Uscire dalla sala dopo The Greatest Showman significa portarsi addosso una scia di luci, sudore e applausi che non si spegne con i titoli di coda. La sensazione è quella di aver assistito a uno spettacolo che non chiede il permesso di emozionare: ti prende per mano, ti fa ballare sul corridoio del cinema e poi ti guarda dritto negli occhi dicendo che sì, osare è possibile. È un musical che non ha paura di essere pop, contemporaneo, rumoroso e romantico allo stesso tempo, un inno al palcoscenico come luogo dell’anima dove la diversità diventa numero principale e la meraviglia non chiede scusa a nessuno.
La regia di Michael Gracey, al suo debutto nel lungometraggio, ha l’energia di chi arriva dal mondo della pubblicità e della coreografia con un’idea chiarissima: trasformare la nascita del circo moderno in un’esperienza da vivere più che da raccontare. Il film prende la figura di Phineas Taylor Barnum e la rilegge come mito fondativo dello spettacolo popolare, scegliendo consapevolmente la strada dell’epica emotiva invece del biopic rigoroso. La Storia, qui, è un trampolino. Il vero bersaglio è il pubblico seduto in platea, invitato a riconoscersi in chi ha osato immaginare qualcosa che ancora non esisteva.
A guidare questa carovana c’è un Hugh Jackman magnetico, fisico, generoso, capace di cantare e danzare con una naturalezza che profuma di Broadway ma parla la lingua del cinema. Il suo Barnum è fame di riscatto, è desiderio di essere visto, è ambizione che inciampa e si rialza. Accanto a lui, il cast sembra suonare all’unisono: Zac Efron sorprende per carisma e controllo, Zendaya è grazia sospesa tra aria e rischio, Michelle Williams regala una dolcezza ferita che resta addosso, mentre Keala Settle entra in scena e la cambia per sempre. Il momento di “This Is Me” non è solo un numero musicale: è una dichiarazione di identità che travolge per potenza e verità, una di quelle sequenze che fanno vibrare la sala e trasformano gli spettatori in coro.
La colonna sonora, firmata dal duo Benj Pasek e Justin Paul, è una macchina del tempo emotiva. Brani come “The Greatest Show”, “A Million Dreams”, “Rewrite the Stars” e la già citata “This Is Me” funzionano perché sanno essere immediati senza essere superficiali, moderni senza tradire l’immaginario ottocentesco che il film evoca. Le canzoni raccontano i personaggi meglio di qualsiasi dialogo, spingono la trama in avanti e, soprattutto, restano. Esci dal cinema e te le ritrovi addosso, come se fossero state scritte per accompagnarti fino a casa.
La storia d’amore tra Barnum e Charity, la tensione tra successo e appartenenza, il prezzo dell’ambizione, il fascino per un’élite che promette legittimazione e restituisce solitudine: tutto questo passa attraverso coreografie che sembrano esplodere dallo schermo. Il rapporto tra Phillip Carlyle e Anne Wheeler è un manifesto romantico che parla di barriere sociali e di stelle da afferrare anche quando il mondo dice di no. Ogni scelta narrativa è orientata a far sentire il pubblico parte della troupe, parte di quella famiglia improvvisata che trova sul palco il proprio posto sicuro.
Certo, la trama segue sentieri riconoscibili e non pretende di scavare nelle ombre storiche del personaggio reale. È una decisione chiara, quasi programmatica. The Greatest Showman non vuole essere un saggio, vuole essere un atto d’amore per lo spettacolo come promessa di inclusione. Ed è proprio questa coerenza a renderlo onesto: non finge di essere altro, si dichiara sin dall’inizio come favola musicale e chiede allo spettatore di accettare il patto. Se lo fai, vieni ricompensato con due ore di pura esaltazione cinematografica.
Guardandolo con occhi nerd, il film dialoga con la tradizione dei musical che osano contaminare epoche e suoni, ricordando per spirito e audacia un certo cinema che non ha paura di mescolare anacronismi e passioni. La messa in scena è pensata come un grande numero continuo, dove il montaggio, la fotografia e il movimento dei corpi costruiscono un ritmo che non molla mai la presa. Ogni scena sembra dire che l’immaginazione, quando è condivisa, diventa un atto politico gentile.
Alla fine resta quella voglia irrefrenabile di tenere il tempo con il piede, di battere le mani, di cantare anche se non sei stonato ma semplicemente felice. Resta la commozione per chi trova il proprio posto sotto i riflettori, anche solo per un istante. Resta la convinzione che i sogni possano crollare, sì, ma che esista sempre una musica pronta a rimetterli in piedi. The Greatest Showman è questo: uno spettacolo che ti guarda e ti dice che il palco è anche tuo, se hai il coraggio di salirci. E quando esci dal cinema, lo sai già: lo rifaresti subito.
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