The Riders: Brad Pitt nell’odissea europea di Edward Berger tra mistero, identità e fragilità maschile

Un uomo, una casa da ristrutturare, un continente da attraversare e una domanda che brucia come sale su una ferita aperta: perché?
È da qui che parte The Riders, il nuovo film diretto da Edward Berger e interpretato da Brad Pitt, tratto dall’omonimo romanzo di Tim Winton pubblicato nel 1994. Un progetto che ha attraversato decenni di sviluppo travagliato, cambi di regia, cast riscritti e sogni produttivi rimasti sospesi, fino a trovare finalmente una forma concreta sotto l’ala di A24 e con la produzione di Plan B Entertainment.

Per chi ama il cinema che scava sotto la pelle, per chi cerca storie che non si limitano a raccontare un evento ma lo frantumano in mille riflessi emotivi, questo titolo ha già il sapore di qualcosa che potrebbe lasciare il segno.

Un’odissea intima tra Irlanda e continente europeo

Fred Scully non è un eroe d’azione. Non è un truffatore carismatico alla Ocean’s Eleven, né un pilota da box office come in F1. È un uomo che compra una vecchia casa colonica nella campagna irlandese dopo due anni trascorsi a viaggiare per l’Europa con la moglie Jennifer e la figlia Billie. Decide di rimetterla in piedi, mattone dopo mattone, come si fa con le promesse fatte alla propria famiglia.

Jennifer torna in Australia per sistemare alcune questioni pratiche. Scully resta solo, immerso tra mura da restaurare e silenzi troppo larghi. Poi arriva il giorno dell’aeroporto di Shannon. L’attesa. Gli arrivi internazionali. La porta che si apre. La figlia scende dall’aereo. Da sola.

Jennifer è scomparsa.

Da quel momento The Riders si trasforma in un viaggio che attraversa Irlanda, Grecia, Belgio, Olanda e ritorno, seguendo le tracce di un passato recente che ora sembra un enigma. Billie, sette anni, non riesce a spiegare cosa sia accaduto. Ogni tappa diventa una ricerca e insieme una demolizione interiore.

Berger ha definito il film un’opera profondamente incentrata sui personaggi. La descrizione che ha fatto del protagonista è potentissima: un uomo tradizionale, forte, convinto di sapere chi è. Poi la sparizione della moglie frantuma tutto. La virilità, la sicurezza, l’identità stessa. Restano le crepe. E dentro le crepe, la verità.

Per chi ha amato la tensione emotiva di All Quiet on the Western Front o la complessità morale di Conclave, il nome di Berger è già una garanzia di profondità e rigore narrativo.

Brad Pitt e la scelta di mettersi a nudo

La cosa che mi intriga di più? La scelta di Pitt.

Parliamo di una delle più grandi star del cinema mondiale che decide di interpretare un uomo descritto nel romanzo come non particolarmente attraente, quasi rissoso, segnato da una cicatrice. Un personaggio che non vive di fascino, ma di fratture.

Secondo Berger, quella cicatrice è una metafora: ferita significa anche guarigione. Pitt ha colto questo aspetto con una semplicità quasi disarmante. E in un momento della sua carriera in cui potrebbe limitarsi a blockbuster ad alto budget o operazioni nostalgia, sceglie un dramma intimista, psicologico, europeo.

Ridley Scott, attraverso Scott Free Productions, è parte dell’operazione produttiva. La sceneggiatura è firmata da David Kajganich, già capace di lavorare su materiali letterari complessi. Tutto lascia intuire una messa in scena elegante, tesa, probabilmente lenta nel senso più nobile del termine: quella lentezza che costringe a restare, a guardare, a sentire.

E pensare che Berger ha rifiutato di dirigere un nuovo capitolo della saga Ocean’s per dedicarsi a questo progetto. Una scelta controcorrente che racconta molto del tipo di cinema che vuole fare.

Un cast internazionale per un racconto europeo

Accanto a Pitt troviamo Julianne Nicholson nel ruolo di Jennifer, attrice capace di portare in scena sfumature sottili e ambigue. La giovane Coco Greenstone interpreta Billie, epicentro silenzioso di una tragedia che non sa nominare.

Il cast si arricchisce con nomi come Danny Huston, Ulrich Thomsen, Camille Cottin e Michael Smiley. Una composizione internazionale che riflette la natura itinerante della storia.

Il film non è solo ambientato in Europa: la attraversa, la respira. Le riprese sono iniziate in Irlanda, tra Dublino, Wicklow, Cork e Kerry. Le immagini del Lough Tay, conosciuto come Guinness Lake, promettono una fotografia capace di fondere bellezza naturale e inquietudine emotiva. Il villaggio di Timoleague ha chiuso le sue strade per consentire riprese notturne, e la produzione si sposterà anche sull’isola greca di Hydra.

Immaginate la solitudine di un uomo in cerca di risposte tra le scogliere irlandesi battute dal vento o nei vicoli assolati di un’isola mediterranea. È una geografia emotiva prima ancora che fisica.

Dall’inferno dello sviluppo alla rinascita

La storia produttiva di The Riders sembra essa stessa un romanzo. I diritti furono acquisiti già nel 2000. Negli anni si sono susseguiti registi e cast: da Sam Worthington a Liam McIntyre, con tentativi di avviare le riprese in Croazia, Budapest, Dublino. Il progetto è rimasto impantanato in quello che a Hollywood chiamano development hell.

Poi, nel 2018, l’interesse di Ridley Scott ha riacceso la fiamma. E nel 2025 l’annuncio ufficiale: Brad Pitt protagonista, Edward Berger alla regia, A24 alla distribuzione.

A volte i progetti che sopravvivono a mille fallimenti diventano qualcosa di speciale proprio perché hanno attraversato tempeste produttive. Come se il tempo li avesse temprati.

Un dramma psicologico che parla al presente

Il romanzo di Winton era ambientato nel dicembre 1987, con riferimenti a eventi reali australiani come le dimissioni del premier del Queensland Sir Joh Bjelke-Petersen e il massacro di Queen Street. Non è ancora chiaro quanto il film manterrà quell’ancoraggio storico, ma il nucleo della storia resta universale.

Un uomo che costruisce una casa per la propria famiglia e scopre che le fondamenta emotive sono molto più fragili dei muri. Una ricerca che diventa discesa negli abissi dell’identità maschile. Una bambina che incarna il mistero e il trauma.

Viviamo in un’epoca in cui le narrazioni sulla mascolinità stanno cambiando radicalmente. Un film come questo, se affrontato con la sensibilità giusta, può trasformarsi in uno specchio scomodo ma necessario.

E conoscendo Berger, non mi aspetto un thriller pieno di colpi di scena, ma un percorso di smantellamento emotivo. Un’odissea europea che, più che cercare una persona scomparsa, prova a ricostruire il senso di sé.

Perché The Riders potrebbe diventare uno dei drammi più importanti del 2026

Tra cinema d’autore e star system hollywoodiano, tra produzione indipendente e ambizione internazionale, The Riders si muove su una linea sottilissima. È un film che parla di assenza, ma anche di presenza. Di viaggio, ma anche di immobilità interiore. Di famiglia, ma senza rassicurazioni facili.

Personalmente, l’idea di vedere Brad Pitt alle prese con un personaggio che si sgretola lentamente mi elettrizza più di qualsiasi heist movie. Voglio vedere le crepe. Voglio sentire il silenzio tra una battuta e l’altra. Voglio attraversare quell’Europa insieme a lui, con la sensazione che ogni stazione, ogni traghetto, ogni strada possa nascondere una verità dolorosa.

Le riprese sono iniziate a febbraio 2026. L’attesa è appena cominciata.

E ora la parola passa a voi.
Avete letto il romanzo di Tim Winton? Vi convince la scelta di Brad Pitt in un ruolo così intimista? Pensate che Edward Berger riuscirà a trasformare questa storia in un’esperienza cinematografica memorabile?

Parliamone nei commenti. Perché alcune odissee meritano di essere attraversate insieme.


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