Servirà una voce che non reciti, ma che esiti.

Ripensando al manga, concluso in sei volumi, viene spontaneo chiedersi come verrà tradotto in immagini in movimento quel ritmo così particolare. The World Is Dancing non corre. Cammina. A volte si ferma. A volte sembra perdersi in un dettaglio, in uno sguardo, in una posa che dura un istante in più del previsto. È un’opera che chiede tempo, attenzione, disponibilità emotiva. Non strilla per farsi notare. Sussurra. Ed è proprio questo che la rende memorabile.

C’è qualcosa di profondamente nerd, nel senso più alto del termine, in un progetto del genere. Nerd come ossessione per la forma, per la tradizione, per la stratificazione culturale. Nerd come amore per un’arte antica che continua a parlare anche a chi vive immerso in streaming, trailer e binge watching. Portare Zeami nell’animazione significa creare un ponte tra epoche, tra linguaggi, tra pubblici che forse non sanno ancora di avere bisogno di questa storia.

L’impressione è che non sarà un anime da guardare distrattamente mentre si controlla il telefono. Chiederà silenzio. Chiederà attenzione. Chiederà di fermarsi un attimo e ascoltare il rumore dei passi sul palco, il fruscio dei costumi, il respiro trattenuto prima di un gesto. In un’estate spesso dominata da titoli urlati e iper-saturi, The World Is Dancing potrebbe essere quella presenza laterale che, senza farsi notare subito, finisce per accompagnarti più a lungo.

E quando arriverà davvero, con le sue immagini, le sue pause, i suoi movimenti misurati, sarà interessante vedere come reagirà la community. Chi lo sentirà distante. Chi, invece, riconoscerà in quella domanda antica qualcosa di sorprendentemente familiare. Perché in fondo, anche oggi, continuiamo a danzare. Magari in modi diversi. Magari senza accorgercene. Ma la domanda resta lì, sospesa, in attesa di una risposta che cambia ogni volta.


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