Alcune idee fanno scattare immediatamente il cervello nerd. Non importa se parliamo di videogiochi, anime cyberpunk o architettura futuristica: basta una sola immagine mentale e il fandom interiore si accende come un neon in una strada di Akira o Blade Runner.
The Line era esattamente quel tipo di idea.
Una città lineare lunga 170 chilometri, due pareti gigantesche di grattacieli specchiati che tagliano il deserto come una lama di vetro. Niente automobili. Niente traffico. Solo treni ultraveloci, energia rinnovabile e milioni di persone che vivono in una specie di megastruttura futuristica degna di un manga di fantascienza.
Confessione personale da gamer: la prima volta che ho visto i rendering ufficiali ho pensato a un livello di Cyberpunk 2077. Uno di quei luoghi che attraversi correndo tra luci al neon e scale mobili infinite mentre la colonna sonora synthwave ti esplode nelle cuffie.
Peccato che la realtà, come spesso accade anche nelle migliori storie sci-fi, abbia deciso di riscrivere la trama.
E lo ha fatto con un plot twist abbastanza pesante.
Il sogno urbano più folle del XXI secolo
The Line non era soltanto un progetto architettonico. Era una visione gigantesca, quasi una narrativa di worldbuilding applicata alla realtà.
Tutto nasce nel 2017 con NEOM, l’ambiziosa iniziativa lanciata dall’Arabia Saudita sotto la guida del principe ereditario Mohammed bin Salman. Il piano faceva parte della strategia Vision 2030, un programma pensato per trasformare l’economia del Paese e ridurre la dipendenza dal petrolio.
E qui entra in scena The Line.
Immaginate due muri di grattacieli alti fino a 500 metri, più dell’Empire State Building, che corrono paralleli per centosettanta chilometri attraverso il deserto. In mezzo, uno spazio urbano largo circa duecento metri dove si svolgerebbe tutta la vita della città: trasporti, servizi, socialità.
Una struttura verticale iper-densissima pensata per ospitare fino a nove milioni di abitanti.
La promessa? Una città completamente nuova, costruita attorno a un principio radicale: tutto a portata di cinque minuti a piedi.
Un po’ come nei videogiochi open world ben progettati, dove ogni quartiere ha tutto ciò che serve senza obbligarti a attraversare mappe infinite.
Solo che qui non si parlava di pixel.
Si parlava di realtà.
Un rendering che ha conquistato internet
Per anni The Line è diventata una specie di fenomeno culturale prima ancora che urbanistico.
Concept art spettacolari. Video futuristici. Animazioni iper realistiche.
Sui social rimbalzavano immagini che sembravano uscite da una fusione tra Ghost in the Shell, Metropolis e un catalogo Apple del futuro. Strutture riflettenti che moltiplicavano il cielo del deserto, interni pieni di vegetazione verticale, sistemi di trasporto automatizzati che promettevano di attraversare tutta la città in appena venti minuti.
L’idea di fondo era potentissima.
Un nuovo modo di abitare il pianeta.
Niente strade tradizionali, niente smog urbano, niente sprawl infinito. Solo densità verticale, energia rinnovabile e tecnologia.
Fantascienza applicata all’urbanistica.
E per chi, come molti di noi nerd, è cresciuto divorando anime cyberpunk e cityscape futuristici, era praticamente impossibile non restare affascinati.
Poi arrivano i numeri. E la magia inizia a incrinarsi
Il momento in cui una visione utopica incontra i numeri reali è sempre delicato.
Uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Nature ha analizzato il progetto con un approccio decisamente meno romantico rispetto ai trailer promozionali.
Il risultato?
Qualche problema piuttosto serio.
La densità abitativa prevista avrebbe raggiunto livelli quasi surreali: circa 265.000 persone per chilometro quadrato, una concentrazione oltre dieci volte superiore a quella di Manhattan.
Tradotto in termini umani, la distanza media tra due abitanti avrebbe potuto arrivare a 57 chilometri lungo la linea urbana.
Un paradosso urbanistico che rendeva improvvisamente meno credibile l’idea della città “a misura d’uomo”.
Gli stessi ricercatori hanno suggerito una soluzione alternativa quasi ironica per semplicità: una città circolare compatta con un raggio di poco più di tre chilometri.
Molto meno spettacolare.
Molto più praticabile.
Meno Blade Runner, più urbanistica concreta.
Il progetto inizia a ridimensionarsi
Nel frattempo il mondo reale continuava a scorrere fuori dai rendering.
I costi di costruzione crescevano. Le difficoltà logistiche aumentavano. E attrarre investitori internazionali diventava sempre più complicato.
L’obiettivo iniziale parlava di completare una prima fase entro il 2030 con circa un milione e mezzo di abitanti.
Poi le stime hanno iniziato a ridursi.
Sempre di più.
Sempre più velocemente.
La versione più recente del piano parlava ormai di una sezione molto più limitata della città e di meno di 300.000 residenti.
Per una visione nata per ospitare nove milioni di persone, la differenza pesa come un boss finale che cambia completamente le regole della partita.
Un nuovo destino: la città dell’intelligenza artificiale?
Negli ultimi mesi è emersa anche un’altra possibilità.
Una parte del progetto potrebbe trasformarsi in qualcosa di completamente diverso rispetto alla visione originale.
Infrastrutture digitali.
Data center giganteschi.
Hub per cloud computing e intelligenza artificiale.
Un accordo da 5 miliardi di dollari tra NEOM e la società saudita DataVolt prevede infatti la costruzione di nuovi centri dati nella zona industriale Oxagon, pensata come piattaforma globale per tecnologie avanzate, energia pulita e logistica.
Il progetto potrebbe quindi evolversi da esperimento urbanistico per milioni di abitanti a infrastruttura tecnologica su larga scala.
Meno città futuristica.
Più cervello digitale del futuro.
Una trasformazione che, in fondo, racconta molto bene la direzione che sta prendendo il mondo: la competizione non riguarda più solo petrolio e risorse fisiche, ma anche dati, cloud e intelligenza artificiale.
Una sensazione strana per chi ama la fantascienza
Da nerd la sensazione è… strana.
Davvero strana.
Da una parte rimane la delusione. Quella tipica di quando scopri che il trailer incredibile di un gioco non rappresenta davvero il gameplay finale.
The Line sembrava uscita direttamente da un anime cyberpunk.
Una città infinita che attraversa il deserto come una spada specchiata. Un gigantesco esperimento urbano capace di far sembrare le metropoli attuali improvvisamente vecchie.
Dall’altra parte però resta anche una consapevolezza interessante.
Forse The Line non è mai stata soltanto una città.
Forse è sempre stata soprattutto una storia.
Un gigantesco esercizio di immaginazione collettiva. Un’idea capace di spingere architetti, urbanisti e futuristi a pensare a modi completamente nuovi di vivere lo spazio urbano.
E in questo senso il progetto ha già lasciato un segno.
Le utopie servono proprio a questo
Le visioni radicali raramente arrivano esattamente come sono state immaginate.
Il futuro spesso prende scorciatoie strane.
Si ridimensiona. Cambia direzione. Si reinventa.
The Line forse non diventerà mai quella città infinita che corre per centosettanta chilometri nel deserto. Però alcune delle idee nate da quel progetto potrebbero sopravvivere in forme diverse.
Tecnologie urbane più sostenibili.
Nuovi modelli di mobilità.
Infrastrutture digitali gigantesche.
In fondo succede anche nella fantascienza. Molte invenzioni che oggi usiamo ogni giorno erano nate prima come pura immaginazione narrativa.
E quindi la domanda resta sospesa nell’aria.
Da veri nerd della fantascienza urbana:
The Line vi mancherà nella sua versione più folle e visionaria?
Oppure pensate che questo passo indietro fosse inevitabile?
Curiosissima di leggere cosa ne pensa la community. Perché certe discussioni, lo sappiamo bene, iniziano sempre sotto un articolo… e poi continuano per ore tra commenti, fandom e teorie futuristiche.
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