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The Fifth Wheel: Kim Kardashian cambia gioco tra amicizie tossiche, risate scomode e caos a Las Vegas

Un tempo bastava pronunciare il nome Kim Kardashian per evocare un intero ecosistema di reality, gossip e cultura pop compressa in formato algoritmo. Oggi quel nome comincia a muoversi con un peso diverso, quasi laterale, come se stesse cercando deliberatamente un’altra traiettoria. Non più solo icona osservata, ma corpo narrativo che entra in scena, si sporca le mani, accetta il rischio del racconto. The Fifth Wheel nasce esattamente in questo punto di frizione, lì dove l’immagine ipercontrollata incontra la possibilità del caos.

La prima cosa che colpisce non è Las Vegas, né la promessa di una commedia corale con bicchieri che tintinnano e amicizie che scricchiolano sotto le luci al neon. Colpisce la scelta di affidare la regia a Eva Longoria, una che il concetto di commedia lo maneggia con la consapevolezza di chi sa quanto possa essere crudele ridere delle relazioni, soprattutto quando sembrano già rotte prima di partire. Longoria non dirige mai con cinismo gratuito. C’è sempre uno sguardo empatico, una voglia di capire cosa succede quando il gruppo smette di essere rifugio e diventa specchio impietoso. E poi c’è la scrittura, affidata a due penne che non hanno bisogno di urlare per farsi sentire. Paula Pell e Janine Brito arrivano da un territorio dove l’umorismo nasce dall’imbarazzo, dai silenzi troppo lunghi, dalle frasi dette male al momento sbagliato. Quel tipo di comicità che non ti esplode in faccia, ma ti si insinua sotto pelle e poi resta lì. Pensare Kim Kardashian immersa in quel registro è, già di per sé, un esperimento affascinante. Perché qui non si tratta di essere “sexy outsider” come etichetta narrativa, ma di capire cosa succede quando un personaggio entra in un gruppo già fragile e diventa catalizzatore di tutto ciò che non si voleva affrontare.

Il viaggio a Las Vegas, in fondo, è solo un pretesto. Lo sappiamo tutti come funzionano queste storie: si parte per divertirsi e si finisce per guardarsi addosso con una lucidità che fa male. Le amiche di lunga data interpretate da Nikki Glaser, Brenda Song e Fortune Feimster sembrano costruite proprio per questo tipo di collisione emotiva. Tre energie diverse, tre modi di stare nel mondo, tre maschere che iniziano a cedere non appena qualcuno rompe l’equilibrio implicito del gruppo. Kardashian entra come elemento estraneo, certo, ma anche come specchio deformante. Non porta solo desiderio o invidia, porta domande. Quelle fastidiose. Quelle che di solito si tengono a bada con un altro drink.

Intorno, il resto del cast si muove come una costellazione di presenze che sanno essere rumorose o sottili al momento giusto. Jack Whitehall ha quel talento naturale nel trasformare il disagio in arma comica, mentre Casey Wilson e Scott MacArthur sembrano perfetti per abitare quelle zone grigie dove non sai mai se stai ridendo o riconoscendoti un po’ troppo.

Dietro le quinte, la presenza di Gloria Sanchez Productions non è un dettaglio secondario. È una dichiarazione d’intenti. Quel marchio produttivo ha sempre puntato su storie che sembrano leggere solo in superficie, ma che sotto nascondono una certa ferocia emotiva. Amicizie che non sono mai davvero salve. Gruppi che funzionano finché nessuno cambia troppo. E quando qualcuno cambia, tutto il resto deve decidere se evolversi o spezzarsi.

Quello che rende The Fifth Wheel interessante, almeno sulla carta, non è la promessa della risata facile. È la sensazione che stia provando a raccontare un tipo di femminilità adulta, disordinata, imperfetta, lontana sia dal mito della sororità eterna sia dalla caricatura della rivalità. Qui le donne sbagliano, si feriscono, si osservano con sospetto e desiderio. E Kim Kardashian, volente o nolente, porta con sé tutto il bagaglio simbolico di chi è sempre stata osservata più che ascoltata. Metterla al centro di una storia che parla di percezione, di intrusioni, di equilibri che saltano, è una mossa più intelligente di quanto possa sembrare a un primo sguardo distratto.

Netflix, dal canto suo, continua a giocare questa partita ambigua tra pop puro e tentativi di racconto più stratificati. The Fifth Wheel sembra collocarsi proprio lì, in quella zona dove la piattaforma sperimenta senza rinunciare all’appeal immediato. Non un film che vuole piacere a tutti allo stesso modo, ma uno che potrebbe far discutere. E forse è questo il segnale più interessante.

Resta da capire quanto il film avrà il coraggio di spingersi oltre l’immagine patinata, quanto permetterà ai personaggi di risultare scomodi, poco simpatici, autentici. Resta da vedere se Las Vegas sarà solo sfondo o metafora, se la risata sarà un rifugio o una lama sottile. Per ora, l’idea di vedere Kim Kardashian muoversi in questo terreno instabile, diretta da Eva Longoria e circondata da un cast che conosce bene l’arte del disagio comico, accende una curiosità difficile da spegnere.

E forse la domanda non è tanto se funzionerà, quanto che tipo di conversazioni accenderà dopo. Perché certe storie, quando parlano di amicizie che si incrinano e identità che scivolano, non finiscono davvero con i titoli di coda. Restano lì. In attesa che qualcuno dica: “Ok, ma tu da che parte stavi?”


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