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The Splendid Thing: Liam Neeson e John Cleese nel fantasy surreale di Matthew Modine

Liam Neeson che vaga dentro un fantasy esistenziale popolato da personaggi letterari impazziti non era esattamente la frase che pensavo di scrivere nel 2026, eppure eccoci qui, con quel tipo di progetto cinematografico che sembra uscito da una notte insonne fatta di binge watching, vecchi DVD consumati e conversazioni assurde tra amici alle tre del mattino dopo aver riguardato per l’ennesima volta un film di Terry Gilliam. “The Splendid Thing” ha quell’energia strana e quasi pericolosa dei film che non sai ancora se finiranno per diventare cult adorati da una nicchia di fanatici o un caos ingestibile che nessuno riuscirà davvero a decifrare. Forse è proprio questo il motivo per cui sta facendo parlare così tanto già dal mercato di Cannes.

Da una parte trovi Liam Neeson, che ormai internet ha trasformato in una specie di entità immortale capace di distruggere organizzazioni criminali internazionali semplicemente alzando il telefono con quella voce che sembra registrata direttamente dentro una cattedrale irlandese. Dall’altra c’è John Cleese, che da solo basta a evocare decenni di comicità surreale, nonsense britannico e quel modo unico di rendere assurda anche la scena più normale. In mezzo a loro Matthew Modine, che molti della mia generazione hanno riscoperto grazie a Stranger Things ma che porta addosso una carriera molto più strana, stratificata e imprevedibile di quanto spesso si ricordi online, soprattutto in un’epoca dove gli attori vengono ridotti a meme o reaction GIF nel giro di ventiquattro ore.

E la trama? Sembra quasi la premessa di un anime psicologico anni Novanta dimenticato in qualche videoteca polverosa accanto a Perfect Blue e Paranoia Agent. Uno scrittore famoso, emotivamente distrutto e incapace di scrivere ancora, parte per un tour europeo e comincia a vedere i personaggi dei suoi romanzi materializzarsi davanti a lui. Non metaforicamente. Non “nella sua mente”. Letteralmente. Entrano nella sua vita, parlano con lui, lo trascinano nel caos e iniziano a contaminare la realtà fino a renderla qualcosa di ambiguo, instabile, quasi onirico.

Più leggevo dettagli su The Splendid Thing e più continuavo a pensare a quella sensazione che certi fandom conoscono benissimo: il momento in cui un personaggio immaginario smette di essere soltanto finzione e diventa presenza emotiva reale. Sembra una follia detta così, ma chiunque sia cresciuto con anime, manga, romanzi fantasy o videogiochi narrativi lo capisce al volo. Alcuni personaggi ci seguono per anni. Cambiano con noi. Ritornano nei momenti peggiori. A volte sembrano persino più autentici delle persone vere. Ecco perché l’idea di uno scrittore perseguitato dalle proprie creazioni funziona così tanto a livello emotivo. Non parla solo di creatività. Parla di identità, memoria, fallimento, nostalgia, rimorso. Parla di quelle storie che continuiamo a portarci addosso anche dopo aver chiuso il libro o spento lo schermo.

Il personaggio interpretato da Liam Neeson viene descritto come una figura elegante alla Gatsby, una presenza quasi mitologica che però trascina Declan King verso il disastro. E sinceramente riesco già a immaginarmelo. Quegli occhi stanchi, la voce bassa, il carisma malinconico. Neeson ha sempre avuto qualcosa di enorme anche nei ruoli più silenziosi. Prima che Hollywood lo trasformasse definitivamente nel padre vendicativo definitivo dell’action moderno, aveva attraversato territori fantasy e mitologici molto più affascinanti di quanto si ricordi oggi. Excalibur, Krull, Le Cronache di Narnia… roba che chi è cresciuto tra repliche TV notturne e maratone fantasy conserva ancora nel cervello come una reliquia nerd.

Solo che stavolta non sembra esserci alcuna voglia di costruire un fantasy classico. Nessun prescelto. Nessuna profezia. Nessuna battaglia finale illuminata da cieli CGI pieni di draghi urlanti. The Splendid Thing sembra voler usare il fantastico come distorsione emotiva, quasi come faceva Eternal Sunshine of the Spotless Mind con i ricordi o come certi manga contemporanei fanno con la depressione e l’isolamento sociale. Il fantasy qui pare infiltrarsi nella realtà quotidiana fino a renderla instabile, e questa cosa mi intriga tantissimo perché oggi siamo sommersi da produzioni fantasy gigantesche che spesso sembrano tutte uscite dallo stesso algoritmo narrativo.

Poi arriva John Cleese nei panni di un prete che sarebbe anche la Morte. E qui il film improvvisamente cambia sapore nella mia testa. Diventa qualcosa che potrebbe oscillare tra malinconia, ironia britannica e follia metafisica. Sembra quasi una di quelle storie che negli anni Duemila avrebbero potuto diventare un piccolo cult da festival, uno di quei film che scopri per caso e poi consigli ossessivamente agli amici dicendo “fidati, è strano ma devi vederlo”.

Matthew Modine, intanto, si sta caricando addosso un rischio enorme. Scrive, dirige e interpreta il protagonista. Operazione coraggiosa oppure tremendamente pericolosa, dipende sempre da quanto controllo riesci ad avere sulla tua stessa ossessione creativa. Però una cosa mi colpisce davvero: il fatto che abbia deciso di girare in Italia e che abbia parlato con entusiasmo quasi romantico del nostro cinema. In un momento storico in cui tantissimi prodotti internazionali sembrano visivamente intercambiabili, l’idea di un film fantasy-esistenziale ambientato tra scenari europei reali, eleganti, vissuti, quasi felliniani, potrebbe regalare a The Splendid Thing una personalità molto diversa dal fantasy industriale contemporaneo.

E poi Cannes. Sempre Cannes. Quel luogo sospeso tra arte, marketing, glamour e follia produttiva dove ogni anno nascono progetti che sembrano impossibili. Hyde Park Intl. ha già tirato fuori paragoni pesanti come La vita è meravigliosa e Everything Everywhere All At Once, e qui sinceramente un po’ di paura arriva. Perché evocare film del genere significa entrare direttamente nella zona rossa delle aspettative nerd-cinefile. Everything Everywhere All At Once non era soltanto caos multiversale: era una bomba emotiva travestita da delirio sci-fi. Se The Splendid Thing vuole davvero giocare con immaginazione, identità, amore perduto e collisione tra realtà e finzione, dovrà trovare una voce personalissima. Non basta mettere insieme stranezza e sentimento sperando che internet faccia il resto.

Però qualcosa continua a tornarmi in testa. Forse perché questo progetto parla indirettamente anche della creatività contemporanea, di quella sensazione terribile che conoscono tantissimi artisti, scrittori, creator e perfino chi vive online costruendo contenuti ogni giorno. La paura di svuotarsi. La paura di non avere più storie. La paura che le idee che ti hanno definito finiscano per divorarti. In un’epoca dominata da AI generative, contenuti infiniti, fandom velocissimi e attenzione che dura meno di un reel su TikTok, uno scrittore inseguito dalle sue stesse creazioni sembra quasi una metafora perfetta del nostro presente.

E sinceramente adoro il fatto che The Splendid Thing non sembri voler inseguire il blockbuster fantasy standard. Ha qualcosa di più fragile, più imprevedibile, quasi artigianale nella sua stranezza. Magari finirà per essere un disastro totale, uno di quei film che provano a fare dieci cose insieme e si perdono per strada. Oppure potrebbe diventare uno di quei titoli che tra qualche anno la community geek continuerà a recuperare e discutere online con la stessa energia con cui oggi si riscoprono certi cult dimenticati degli anni Ottanta e Novanta.

Intanto l’idea di Liam Neeson che esce letteralmente dalle pagine di un romanzo per tormentare il proprio autore ha già iniziato a occupare uno spazio fisso nella mia testa. E conoscendo internet, probabilmente non sono l’unico.

 

Foto di copertina: Georges Biard (Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo 3.0 Unported)

Note: AI-Generated Content

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