CorriereNerd.it

The Legend of Zelda film: riprese concluse, immagini ufficiali e uscita tra cinema e Netflix nel 2027

Non so bene in quale momento preciso questa cosa sia diventata reale, ma a un certo punto ho smesso di pensare al film di Zelda come a una fantasia da forum anni Duemila, di quelle che si perdevano tra fan casting improbabili e concept art pescate da DeviantArt, e ho iniziato a sentirlo come qualcosa di concreto, quasi inevitabile, come se The Legend of Zelda avesse semplicemente deciso che era arrivato il momento di uscire dalla cartuccia e prendersi lo schermo più grande possibile. La notizia che le riprese sono finite ha fatto un effetto strano, non tanto per il dato in sé – i film prima o poi si girano, si montano, escono – ma per quello che rappresenta davvero: significa che tutto quello che abbiamo immaginato per anni adesso esiste da qualche parte, chiuso dentro hard disk e bobine digitali, pronto a essere rifinito, lucidato, trasformato in quell’esperienza che il 7 maggio 2027 ci troveremo davanti in sala, probabilmente con lo stesso misto di hype e paura che si prova prima di affrontare un boss finale senza aver salvato.

E poi c’è quella cosa che continua a girarmi in testa, quasi più della data stessa: dopo il cinema, il viaggio non finisce lì, perché questo Zelda live action è destinato ad arrivare su Netflix, portandosi dietro un pubblico che magari non ha mai toccato un Joy-Con ma conosce Hyrule come si conosce una leggenda tramandata a voce, un nome che esiste anche senza averlo mai esplorato davvero, come Atlantide o Camelot, appunto, solo che qui al posto dei miti antichi abbiamo dungeon, cavalcate nel vento e quella sensazione unica di essere piccoli davanti a qualcosa di immenso.

La prima volta che ho visto le immagini ufficiali ho avuto un flash preciso, uno di quei momenti in cui capisci che qualcosa sta cambiando davvero: non sembrava cosplay, e questa è la cosa più difficile da ottenere quando porti un videogioco sullo schermo. Benjamin Evan Ainsworth con quella tunica che sembra uscita direttamente da una memoria condivisa più che da un guardaroba di scena, e Bo Bragason che riesce a dare a Zelda quella combinazione di distanza e fragilità che nei giochi percepisci più nei silenzi che nei dialoghi… e dietro, quella Nuova Zelanda che ormai è diventata una specie di portale ufficiale per il fantasy, come se ogni collina avesse già accettato il suo destino di diventare un checkpoint nella mente dei fan.

E qui entra in gioco una cosa che secondo me cambia tutto: Nintendo non sta più semplicemente “prestando” le sue IP, sta costruendo attivamente il proprio futuro cinematografico. Dopo il successo assurdo di Super Mario, il messaggio è chiarissimo: questi mondi non sono solo videogiochi, sono universi narrativi che possono vivere ovunque, a patto di essere trattati con quella cura quasi ossessiva che chi è cresciuto con Zelda riconosce subito, perché lo sai, lo senti, quando qualcosa è fatto da qualcuno che capisce davvero cosa significa per te quella musica, quel paesaggio, quel momento in cui arrivi su una collina e il gioco non ti dice nulla… ma ti dice tutto.

La regia affidata a Wes Ball è una scelta che continua a intrigarmi più passa il tempo, perché parliamo di uno che ha già dimostrato di saper gestire mondi complessi e atmosfere ostili, ma qui la sfida è diversa, quasi più sottile: Zelda non è solo azione, non è solo trama, è soprattutto ritmo, pausa, contemplazione, è quel tempo sospeso che nei videogiochi puoi permetterti ma che nel cinema devi reinventare da zero, senza perdere magia per strada. E sapere che dietro le quinte c’è anche Shigeru Miyamoto, uno che praticamente ha contribuito a definire l’infanzia di mezzo pianeta, rende tutto ancora più surreale, come se il passaggio di testimone tra medium diversi stesse avvenendo sotto i nostri occhi, senza filtri.

La storia, sulla carta, la conosciamo tutti, eppure ogni volta funziona: un ragazzo, un destino più grande di lui, una principessa che è molto più di quello che sembra e un’ombra chiamata Ganon che non smette mai di tornare. Ma ridurre Zelda a questo sarebbe come dire che un JRPG è solo “salire di livello e battere il boss”, perché il punto non è cosa succede, ma come lo vivi mentre succede, e lì il cinema dovrà giocarsi tutto, cercando di catturare quella sensazione che provavi la prima volta che hai sentito una melodia con l’ocarina o hai visto il sole tramontare su una mappa che sembrava infinita.

Nel frattempo, la community sta facendo quello che sa fare meglio: analizzare, discutere, sognare, litigare pure, perché sì, la questione del Link parlante è già diventata una specie di guerra fredda digitale tra puristi e curiosi, tra chi non vuole sentirgli dire una parola e chi invece è pronto a vedere cosa succede se quel silenzio iconico viene finalmente spezzato. E in mezzo a tutto questo, fanart che spuntano ovunque, teorie che collegano ogni dettaglio a decenni di lore e quella sensazione collettiva che qualcosa di grosso sta per succedere, qualcosa che potrebbe ridefinire non solo Zelda, ma il modo in cui guardiamo agli adattamenti videoludici.

E forse è proprio questo il punto che mi tiene incollato a questa attesa: non si tratta solo di vedere un film, ma di capire se un certo tipo di magia può sopravvivere al cambio di linguaggio, se quella sensazione che hai provato davanti a uno schermo piccolo, con un controller in mano e il mondo fuori che spariva per qualche ora, può esistere anche in una sala piena di gente, tra popcorn e luci che si spengono.

Io non ho una risposta, e forse non la voglio nemmeno avere subito. Preferisco restare qui, in questo momento sospeso, a immaginare Hyrule che prende forma un fotogramma alla volta, mentre da qualche parte qualcuno sta montando una scena che, magari, tra un paio d’anni ci farà venire i brividi senza nemmeno capire perché.

E voi, da che parte state? Team Link muto o pronti a sentirlo parlare per la prima volta? Perché ho la sensazione che questa discussione ci accompagnerà ancora per un bel po’, e sinceramente… non mi dispiace affatto.


Scopri di più da CorriereNerd.it

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

maio

maio

Massimiliano Oliosi, nato a Roma nel 1981, laureato in giurisprudenza, ma amante degli eventi e dell'organizzazione di essi, dal 1999 tramite varie realtà associative locali e nazionali partecipa ad eventi su tutto il territorio nazionale con un occhio particolare al dietro le quinte, alla macchina che fa girare tutto.

Aggiungi un commento

Rispondi